“IL TALENTO DELLA MALATTIA”: ALESSANDRO MOSCE’ TRA CALCIO E FINITUDINE UMANA

Alessandro Moscè

All’età di tredici anni Alessandro, il protagonista della storia narrata ne Il talento della malattia (Avagliano, Roma 2012), si ammala di un terribile sarcoma di Ewing. La casistica dell’Istituto Ortopedico Rizzoli non lascia scampo. Ma il ragazzino ha un sogno: vuole conoscere quell’uomo folle e indisciplinato che spara alle lampadine perché non ha voglia di alzarsi dal letto; che insulta in mondovisione l’allenatore della nazionale per averlo sostituito ai mondiali; che negli Stati Uniti è più famoso di Pelé. Giorgio Chinaglia, prima centravanti e poi presidente della Lazio, diviene per il bambino un “compagno di giochi”: è con lui che idealmente parla ogni sera prima di addormentarsi, nelle lunghe ore di solitudine e sofferenza. Ebbene, forse è stata la passione per il calcio, forse il desiderio di emulare le vittorie dell’attaccante idolatrato dalla folla, resta il fatto che, dopo due anni, Alessandro inaspettatamente guarisce. E come nelle favole, il suo idolo, che nella lunga agonia inconsapevolmente gli è stato vicino e lo ha sostenuto moralmente, si materializza. E’ con lui a Gubbio, lo abbraccia forte. Hanno vinto insieme. I dottori non riescono a darsi una spiegazione, e il caso viene citato nelle riviste mediche di tutto il mondo. Dopo trent’anni Moscè racconta quell’esperienza in modo laico, mai autoreferenziale, filtrando il ricordo personale attraverso le gesta dei moderni gladiatori, i Chinaglia, i Re Cecconi, i Garlaschelli, eroi del “basso epico”, per dirla con Borges, descritti in una dimensione affettiva e catartica.
Nei suoi scritti compare sempre il tema della morte e della “finitudine umana”, quasi un cerchio, nascita-morte, che deve sempre chiudersi, persino nella trasfigurazione letteraria. Perché questo assillo?
E’ vero, la morte è un tema portante della mia scrittura, sia poetica che narrativa, e nasce dal trauma della malattia. Sono stato ricoverato in un ospedale che era una specie di lager. Ai bambini malati di sarcoma venivano amputate gambe e braccia. Molti sono morti. Lo scrittore è nato dentro quelle camerate d’ospedale dove niente aveva più significato, se non un meccanismo psicologico di difesa che necessariamente mettevo in pratica. Sognavo il mio idolo, Giorgio Chinaglia. Mi distoglievo così dall’ossessione della morte, a soli tredici anni. Ora penso ad Ungaretti e al famoso verso: “La morte si sconta / vivendo”. Credo di aver provato questo sentimento crudele e inaccettabile, per un bambino. La morte è l’assillo di ogni scrittore perché fa paura ma affascina. Dante ha immaginato inferno, purgatorio e paradiso per spiegare la finitudine umana e un “dopo”, e ha scritto “La Divina Commedia”. E’ il tema più totale, escatologico, la morte.
Altro capitolo importante del libro è la malattia. Lei riesce, tuttavia, a evitare di rendersi epigono di se stesso, nonostante la vicenda autobiografica. Torna in mente, mi si permetta il paragone, La montagna incantata, o “magica” che sia, di Thomas Mann: la malattia, cioè, non è semplicemente sofferenza, ma diviene una prova di ritrovamento di se stessi dopo la spersonalizzazione di un disordine organico. È così anche per lei?
Certamente. La montagna incantata è un capolavoro che ho letto tre volte. La malattia è un’incognita, esattamente come la morte. Anzi, spesso mi manifesta come un’anticipazione della morte. Per questo il mio migliore amico non poteva che essere un medico. Chi cura il male, per me, ha un ruolo superiore, nella società. Ma siamo ancora nel campo dell’imponderabile, come per la fede. Perché ci si ammala? Perché si guarisce o si muore? Perché pur con lo stesso male qualcuno ce la fa e altri no? E’ stato il sarcoma di Ewing a pormi di fronte a questi quesiti irrisolti per chiunque, e quindi, paradossalmente, intriganti. Ombre che si affacciano nella vita, che danno lo sprone alla scrittura. Il titolo del libro, Il talento della malattia, mi è stato suggerito da Emanuele Trevi, ed è mutuato proprio da Thomas Mann. Ho assimilato una terminologia scientifica, dopo due anni di studi, per fare un’indagine sulla cura del sarcoma di Ewing e annotarne accuratamente. Nel 2010 guarisce il 25% dei malati, ed è ancora una roulette russa. Sono sicuro che l’esperienza patita da bambino mi abbia indotto a rinunciare ad un mestiere borghese al quale ero avviato, cioè l’avvocatura, per seguire la vocazione incerta di un lavoro esistenziale, quasi dismesso, come la letteratura.
