La poesia e il mondo

No, non si tratta del manifesto di una nuova avanguardia di poeti guerrieri, eterei cavalieri Jedi (Roberto Galaverni in “Il poeta è un cavaliere Jedi” – Fazi Editore) impegnati in una lotta senza quartiere contro le forze negative, portatrici d’irrealtà e di morte, incarnate nell’ “Impero” (Star Wars). È il tema di un dibattito sulla poesia- che cos’è la poesia e se ha ancora una sua ragion d’essere in una contemporaneità che sembra ignorarla, e misconoscerle ogni senso- svoltosi qualche mese fa sulle pagine culturali del Corriere della sera.

Ancora sulla poesia, dunque. A cercare di definirne, di coglierne l’inafferrabile essenza. E a dover ogni volta arrendersi all’impossibilità di farlo. La natura della poesia è come la natura degli angeli: indecifrabile, arcana. Eppure non si rinuncia mai a interrogarsi, a chiedersi da quali spazi infiniti, da quali romite regioni essa giunga a noi. Forse da un corpo celeste, di quelli che ci sovrastano e a cui guardiamo come a sovramondi di intangibile, inattingibile purezza, dove si sono depositati-come gli oggetti inutili, inservibili nei sopratetti di una vecchia casa-i desideri, le passioni, i capricci, le bizzarie, tutta l’umana follia o la saggezza spacciata per tale? Ma-dice Anna Maria Ortese in “Corpo celeste”-anche la terra è di materia celeste, anche noi abitiamo uno di quegli infiniti spazi stellari cui agogniamo come a luoghi incontaminati, un altrove della “stessa stoffa dei sogni”. Mentre invece il cielo sovra di noi è altrettanto terreno del nostro pianeta, “atomo opaco del male”, ma pure esso parte infinitesimale di un universo infinito. Che cosa sia la poesia è una domanda ingenua, carica di stupore e di meraviglia, come le domande dei bambini dinnanzi al miracolo del mondo e del suo esistere. Una domanda che il poeta accantona da sé, elude come si eludono gli interrogativi a cui non si può dare risposta.

“Ma cos’è mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano”
.

È Wisława Szymborska che in questi versi ci schiude la soglia di quel mistero che è la vita, e la poesia che della vita si nutre. La poesia non appartiene al cielo, o almeno a un cielo al di sopra di noi, ma ad uno tutto terreno che il poeta proietta al di fuori di sé e in cui si proietta per guardare da prospettive di lontananza e d’insieme il conosciuto, il vissuto, il già visto, il già provato. Così da poterne cogliere smagliature, buchi, strappi, e lì affondare lo sguardo per recuperarvi frammenti di verità. In quel solco, che separa il senso dal non senso, il noto dall’ignoto, il pieno dal vuoto, il reale dall’irreale, la pulsione a vivere dalla finitudine, la pienezza dell’essere dal nulla e dall’insignificanza del tutto, il bello dalla sua vanità, la poesia si fa strada a tentoni, aprendo altri solchi, spalancando altre voragini.

Della poesia si potrebbe dire ciò che Kafka nelle “Lettere a Milena” dice dell’Amore: “Amore è il fatto che tu sei per me il coltello con cui frugo dentro me stesso”.
La poesia, lama che affonda nella realtà, in quel cuore selvaggio della vita- nucleo di affettività, di emozionalità, di ancestrali pulsioni- che costituisce il sottosuolo dell’io, un io non solo soggettivo, e nello stesso tempo la mano che risana, ma non guarisce, non ristabilisce l’equilibrio infranto-o solo per qualche istante-per poi di nuovo ferire. È un gioco perverso quello della poesia: di lacerare come un lampo improvviso l’oscurità per portare alla luce altra oscurità.
Essa si nutre di tenebre, ma aspira alla luce, come ogni forma di conoscenza- la poesia è comunque una forma di conoscenza- ma della luce diretta, che rivela le cose con nitidi contorni, senza le ombre delle cose, la poesia muore. Si può dire che la poesia s’insinua nel cono d’ombra del reale e della vita.
Da qui la specificità del linguaggio poetico, la sua allusività, la sua polisemia.

Se Rilke poteva ancora credere che “Il poeta, lui solo, ha unificato il mondo/ che in ognuno di noi in frantumi è scisso”, oggi questa fede è minata dalla solitudine e marginalità del poeta in una realtà dove la poesia è un optional, un lusso, o un capriccio, se non “un vizio assurdo”. “Del bello è testimone inaudito,/ma esaltando anche ciò che lo tormenta/ dà alla rovina purezza infinita: /e persino la furia che annienta si fa mondo”. Sempre Rilke in “Baudelaire” (Poesie Sparse). Ma è proprio questo ruolo di testimone del bello- “Temono gli uomini la bellezza più che la morte” -(William Carlos Williams), più che la morte la fuggono, che fa del poeta un individuo losco, poco raccomandabile, un Mackie Messer della notte, che, quando meno te l’aspetti, ti afferra alle spalle per rifilarti una coltellata e borseggiarti di quel mucchietto di menzogne che ti stringi al petto e non vuoi mollare. “La vita -scrive Williams – è soprattutto sovvertimento della vita stessa, quale era un attimo prima: sempre nuova e priva di regole. E nel verso, perché essa viva, qualcosa deve essere infuso che abbia il colore stesso dell’instabile, qualcosa della natura di una impalpabile rivoluzione”.

Di questa instabilità e sovvertimento della vita nel suo contrario, del suo negarsi e riaffermarsi, del suo finire e rinascere, e trarre alimento dalla sua morte in un ciclico “ritorno dell’uguale”, i poeti sono spettatori, e in un certo senso complici. Questo loro confabulare con la morte, trafficare con essa, e da essa attingere linfa e sostanza di poesia- Le parole dei poeti hanno radici di quercia nelle dimore dei morti/si nutrono di polvere/si pascono di cenere.-li rende invisi, li espone all’infamante accusa di empietà. Per questa colpa Friedrich Hölderlin pagò un caro prezzo: la follia, la perdita di sé, lo straniamento. “Essere sacro, la tua pace d’oro/spesso ho turbato, una divina pace./ Hai saputo dolori più profondi/e segreti del vivere: da me/ Dimentica, perdona”. Ma né, gli uomini, né gli dei gli perdonarono di aver infranto l’armonia originaria col rappresentare l’esistenza umana come condizione d’esilio, di perdita, di “segno puro, segno di nulla”. “Imperdonabili” sono i poeti e gli artisti tutti per il fatto di turbare “la divina Indifferenza” e svelare agli uomini il segreto del Sileno: “Meglio sarebbe non essere mai nati”. Per Giorgio Caproni, il compito del poeta è “imbrogliare le carte/far perdere la partita”. Ricominciare il gioco da dove era finito. In Palingenesi- “Resteremo in pochi/ Raccatteremo le pietre/e ricominceremo”. E l’unità ricomposta nell’attimo poetico tornerà a scindersi e a produrre altra poesia per ristabilire l’ordine.

Anna Vasta

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