Patrie poetiche recensito da Maria Cristina Casoni

PATRIE POETICHE, LUOGHI DELLA POESIA CONTEMPORANEA
di Elisabetta Pigliapoco

Ci sono parole che, più di altre, nell’attraversare i secoli, partecipano della stessa natura di quella “giovinezza dei popoli come ricca vecchiaia”1 di pavesiana memoria.
Il termine Patria custodisce tradizioni profondamente radicate nella geografia di quei popoli e, al contempo, si rinnova ogniqualvolta venga associata a quei luoghi fisici o mentali di cui ci si riconosca figli.

Patrie poetiche – Luoghi della poesia contemporanea è la raccolta di saggi critici curata dalla giovane studiosa Elisabetta Pigliapoco per le edizioni peQuod di Ancona (pp.191, € 18,00): nato a margine del convengo urbinate sui “luoghi dei poeti” del 2009, il volume si propone di indagare il tema del luogo nella poesia contemporanea. Ad ispirare la scelta del titolo è la frase che Vittorio Sereni riferisce all’amico Bertolucci quando, all’indomani della pubblicazione del suo Viaggio d’inverno, usa l’espressione “avere una patria poetica, esserne il sovrano”, per sottolinearne l’approdo ad una maturità poetica in cui il tema del luogo, a partire dalle amate colline di Casarola, potesse diventare luogo di poesia, oggetto di trasfigurazione poetica, libero da una altrimenti restrittiva “connotazione geografica”. Il libro, d’altro canto, viene da un anno di celebrazioni sull’Unità d’Italia, in cui ci si è riappropriati anche del termine, patria, che tra l’altro qui, non a caso, è al plurale; lo si è celebrato, ripensato e, nonostante esso vada in tutt’altra direzione (rispetto ad un qualsivoglia intento commemorativo), si avverte una certa familiarità con questa espressione, con l’idea di un luogo che rappresenti, che sia profondamente proprio, su cui esercitare, appunto, una sovranità.
Il sottotitolo – Luoghi della poesia contemporanea – non offre comunque il fianco a pericolose divagazioni sul tema delle Patrie. L’intenzione è chiara: il luogo ha a che fare con l’aspetto fondativo del processo creativo, è già dentro lo sguardo del poeta che percepisce la realtà che lo circonda e stabilisce con essa un dialogo incessante in cui entrambi ridefiniscono se stessi e conquistano una nuova identità. La fenomenologia di ascendenza husserliana rende ragione di un orizzonte entro cui trovi spazio la varietà dei nodi generati filologicamente da quell’archetipo: da raffigurazione realistica a metafora della condizione umana, da radicamento a spaesamento, da ripiegamento intimistico a luogo dell’anima, vera patria poetica, della quale varrà la pena ricordare la derivazione attributiva da quel terram patriam che, in quanto tale, è in ogni luogo in cui i padri vengano ricordati, riportati in vita.

Patrie poetiche è anche il titolo dell’ultima sezione del libro, dedicata a quei poeti che hanno raggiunto la loro patria poetica, allo studio monografico di quegli autori che, pur nella varietà delle posizioni e nella variabilità degli esiti abbiano saldato il conto con il luogo d’origine o di elezione, sia esso una città, un paesaggio, un ricordo, custodito nella memoria, individuale o collettiva, o nella fisicità della parola. Vi trovano spazio i poeti Umberto Piersanti (su cui hanno scritto Paolo Lagazzi, Carlangelo Mauro, Alessandro Puglia), Attilio Bertolucci letto da Lagazzi (Gabriella Palli Baroni), Massimo Ferretti (Franca Mancinelli), Francesco Scarabicchi (Massimo Gezzi), Franco Loi (Norma Stramucci). Con efficacia il titolo di questo volume apre metonimicamente alla varietà delle esperienze poetiche ed alla loro implicazione con un concetto, quello del luogo, che nelle Marche (sede del convegno) non può non evocare l’etimo della pluralità e la scelta della residenza (nella convincente risemantizzazione che il poeta Franco Scataglini ne fece negli anni Ottanta).

Risalendo l’indice, la seconda sezione del libro “Mappe e ricognizioni” offre una riflessione sulla fenomenologia del luogo nella poesia, con particolare attenzione al secondo ‘900 (con i contributi di Gualtiero De Santi, Bianca Garavelli, Alessandro Moscè e la stessa Pigliapoco), come per rispondere al dilemma “se quella poesia è tale perché insiste su quel luogo o non piuttosto quel luogo esiste perché così è stato ricostruito da quella poesia”, nella efficace quaestio posta dal critico modenese Roberto Galaverni , presente nella prima parte del libro centrata sul binomio “Luogo come identità”; insieme con Galaverni, sono qui presenti Alberto Casadei (che ripercorre la storia della letteratura seguendo i topoi del luogo) e Salvatore Ritrovato (che ne valuta il valore politico, di trasformazione).