Il calcio, “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, diceva Pasolini. E’ l’altro grande protagonista del libro. Ma il suo non è un tifo da stadio: il legame con la Lazio sembra piuttosto vissuto in una dimensione molto intima.
Il calcio rappresenta, metaforicamente, la lotta per la sopravvivenza. Per questo mi piace. Ma è anche divertimento, evasione, ritorno all’infanzia, al gioco. La religione calcistica unisce e livella come pochissime altre cose, in Italia. La Lazio degli anni Settanta fu una squadra formidabile e fragile, capitanata da quel centravanti bizzoso, Giorgio Chinaglia, che aveva un carisma impressionante. Semplicemente alzando un braccio riusciva ad istigare o a calmare una folla di 20.000 persone. E poi c’è la storia assurda di Luciano Re Cecconi, un altro grande campione di quell’epoca al quale hanno sparato mortalmente dentro una gioielleria. Quella Lazio è diventata mitologica. Devo a mio padre la preferenza per i colori bianco-celesti. Lavorava a Roma durante l’epopea del 1974 culminata con la vittoria del primo scudetto. C’è stata la conoscenza personale di quei campioni. Ancora oggi mi sento con molti di loro che hanno più di sessant’anni e con il figlio di Re Cecconi, diventato un amico.
Una costante dei suoi lavori è la dimensione locale. Anche in questo libro, così come nel precedente Il viaggiatore residente, si riaffaccia la vita di provincia, coi suoi riti e ritmi quotidiani. Locale fa rima con universale, direbbe Volponi. Così, qui tornano le figure dei nonni, i genitori, l’anziana signora dei vicoli, la suora delle elementari e l’omino della casa di riposo. Perché questo bisogno di tornare a casa?
Perché chi vuole raccontare il mondo deve farlo partendo da ciò che meglio conosce e che meglio lo conosce. La casa è un pianeta da esplorare. Xavier De Maistre scrisse, in proposito, Viaggio intorno alla mia camera, in cui anima e corpo si guardano. Sono uno scrittore residenziale, ma non provinciale. Il mio luogo ha un dilatazione urbana, cittadina, e universale, a partire da un dato esistenzialista, altro tema che mi è caro. L’ho imparato da Alberto Moravia e Giorgio Saviane. L’uno in chiave laica, l’altro filosofico-religiosa. E poi ci sono i personaggi strampalati, i mattocchi, che amo molto. Vado in cerca dei border line, patrimonio inesauribile di storie a metà tra il reale e il verosimile. Gli scrittori romagnoli ed emiliani, in questa scoperta, sono dei riferimenti continui. Alludo a Federico Fellini, Cesare Zavattini, Tonino Guerra, Gianni Celati, Alberto Bevilacqua, Guido Conti, Ugo Cornia, Daniele Benati ecc.
Si ha l’impressione che dietro il libro ci sia qualcosa di più: al di là della malattia, al di là dell’amore per la Lazio e Chinaglia, voglio dire al di là della storia in sé, si nasconde il difficile cammino verso l’età adulta. Come se questo libro avesse avuto per lei innanzitutto una valenza catartica. Come se avesse avuto bisogno di scriverlo, di fare ordine nella sua vita e nei suoi ricordi.
Non c’è dubbio. Se il libro piace molto al pubblico e alla critica, è perché racconta una storia vera e necessaria, spudoratamente necessaria. Franco Brevini, uno dei maggiori critici italiani, ha firmato una nota di copertina in cui dice che si tratta di “una grande storia di guarigione nel segno del calcio”. E’ la cosiddetta “motivazione antagonista”, come la chiamano gli psicologi moderni. Pensare ad altro per non pensare al male. Torniamo da dove siamo partiti. Ecco che Chinaglia e la Lazio, per me assumono ancora una funzione benefica dopo la violazione dell’infanzia dovuta al male. E nel ricordo, la storia in un certo senso è stata vissuta due volte. Ricordi che mi riportano anche alle vicende familiari sotto forma di saga. Al nonno che assomigliava a Simon Wiesenthal, alla nonna che mi interrogava in francese, a mio padre che era lontano e che quando tornava mi prendeva in disparte per raccontarmi le gesta della Lazio in una Roma che mi sembrava l’America.

Valentina Conti

This entry was posted in Il Sestante and tagged , , , , , , , , . Bookmark the permalink.

Una risposta a “IL TALENTO DELLA MALATTIA”: ALESSANDRO MOSCE’ TRA CALCIO E FINITUDINE UMANA

  1. Pingback: L’infinitesima immonrtalità nell’Hotel di Alessandro Moscè | Pelagos Letteratura

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.