‘Vedere senza guardare’ di Chiara Maranzana

Vedere senza guardare

Non saprei dire quando venni a conoscenza del fatto che sto per raccontare, e a dir il vero non ricordo neanche il motivo per il quale venni resa partecipe di questo aneddoto, fatto sta che ciò accadde e di questo posso esser certa perché si focalizzò così a fondo nella mia memoria da sembrarmi quasi d’averlo vissuto sulla mia propria pelle.
Era il 1945 e io vivevo con la mia famiglia in un’umile casa nel paesino di Nimis, nel mezzo del Friuli Venezia Giulia. Erano ormai quattro anni che la guerra era incominciata ma in Italia si iniziò a percepirla solo tre anni dopo lo scoppio effettivo. L’orda straniera, che avrebbe dovuto esser nostra alleata, era scesa su di noi silenziosa come un’ombra e ci aveva sopraffatto nella notte. Ricordo di aver visto vari ragazzi, nostri vicini, scappare verso i monti, con null’altro che un piccolo fagotto in mano. Avrei poi scoperto che valenza dare al termine partigiano, ma in quel momento, nell’attimo in cui i miei occhi incontrarono i loro, Tonino mi fece cenno di tacere e nel tempo che io sprecai a sbattere le palpebre si erano già dileguati nella notte completamente nera.

Con il tempo ci abituammo al dominio tedesco, eravamo così inermi, disorganizzati e vigliacchi da non aver la forza di reagire, ci eravamo adagiati a terra, fingendo d’esser morti e sperando che l’agonia che ci circondava fosse rapida ed indolore, ma così non fu. I tedeschi si appropriavano delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre vite e noi tutti ci sentivamo come quelle canne che circondano le paludi, sottili, piegate, sferzate dal vento e dalle acque dell’acquitrino, finché non diventano molli e affogano pian piano, marcendo. I giorni si susseguivano tutti uguali, uno dopo l’altro, così come le notizie, anch’esse pallida similarità l’una dell’altra, finché una sera, inspiegabilmente, i tedeschi iniziarono a ritirarsi. La notizia fece velocemente il giro di tutto il paese e la notte passò al ritmo dei nostri cuori che sembravano aver ripreso a battere, dalle nostre gote che riacquistavano colore e della nostra speranza che ritornava più agguerrita di prima. Il giorno dopo il paese era in fibrillazione, uomini in uniforme avevano iniziato a tirar fuori le persone dalle case e le allineavano in strada, come si faceva alle fiere dei cavalli. Ancora non mi ero resa conto dell’orrore e pensai frivolmente che mancava solo che ci guardassero i denti. Arrivarono anche nella nostra casa e io e la mia famiglia uscimmo senza dire una parola. Solo mio padre aveva provato a protestare ma era stato strattonato in malo modo e il tono dei soldati non era affatto amichevole, quindi li seguimmo mansueti, come dei cani seguono i loro padroni. Rimanemmo in piedi davanti alla porta di casa mentre i soldati all’interno frugavano dappertutto, portando fuori viveri e tutto ciò che avrebbe potuto essere rivenduto. La mano di mia sorella scivolò dentro la mia. La sentii tremare e la strinsi forte, come per paura che potesse volare via di lì a pochi minuti. I tedeschi iniziarono a censirci, ci chiedevano nome, cognome, anno di nascita e professione, senza capire che in un paesino così piccolo erano in pochi quelli che avevano la fortuna di lavorare. Noi lavoravamo i campi, io, mio padre e mia madre, ma le mie sorelle e mio fratello erano troppo piccoli per poter fare alcunché. Questo ai soldati non interessava, non avevano bisogno di noi come forza lavoro, quello che gli interessava era che non facessimo resistenza, che gli dessimo un posto dove poter stare e dove poter mangiare, un rifugio sicuro mentre iniziavano a spostarsi verso il confine. Niente di preoccupante, ripetevano, “wir sind freund” ripetevano, “noi siamo amici”.