 Il luogo è dominio della geografia, o della physis, o della paesaggistica in cui peraltro lo spazio è ordito dall’uomo, è “quel tratto di natura visto con gli occhi della cultura”, nella felice espressione coniata dal critico Remo Pagnanelli, in un lavoro molto acuto sul modo in cui la nozione di natura in Leopardi abbia influenzato i poeti del ‘900 nelle Marche, citato, peraltro, da Elisabetta Pigliapoco nella sua introduzione.
Ma quando il luogo diventa universo poetico, materia di poesia, entra in interazione con la storia, con il tempo, il tempo del ricordo, dell’infanzia, di un mondo perduto, di memorie familiari… Più volte, nei saggi del libro, compare il contributo di Dionisotti2 alla definizione del fare letterario lungo le direttrici della geografia e della storia, come a voler contrastare l’astrattezza di un approccio critico che prescinda dal luogo, anche fisico, e dal suo potere generante.

Nessuno riterrebbe localistico il senso d’appartenenza di Zanzotto a Pieve di Soligo, o di Bertolucci a Casarola, presenti, nel loro statuto ontologico, per generazioni di lettori, che hanno imparato a conoscere i poeti anche nel loro forte senso di radicamento nel luogo.
La stessa considerazione varrà per il respiro, a tratti asfittico, della provincia marchigiana in Volponi, come pure in Ferretti, evocata, magari, con il timore della marginalità, con la rabbia dell’abbandono. Nelle Cesane di Piersanti, nell’Ortona di Scarabicchi è il tempo ad innestarsi, con prepotenza, nello spazio protetto dell’origine e, quindi, a scandire i passi verso la consapevolezza dell’irrimediabilità. I Luoghi persi di Piersanti, la prima raccolta einaudiana del 1994, sono i luoghi dell’origine, la casa paterna, popolata di figure familiari, ormai perdute e, perciò, rievocate nella memoria: essi rappresentano un altrove di pienezza esistenziale la cui distanza dall’oggi è incolmabile, remota. Mentre nell’ultimo L’albero delle nebbie emerge più drammatico il dissidio tra l’azione corruttrice del tempo e la poesia che tenacemente vi si oppone.

Nel caso di Scarabicchi l’infanzia felice del poeta, dissolta nel vulnus dell’orfanità, popola una geografia simbolica e interiore fatta di luoghi che nel momento in cui sono nominati e, dunque, riconosciuti, sono oggetto di un doloroso, mai però nostalgico, recupero memoriale e così il colloquio con il passato diventa poi anche inquieta interrogazione nel presente. In Loi, infine, è l’uomo stesso, pur colto nel suo existere lungo le coordinate spazio-temporali, fortemente connotate, della Milano fotografata e pronunciata, il vero luogo entro cui si muove la lingua poetica.
Si profila, allora, un’altra fisonomia del luogo, che non si definisce solo in praesentia, ma anche in absentia, come oggetto della negazione, che “esiste anche per cancellazione”, nell’efficace espressione di De Santi: non un non-luogo, avverte la Pigliapoco, ma una “perdita del luogo” che innesca il movimento della ricerca di senso, a partire da un punto di vista privilegiato, quello dell’albero sradicato che tende le sue radici al cielo infinito e, fuor di metafora, quello deraciné del poeta esiliato dalla vita o dalla felicità. Una condizione, quella dell’esilio, per certi versi ottimale, parafrasando il premio Nobel Brodskij, citato altrove da Galaverni3, perché indurrebbe ad una rinnovata “disposizione creativa”, che trae forza dal rapporto esclusivo con la lingua (forse la prima delle Patrie poetiche).

 Non facile il lavoro di collazione in questo volume di saggi che, con più volte esplicitata convinzione, accoglie le più varie facies che il luogo ha assunto nella poetica delle singole voci, così come nell’interesse della critica; gettando uno sguardo al contesto nel quale si muove questo libro si noteranno, oltre all’impegno della stessa Pigliapoco, non nuova agli studi sulla letteratura e la poesia, in ispecie delle Marche, Galaverni4, Moscè5, Ritrovato6, presenti, tutti, anche in questa antologia critica.
D’altronde l’affermazione della rilevanza in dimensione storico-geografica del luogo, in quanto soggetto d’intertestualità letteraria, denuncia una significativa inversione di tendenza rispetto alla destrutturazione avanguardistica ed alla interpretazione più rigida della procedura di analisi strutturalista.
Questo libro nasce da un dibattito in cui è forse più facile riuscire a cogliere, sia nella varietà delle posizioni, che nella variabilità degli esiti, il legame con quella tradizione poetico-letteraria che fornisce esiti alquanto convincenti nella poesia italiana contemporanea.

MARIA CRISTINA CASONI

 

1 Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Einaudi, Torino, 1936.
2
 Carlo Dionisotti, Geografia e storia della letteratura italiana, Einaudi, Torino, 1967.

3 Robero Galaverni, Il poeta è un cavaliere Jedi, Fazi, Roma, 2006.
4 Roberto Galaverni, I luoghi dei poeti, Palomar, Bari, 2001.
5 Alessandro Moscè, Luoghi dl Novecento, Marsilio, Venezia, 2004.
6 Salvatore Ritrovato, Dentro il paesaggio. Poeti e natura, Archinto, Milano, 2006.

 

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