Intervista a Giulia Massini

Giulia Massini

Giulia Massini è nata a Fabriano nel 1980 e vive a Bologna, dove ha conseguito il dottorato in Italianistica nel 2010. Nel 1997 ha vinto il “Campiello Giovani” per la Regione Marche con il racconto lungo L’amore verrà. Nel 2004 ha pubblicato con Pendragon il romanzo Le voci sotto, migliore opera prima al Premio Frignano 2005. Nel 2010 ha dato alle stampe il romanzo fantastico Il posto che chiami casa (affinità elettive) e nel 2011 il saggio La poetica di Rodari. Utopia del folklore e nonsense (Carocci).

Come è nata l’idea di scrivere il fantasy La terra sul filo di seta (Ladolfi 2013)? Un genere, il fantasy, poco frequentato dagli scrittori italiani. Secondo lei, perché, ancora oggi, in un’epoca sempre più globalizzata?

A un narratore appassionato, il fantasy offre risorse inesauribili: è il confronto con un’esperienza creativa completa, soddisfacente, stilisticamente ludica e divertente. Nel fantasy l’immaginazione corre sfrenata, non conoscendo i limiti oggettuali della realtà; questo significa assenza di ostacoli narrativi per chi racconta: un arco magico, ad esempio, consente di scacciare gli spiriti malefici. Il fantasy è pura materia letteraria con cui plasmare congegni verosimili, di limpidezza cristallina e perfetta funzionalità. Non per questo, tuttavia, il fantasy rinuncia a raccontare la vita: usa il linguaggio arcaico, poetico e drammatico, che è tipico del mito, ha il fascino folcloristico ed emotivo delle suggestioni soprannaturali, ha la chiarezza e la semplicità dell’allegoria e del discorso simbolico e ha in sé molti elementi d’intrattenimento della letteratura di genere: la paura dell’horror, l’inquietudine per l’incomprensibile del fantastico, la magia della favola e un certo gusto del canovaccio interpretativo solido e rassicurante. È inoltre un genere poliedrico e fortemente contaminato. Accoglie in sé l’epica guerresca, per esempio e, aspetto ancora più interessante, si lega strettamente al romanzo di formazione. Nella vita dell’uomo comune improvvisamente chiamato a schierarsi per una sorte migliore, scendendo in battaglia contro il malvagio e l’imponderabile, c’è a ben vedere la parabola d’ogni esistenza e di ogni compiuto destino. Ha inoltre una grandissima forza popolare: non è un caso se il più grande fenomeno letterario di tutti i tempi è rappresentato da un fantasy. Tra il 1997 e il 2007 Harry Potter ha venduto circa 450 milioni di copie. E il suo enorme successo è largamente dovuto all’eredità di un raffinatissimo oggetto letterario, di afflato epico e di accuratezza filologica e glottologica come Il signore degli anelli. Credo che la trilogia che il professor J. R. R. Tolkien scrisse tra il terzo e il quarto decennio del ‘900 sia una delle opere più luminose e ispiratrici per la cultura letteraria, per il cinema, l’intrattenimento tecnologico e la fantasia del mondo occidentale contemporaneo. In Italia possiamo a ragione affermare che il fantasy non è un genere ampiamente praticato, come in generale possiamo dire che la linea magico-fantastica (che pure annovera scrittori di grande calibro come Collodi, Landolfi, Rodari, Calvino) sia in netto svantaggio rispetto a una narrativa di stampo realistico; eppure non meno forte è la richiesta di fantasy e molti giovani autori danno prova di saper rispondere alla domanda. Penso al successo di Licia Troisi e al grande numero di esordienti che si cimentano in questo campo. Il fantasy è un genere che probabilmente oggi si trova all’apice della propria parabola.

Quale letteratura preferisce? Quella di stampo anglosassone? Faccio riferimento anche al suo ultimo romanzo Il posto che chiami casa (affinità elettive 2010).

Come nel precedente romanzo, d’impianto horror psicologico e fantastico, anche in questo mi sento in debito con la letteratura anglosassone. Ne Il posto che chiami casa il retroscena letterario s’ispirava al magistero di grandissimi scrittori particolarmente a loro agio nel campo del cupo e dell’inquietante, del terrorizzante e del macabro: Edgar Allan Poe, Howard Phillips Lovecraft, Ambrose Bierce, Mary Shelley, Bram Stoker, Bret Easton Ellis, Donna Tartt. In questa materia dove mi cimento spesso, anche con racconti più brevi, mi sembra di poter concentrare, da un punto di vista narrativo, tutta l’indignazione che nutro, a livello umano ed esistenziale, nei confronti di una realtà realisticamente feroce, misera e incomprensibile, come quella che stiamo vivendo. In ogni caso non bisogna dimenticare che il mondo anglosassone non è il solo a offrirci l’esempio della grande letteratura fantastica: anche l’Italia ha notevoli maestri, come l’insuperato Tommaso Landolfi. Se poi compiamo un salto di genere dovremmo annoverare la forza immaginativa delle opere cinematografiche di autori come Mario Bava, Dario Argento e Pupi Avati. Il discorso è diverso invece per La terra sul filo di seta, che si rapporta con i grandi modelli della letteratura fantastica inglese: Tolkien, Rowling, Pullman, Lewis, Pratchett. Forte e vincolante il riferimento culturale che diverse opere nel cinema e nella letteratura hanno a mio parere con un libro che io stessa più e più volte ripercorro ormai da anni, da quando ho cominciato a muovere i primi passi nel mondo della lettura, ossia il capolavoro del nonsense e dell’assurdo di Lewis Carroll: Alice nel paese delle meraviglie. Le avventure di Coko, protagonista de La terra sul filo di seta, racchiudono in sé come in un mosaico quelle che per me sono state le più emozionanti esperienze di lettura fantasiosa e favolistica: le battaglie del Signore degli anelli, il giardino dei fiori cantanti di Lewis Carroll, la magia dell’oggetto magico fiabesco, la solitudine tipica degli eroi come Harry Potter destinati a intraprendere imprese spaventose facendo affidamento sulla sola forza del proprio ingegno e sul motore emotivo della meraviglia.
Ha pubblicato inoltre
La poetica di Rodari (2011) con l’editore Carocci. Che influenza ha avuto nei suoi studi e nelle sue passioni la letteratura dell’utopia, più che dell’infanzia?