Capii che stavano mentendo appena iniziarono a rastrellare gli uomini. Le donne furono costrette a rientrare in casa e i mariti vennero portati via dalle mogli, dai figli, con la falsa promessa di rientrare subito. Mio padre mi accarezzò la guancia e sparì in mezzo a due soldati, noi rientrammo in casa. Sette tedeschi rimasero a pattugliare la nostra via, per fare in modo che nessuno uscisse ma io sgattaiolai fuori dalla porta sul retro, approfittando di un attimo di distrazione di mia madre. Seguii il letto del fiumiciattolo che scorreva dietro casa finché non sentii le voci dei soldati, ridevano e parlavano a voce alta, come per far capire alle persone dentro le case che qualcosa nel loro rurale equilibrio si era rotto. Arrivammo al limitare del paese, intorno solo campi di grano alto e macerie, io dovetti fermarmi dietro il muro di una casa diroccata per non farmi vedere. Con gli occhi cercai mio padre e allo stesso tempo di capire cosa stesse succedendo ma all’improvviso i soldati si fermarono. Fecero entrare tutti gli uomini, i nostri uomini, in un cortile, circondato da un basso muro di mattoni e li misero in fila uno di fianco all’altro. Passarono diversi minuti e nulla accadde, finché non arrivò un colonnello tedesco. Entrò nel cortile, i soldati si girarono verso di lui e iniziarono discutere animatamente. Io sentii il cuore balzarmi nel petto appena vidi uno dei nostri uomini scavalcare il muretto e sparire in mezzo ai campi di grano. Gli altri strinsero le fila. Il mio respiro si spezzò, il tempo sembrò fermarsi e intorno neanche gli uccelli osavano fiatare. Tutto era immoto. I soldati si schierarono. Il silenzio fu lacerato dagli spari. Non ricordo quanto rimasi ferma, i miei occhi videro senza guardare. Videro i soldati andarsene, con i fucili in spalla, e videro i corpi stesi a terra, privi di vita, con gli occhi aperti, come a vedere i miei. Vedere senza guardare. Come i miei videro i loro, con le lacrime ancora lucide, imprigionate nella palpebre. Infine mi alzai ed entrai nel cortile. Camminai intorno a quei corpi guardando le scarpe, non avevo il coraggio di guardarli in faccia, sentii la responsabilità di essere ancora viva tra loro che non lo erano più. La vita gli era stata rubata, portata via con il più ignobile dei gesti, io non potevo ridargliela e mi sentivo in colpa per questo. Non le vidi. Le scarpe nere, logorate di mio padre non c’erano. Era lui l’uomo che aveva scavalcato il muretto svanendo nel campo di grano. Annuii lentamente, poi chinai la testa e iniziai a piangere, piansi di gioia, per lui che era salvo, e poi piansi di dolore, per loro che giacevano nella terra senza sepoltura.

Mi girai e tornai a casa, sapevo che avrei dovuto riferire ciò che avevo visto ma non sapevo proprio come avrei potuto farlo. Ero quasi arrivata a casa quando un soldato mi intercettò, mi afferrò per i capelli e mi accese un fiammifero proprio sotto il mento. Sentivo il suo alito sulla fronte, era caldo e sapeva di fumo. Mi diede uno schiaffo e mi portò sulla strada principale. Percorremmo una decina di metri e mi fece entrare in una delle case che si trovava di fronte alla mia. L’interno era fiocamente illuminato da una piccola lampada a petrolio e un uomo, seduto ad un tavolo, stava scrivendo delle lettere. Il soldato lo salutò con il braccio destro teso e mormorò qualcosa. L’uomo si alzò e congedò il ragazzo che mi aveva portato fin lì, poi mi invitò ad accomodarmi nell’unica altra sedia presente nelle stanza oltre alla sua. Io mi sedetti senza dire una parola e iniziai a fissarlo. Era giovane, poteva avere al massimo trent’anni, i capelli erano castani chiari, tagliati molto corti, la bocca sottile. I suoi occhi azzurri stonavano in quella casa semi immersa nell’oscurità ma non riuscivo a smettere di fissarli. – Cosa ci faceva fuori casa signorina? – mi chiese in un perfetto italiano, – Cercavo qualcosa da mangiare. A casa mia non c’è nulla, avete portato via tutto voi. – risposi. L’uomo si accese una sigaretta e mi guardò con aria sospettosa. si alzò e venne alle mia spalle, con una mano mi prese una ciocca di capelli, alzandola verso la luce. – Ma non lo sa che è pericoloso? I miei uomini avrebbero potuto ucciderla. – mi disse con tono amichevole, – A volte la fame fa fare cose stupide. – dissi io abbozzando un sorriso. Lungo la schiena sentii il sudore gelato che scendeva, appiccicandomi la maglietta alla pelle, anche con una luce così misera avevo riconosciuto chi aveva pronunciato la sentenza di morte nel cortile. L’uomo si inginocchiò davanti a me e mi afferrò il collo con una mano. La sua stretta era micidiale, mi sentii come intrappolata in una pressa e il respiro iniziò a venir meno. – Noi non vogliamo vedere signorine in giro, a meno che non siamo noi a chiederlo! Ha capito bene? – la sua voce era ferma, pacata, e il suo viso disteso, sereno. Io tentai di annuire ma non riuscii a muovere la testa tanto era forte la pressione esercitata sul mio collo, annaspai alla ricerca di aria e proprio quando iniziai a pensare che sarei morta lì, in quell’istante, in quel preciso momento l’uomo lasciò la presa e io caddi a terra, tossendo. L’uomo mi fece rialzare e tenendomi per un braccio mi condusse personalmente alla casa che io gli indicai come mia. Spalancò la porta senza bussare e mi scagliò dentro, facendomi rotolare sul pavimento. Mi lanciò un’ultima occhiata piena di rimprovero e se ne andò senza dir nulla. Mia madre, che aveva osservato la scena nascosta nell’oscurità, corse subito verso di me, mi abbracciò e scoppiò in lacrime. Quando si fu calmata riuscii a dirle ciò che avevo visto quella mattina e insieme decidemmo di non dire a nessuno che mio padre era riuscito a scappare, neanche ai suoi stessi figli. Quella notte feci fatica ad addormentarmi, continuavo a pensare che ero viva, ero viva, ero viva, ero viva.. Avrei potuto uscire di casa e urlarlo al mondo intero che ero viva, in quel momento, e che lo sarei stata anche dopo, che sarei sopravvissuta a quella guerra devastante e che nessuno, mai, avrebbe potuto spezzare la speranza che avevo riposto nel futuro.

Chiara Maranzana

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