Cupo tempo gentile: recensione di Filippo Davoli

Pubblichiamo la recensione di Filippo Davòli sul romanzo di Umberto Piersanti “Cupo tempo gentile” (Marcos y Marcos).

Umberto Piersanti è un poeta che ha sposato la classicità senza diventare classicheggiante; che ha difeso e proseguito – non solo teoricamente, ma soprattutto attraverso la propria scrittura poetica – il fiume del grande stile che attraversa i secoli, senza cedere alle sirene iconoclaste (e furbe) della Neoavanguardia.

Umberto Piersanti è anche un capofila. Della poesia nelle Marche, per esempio. E se non lo è nel senso di rivendicazione di un ruolo-guida, senz’altro lo è per l’intelligenza e la generosità con cui, negli ultimi quarant’anni, ha permesso che le biglie di questa nostra ricchissima regione tornassero – o addirittura cominciassero – a girare insieme, pur rimanendo ognuna nella propria marca, nella propria cifra. Umberto Piersanti è anche un uomo intellettualmente onesto. Che non è poco, di questi tempi.

Da un poeta intellettuale così ci si può aspettare di tutto (lo dico in senso buono, ovviamente); ci si può aspettare, cioè, che nonostante sia un uomo di ricerca e di studio, sappia riconoscere che c’è un’invalicabilità che il logos non può far propria in alcun modo.

Ci si può aspettare che, senza rinunciare alle pro-vocazioni della cronaca, senza obliare i quesiti che ogni aspetto, in ogni ambito della nostra esistenza, forniscono; senza sottrarsi a tutto ciò che ricoeurianamente “dà da pensare” (o che, ancora di più, “è” da pensare…), non abbia paura di ammettere che esiste anche un’ineffabilità dell’esistere e nell’esistere: qualcosa che ci sovrasta e ci supera, anche laicamente intesa, non necessariamente e solo trascendente. Qualcosa da cogliere in maniera altra, rispetto all’ideologia o al canone del giudizio. Che, se da un lato rivendica una militanza intera, vissuta, partecipata, finanche pagata nell’esperienza quotidiana, dall’altro obnubila la complessità e la grandezza e il mistero dell’umano. Che non sono a tinta unita; che non conviene leggere con la lente tranchant di un manicheismo di ritorno. Ma di fronte alle quali – come sempre fa o dovrebbe fare un poeta – c’è da mettersi in silenzio ed ascoltare quello che la vita ha da dirci.

È solo facendo così che un tempo cupo è anche un tempo gentile. Il titolo di questo splendido nuovo romanzo di Umberto Piersanti – dagli argomenti così vicini a noi, ma anche così ormai incredibilmente distanti – a mio parere non ha valenze ossimoriche: non è un espediente retorico e non rappresenta la volontà di essere pro e contro contemporaneamente. Quel tempo – come ogni tempo complesso, peraltro – è stato davvero cupo e davvero gentile. Proprio come l’uomo, ogni uomo, che conserva in sé la facoltà di interpretare sé stesso, gli altri e il mondo, e che quando lo fa scopre pure che la sua dicibilità è limitata. Che non può com-prendere tutto quanto, che necessariamente deve ammettere di essere nell’essere, ossia di non essere tutto l’essere: sembra un panegirico di pura teoria, e invece è la base per difendersi da ogni dittatura. Politica, culturale, ideologica, etc.

Dicevamo di questo tempo cupo e gentile. Ci è piaciuto moltissimo il personaggio Andrea Benci, che sembra d’altri tempi per il legame viscerale che ha con i propri valori familiari e tradizionali; questo Andrea-Umberto che non ha paura di pensare il presente senza per questo demolire il passato; questo ragazzo urbinate, prossimo alla laurea su Montale, che riconosce oltre a lui la grandezza di Luzi, Bertolucci, Sereni, Caproni, insomma quello che dicevamo prima: la poesia che si dà oltre l’ideologia, oltre la volontà di dire. La poesia che, prima di obbedire a un topos sa aprirsi a un atopos; che non pretende di giudicare ma giudica nel proprio farsi (poiein); e che esprime un giudizio che è essenzialmente amorevole, amoroso, accogliente. Anche quando lascia tralucere il dolore e la morte. Si tratta di un amore com-passionevole, di una bellezza che va ben oltre la superficie, di un linguaggio nel linguaggio che attinge alle profondità. E che merita – ma dopo, solamente dopo – di essere pensato.

Andrea frequenta il Movimento studentesco, perché sa che ci sono cose da cambiare, si rende conto che il monolite ereditato dai secoli e ultimato dalla tragedia fascista va aggiornato. Ma a quale prezzo? Conviene davvero tagliare la zizzania insieme al grano? È davvero opportuno e giustificabile che, in nome di un’ideologia, tutto quello che essa si porta appresso debba essere accolto come cosa buona e giusta? È così che Andrea aborrisce l’idea del 18 politico agli esami universitari, o la degenerazione che lega la protesta al successivo avvento della violenza, o le contraddizioni vistose tra marxismo e stalinismo, la dicotomia imbarazzante tra fratellanza proletaria e i regimi comunisti nel mondo. E un po’ come Metello – così felicemente umano, nelle parole di un altro grande poeta del Novecento oggi incredibilmente rimosso e dimenticato come Vasco Pratolini – Andrea Benci non sposa la rivoluzione come unica dimensione della propria esistenza. Si rifiuta di distruggere il suo mondo, le sue Cesane (che, al pari di una luna leopardiana o di tutte le altre lune, fino a quella del Pessoa de “I licantropi”) sanno evocare il senso (ineffabile ancora ma anche, contemporaneamente, simbolicamente colmo, compiuto) dell’intera esistenza, della supremazia dell’uomo sul sabato (cito il Vangelo…), della bellezza e della difficile semplicità della “rima fiore/amore”, delle belle donne che

Andrea nota e non disdegna – tempo sottratto alla lotta, dicono i suoi compagni del Movimento. Ma peggio di loro, che sono comunque personaggi di un romanzo (peraltro moltro prossimo alla realtà), i critici militanti e realmente esistiti che stroncarono senza pietà Metello (e non solo lui, non solo Pratolini…) avvelenando le poetiche di una generazione e, a ben guardare, provocando quel “grande guazzabuglio furbo” che è stato la Neoavanguardia, punto di non ritorno da cui origina la degenerazione che abbiamo sotto gli occhi.

Non voglio prolungarmi oltre. Non serve. Chiudo auspicando che la bella lezione – di stile, di onestà intellettuale e di umanità – di Umberto Piersanti possa significare non solo un apax ma una concreta possibilità di rinascita.

Filippo Davoli

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