Il tempo “cupo” eppure “gentile” del giovane Piersanti

Recensione del romanzo di Umberto Piersanti, Cupo tempo gentile (2012)

A cura di Milena De Luigi

Colpiscono il titolo e l’immagine di copertina dell’ultimo romanzo di Umberto Piersanti, uscito qualche mese fa per la casa editrice MARCOS Y MARCOS. In genere le fotografie degli anni della contestazione sono in bianco e nero o a colori, nel primo caso fortemente contrastate e cupe, nel secondo ottemperanti ad una ricerca di oggettività di tipo giornalistico. La foto che invece compare sul libro di Piersanti ha una patina color seppia che, in un certo qual modo, “ingentilisce” i volti, i cartelli, i megafoni, la folla potenzialmente minacciosa di quegli anni. Per quanto riguarda il titolo, “Cupo tempo gentile”, c’è da osservare che la parola “tempo” è collocata tra due aggettivi fra loro opposti, di cui il primo, “cupo”, si trova in posizione significativamente predominante in quanto posto all’inizio, a gettare lunghe ombre sull’epoca in cui il romanzo è ambientato, la fine degli anni Sessanta. “Gentile” tuttavia, il secondo aggettivo, essendo collocato in clausola, funziona da detonatore, evocando un alone di nobiltà che riduce la pesantezza e oscurità dell’attributo precedente, recando con sé la memoria di tutta un’antica tradizione letteraria, inaugurata dal bolognese Guido Guinizzelli con la canzone Al cor gentile rempaira sempre amore e portata a compimento dal giovane Dante della Vita Nova. Umberto Piersanti, oltre che romanziere è poeta e questa tradizione poetica scorre nelle sue vene fin da ragazzo, da quando si è affacciato agli studi nella splendida città rinascimentale di Urbino.

E proprio Urbino è il luogo dove avvengono le vicende fondamentali narrate nel romanzo, di chiara matrice autobiografica. La Urbino del prima e del dopo: prima e dopo la cosiddetta “Rivoluzione culturale” del ’68 (nel romanzo si parla precisamente del ’67), che portò dovunque ma soprattutto nelle aule universitarie le immagini trionfanti della Lunga marcia di Mao, del mitico Che e, ahimè, del dittatore sovietico Stalin. Quello che Urbino e soprattutto i suoi dintorni, le campagne, il mare, i monti erano prima, rimane nella mente del narratore – autore come una “Patria” certa e felice, a fronte di un futuro gravido di attese di rinnovamento, ma estremamente incerto e contraddittorio.
Il mito e la storia cozzano continuamente fra loro nel romanzo. Andrea, il protagonista, alter ego del giovane Umberto Piersanti, è un venticinquenne studente di Lettere, in procinto di completare la sua tesi su Montale. Troppo irresoluto per uscire dalle aule universitarie, ma anche troppo maturo e razionale per credere alle melanzane miracolose del contadino di Mao, vive continuamente sulla soglia dell’un mondo e dell’altro. Quando dai discorsi sulla necessità di una presa di potere violenta anche se transitoria del proletariato, si passa ai fatti, alle risse, alle percosse inevitabilmente ingiuste, come saggiamente gli ha sempre spiegato suo padre, fedele all’ideale di una democrazia anche “formale”, un imperativo morale potente lo spinge lontano verso i suoi fiori, le piante, i luoghi della sua infanzia edenica e assolata. Sulla pagina si accampano allora una vegetazione insolita, marina e campestre, fatta di favagelli, tamerici e ginestre e spuntano nomi di località arcaiche e arcane, non solo le adorate Cesane, ma ‘Ca Mandorlo, San Cipriano, i monti Catria, Petrano e Nerone, la baia Flaminia:“quella natura come sempre impermeabile ai frastuoni della polis, al di là e al di sopra (p. 67)”.

Eppure, se accade che un “compagno” fiducioso lo chiami e gli dia un ruolo di responsabilità magari commissionandogli un po’ di elegante e convincente propaganda in un polo universitario grande come Milano, un impeto istintivamente rivolto verso il nuovo lo prende, una forza centrifuga lo spinge lontano dal baricentro di sempre, verso un “ignoto” che sia comunque migliore del noto; e allora parte, con entusiasmo e convinzione: “Sì, Andrea era tormentato e confuso, ma la voglia di fare qualcosa, di ‘agire’, più forte d’ogni dubbio (p. 9)”.
Ma come nella caccia infernale dell’Inferno dantesco e della novella boccacciana di Nastagio degli Onesti, la scena si ripete: la violenza si riaffaccia, sorda, cupa e fa orrore allo studente lucido e coraggioso nell’osservare le contraddizioni di qualunque dittatura, nel richiamare le parole controcorrente spese da Pasolini in onore dei poliziotti, veri proletari a fronte degli studenti borghesi nel drammatico episodio di Villa Giulia e nel ricordare a tutti il sacrificio del giovane cecoslovacco Jan Palach contro i carri armati russi in nome della libertà.
Istinto e razionalità dunque, passione e riflessione, spinta originaria verso un universo naturale edenico e ritorno alla vita della polis.