L’utopia è lo sforzo d’immaginare un mondo migliore. E siccome questa potrebbe essere anche una condivisibile definizione della letteratura, potremmo quasi dire che la letteratura stessa sia tutta utopica. È nell’ottica di un pensiero utopista che ho studiato il Gianni Rodari de La poetica di Rodari per descrivere quella che, a mio parere, è la sua maggiore forza: la capacità di concentrare nella scrittura la convinzione gramsciana che l’uomo è libero di pensare che una società etica e giusta è a portata di mano, è appannaggio di una mente pensante, per cui occorre agire in prima persona per trasformare le più piccole cose, al fine di prenderla e conquistarla. Su “Paese Sera”, nel 1970, Rodari scriveva: «Crediamo nel valore educativo dell’utopia, passaggio obbligato dall’accettazione passiva del mondo alla capacità di criticarlo, all’impegno per trasformarlo». È questo il nervo della fantasia: un’utopia fondante e filosofeggiante. In tale senso la letteratura che più amo, che nel tempo ho approfondito anche accademicamente (mi sono laureata sul Calvino fantastico, prima di intraprendere gli studi di dottorato su Gianni Rodari), ha una forza interpretativa molto forte. L’utopia non è evasione: è una critica feroce allo stato delle cose che elegge nella fantasia il più forte alleato contro lo squallore del secolo. Osserviamo la sua forza interpretativa forse ancora meglio nel genere a essa complementare, cioè nella cosiddetta distopia: nei torrioni in fiamme di Blade Runner, nella limitazione della libertà di pensiero in 1984, c’è, sottosopra, una società di devastante disumanizzazione che il pensiero letterario desidera fortemente ri-umanizzare.

Quali progetti narrativi e saggistici ha in cantiere?

Ne La terra sul filo di seta le atmosfere del fantasy sono messe in relazione con un altro campo di riflessione che affronto ormai da anni: l’approfondimento della cultura orientale, con la sua filosofia inedita e straniera. Sto scrivendo un romanzo che parla della credenza orientale secondo la quale la perseveranza può compiere un destino di crescita e realizzazione personale, anche nel caso di difficoltà estreme. E’ la storia di una ragazza che, concentrandosi sullo studio delle arti marziali, riesce a guadagnare la libertà fisica e mentale che per natura non ha ricevuto. Così come Coko, che impara il kyudo, l’antica arte giapponese di tirare con l’arco, per crescere individualmente, anche la protagonista del nuovo romanzo affronta la disciplina, la difficoltà e l’estrema bellezza delle arti marziali per raggiungere una consapevolezza, una certezza che possano insorgere in lei, un domani, anche senza la pratica delle arti stesse. Per il pensiero orientale l’arco è solo un pretesto per qualcosa che potrebbe comunque “accadere” anche senza scoccare una freccia: una folgorazione, una totale immedesimazione e comprensione dell’esistenza, seppure momentanea. È sempre straordinario quando la letteratura riesce a raccontare l’epifania e la scoperta di ciò che Montale chiamerebbe “smagliature nella rete”.

Come definirebbe l’universo dell’editoria italiana?

L’editoria italiana è articolata in una serie di piccole imprese, che, come una flottiglia dispersa in mare aperto, sta affondando a causa delle devastanti ondate di una crisi economica che, come è logico, hanno colpito duramente i settori e gli apparati più fragili quali gli strumenti culturali. E anche laddove queste piccole case editrici riescono in qualche modo a rientrare in porto, pubblicando i propri titoli, magari a spese dell’autore stesso, esse non hanno la capacità di diffondersi capillarmente nelle librerie. Gli editori sempre più raramente hanno denaro da investire per segnalare il libro alla stampa, per farlo pervenire ai premi letterari giusti e alle sedi critiche adeguate, così che il libro finisce per rivelarsi sostanzialmente inesistente, scomparendo peraltro dalle poche librerie in cui è presumibilmente rimasto per un tempo brevissimo (normalmente il numero di copie stampato non supera il migliaio). Altro panorama invece si apre per gli editori medi o grandi che dispongono di grosse compagnie di distribuzione, ma anche qui i mezzi pubblicitari si dimostrano fondamentali per far sì che un libro distribuito sia anche venduto. Sono questi editori che preferiscono puntare su titoli da bestseller, di spessore culturale nullo, per non azzardare una produzione invenduta. In questo modo però abbassano il livello della richiesta culturale popolare, che resta inconsapevole di poter aspirare a opere più soddisfacenti.

Alessandro Moscè

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