Il capitale umano: Virzì inciampa nel politicamente corretto

Il capitale umano è un’amara commedia che rifugge dalle banalità e dalle stereotipie tipiche di tanta commedia italiana. Il racconto è svolto con garbo e intelligenza, i personaggi ben delineati, il tragico affiora costantemente e prepotentemente dietro la maschera del comico.

Gli ultimi venti minuti sono però decisamente banali e scontati: dal momento che entra in scena il ragazzo problematico di cui si innamora Serena, la figlia del personaggio interpretato da Fabrizio Bentivoglio, è un susseguirsi di situazioni melodrammatiche e abbastanza false, accomunate dall’intento pedagogico di dimostrare tutta la possibile malvagità dei ricchi e la tenerezza e bontà degli umiliati e offesi.

Lo scambio di persone nell’indagine che deve individuare il colpevole dell’incidente stradale che ha portato alla morte del ciclista è estremamente improbabile e farraginoso. I personaggi negativi assumono sempre più un aspetto macchiettistico e stereotipato. Fortunatamente anche il professore interpretato da Lo Cascio che uno immagina appartenente all’area della sinistra, viene descritto nelle sue meschinità: d’origine meridionale unisce le sue miserie a quelle dei tanti brianzoli presenti nella scena e non risulta poi migliore dell’assessore alla cultura che porta il fazzoletto verde nel taschino.

Valeria Bruni Tedeschi interpreta molto bene un personaggio sostanzialmente riuscito al quale però viene messa in bocca un’improbabile battuta che cito più o meno a memoria: “avete portato alla rovina questo Paese”, alla quale il marito risponde con un’altrettanto improbabile e scontata frase: “ci sei anche tu tra questi che hanno portato l’Italia alla rovina”.

Anche il finale risulta deludente: alla grande festa organizzata dai ricchi che ritornano ricchi (ma sembra che sia un destino per pochi, come raccontano i tanti drammi di imprenditori e affini) fanno riscontro i volti dei due ragazzi nel parlatorio della prigione legati da un amore grande che va oltre ogni convenienza e che può persino tacere sulla verità delle cose.
Non perdoniamo al film il suo schematismo ideologico e la sua volontà pedagogica: quando si libera di questi elementi il Virzì, sia quello tragico che quello lieve, risulta decisamente più interessante ed autentico.

Umberto Piersanti

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