Questa sorta di tensione opposta si manifesta a livello formale nell’alternanza di uno stile lirico – del resto i Canti di Leopardi sono tra le letture preferite di Andrea – prevalente quando il narratore il cui punto di vista coincide con quello di Andrea, descrive la natura (come nell’incipit del romanzo, “Il vento veniva giù dalla pineta e si rompeva contro le immense vetrate dell’aula posta sopra il grande giardino che dicembre aveva spogliato d’ogni verde”, p. 1) e di uno stile medio e talvolta basso, quando viene riportato l’eloquio di Andrea e quello dei suoi amici, il primo sempre lucido e misurato, almeno nei dialoghi, il secondo, piatto e retorico nella petulante e talora minacciosa ripetizione degli slogan del movimento.

Un altro elemento fondamentale del romanzo è quello dell’attrattiva verso l’universo femminile, ampio e variegato, che si può incontrare in università come altrove. Una rivoluzione, questa sì, benedetta, come quella della minigonna, consente ad Andrea, di ammirare ed immaginare panorami altrimenti negati; come quelli delle partecipanti ai collettivi dell’Aula VI, studentesse poco più che ventenni dalla bellezza sfacciata come Luisa o trentenni coniugate ma desiderose di continuare gli studi come l’affascinante Giulia. Creature che appaiono nel suo orizzonte in un attimo preciso del tempo nella loro sfolgorante bellezza e che Andrea immediatamente vuole portare “fuori dal tempo”, sui pendii delle Cesane o in qualche baia inaccessibile. Come accade con Luisa che, ad Andrea “stupito e commosso” appare “la dea che scivola tra l’acque o l’Esterina di Montale che s’allontana nuotando (p. 82)”. Per Andrea “ogni donna è unica e irripetibile (p.81)”, il suo motto “Se ci faccio l’amore è meglio, se non ce lo faccio è stato sempre un bel giorno” (p. 82). Ma tali emblemi del femminino, eterei e carnali insieme, nel giro breve di qualche ora o settimana, se ne vanno, riprendono la trama consueta della loro esistenza, per volontà loro o dello stesso Andrea, pronto mestamente a dire, dopo alcuni momenti splendidi, che “il viaggio era finito, che si stava rientrando nella cronaca dei giorni (p. 47)”.

Quando poi gli accade di trovarsi coinvolto in un intenso rapporto con una sua alunna dell’istituto magistrale dove gli è stata offerta una supplenza, pur acceso da un desiderio molto forte, non riesce e non vuole varcare la soglia di quello che sente come un giusto “decoro”, non tanto esteriore quanto interiore: una volta, accettato l’invito di Serena a casa sua per una festa di carnevale, lei “lo portò per mano fino a un divanetto, la bocca vicinissima: e lui la baciò rapido e come impaurito”(p. 128). Ma pochi istanti dopo, razionalizzata la situazione, “Non è proprio il caso – gli scatta il pensiero – che sto ad aspettare qui” . E si sente ” terribilmente vecchio tra tutti quei ragazzini, vecchio e fuori posto”, pur avendo in fondo solo venticinque anni: “Ma lui era il più grande ed era il professore (p. 129)”. Così riprende sollecito e solo la strada per Urbino.
Dopo questi ed altri mesti ritorni, la soglia del reale diventa quella amata, ma tenuta un po’ a distanza, dei suoi genitori o ancora dell’Aula VI ma anche quella del vagone di un treno, pronto a ripartire per una causa in cui credere nuovamente, per un amico con cui parlare di arte, o per un amore, nuovo o vecchio, da inseguire.

Inguaribilmente decadente per alcuni, reazionario per altri, sapiente e garbato oratore per tutti, Andrea un giorno trova la giusta rivoluzione da compiere: unire le forze per consentire ad Elvira, una ragazza delle superiori rimasta incinta, di continuare a frequentare la scuola contro la decisione ciecamente oscurantista del preside. Lì i dubbi svaniscono come le nebbie al sole: lì non ha paura di affrontare tutto e tutti. E i soliti Cavani, Gianni e Vanni ora sono davvero compagni. “Questa è una cosa importante, vicina e concreta (p. 197)” riflette Andrea . Lì e solo lì il cupo tempo si fa davvero gentile.

Diversamente, “Bello girare tutta la vita dentro il bosco e non tornare a casa, passare nell’altro greppo, nell’altra macchia, dormire in qualche casa rotta e poi riprendere la strada. Dimenticare gli umani e le faccende (p. 222)”. Sono e sempre ritornano “i luoghi persi” del primo e di tutti i volumi poetici della memorabile trilogia einaudiana.

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