La distanza delle cose e la poesia del tempo di Rafanelli

Loretto Rafanelli

La poesia di Loretto Rafanelli è da sempre densa di vicende che pretendono certezze, che non si lasciano contagiare dalla banalità e dalla routine di un tempo inutile e transitorio, o come spesso avviene nella confusa contemporaneità, da un linguaggio artificiale e stereotipato, inestricabile. Nella sua ultima raccolta dal titolo L’indice delle distanze (Jaca Book 2013), si fanno strada più aspetti di una poetica scandita con una forza trasfigurante ma concreta. Si evidenzia non solo la liricità ad intermittenza correlata di posti per lo più sconosciuti ai più e di personaggi marginali, sfuggenti, prototipi di un’esistenza universale, ma anche ambientazioni cristallizzate in episodi che ognuno di noi potrebbe ravvisare nella sua residenzialità italiana. Lo rimarca nella quarta di copertina Roberto Mussapi: “Ora entra in scena un’altra realtà. Più semplice, difficile da perseguire. Teoricamente ineffabile. Rafanelli trasforma nomi e luoghi in storie, come un pittore barocco o uno scultore antico crea forme, traduce le visioni, le vuole fare vere, presenti, qui e ora”. Ecco dei versi sintomatici che riannodano il passato e lo introiettano in un presente nostalgico, ma non svilito, non fatuo: “E’ murata di odori la Casa Protetta / di Vergato. Nel mattino, mi coglie / la stanza cieca dove i vecchi sono / ancorati nelle tracce di tanti / volti, incavati in una frase, muti e sospesi / nel riassunto del viaggio”.

Rafanelli condensa il suo scenario fino a rarefarlo, a racchiuderlo in un’immagine sospesa, vibrante, unica. Lo fa percorrendo una distanza (alludendo proprio al titolo), che il suo sguardo curioso, indagatore capta. Il poeta ingaggia la realtà, la ciclicità delle cose, gli elementi umani e naturali, ciò che contribuisce a formare il tutto e a discioglierlo in schegge visibili, come quando scrive: “E là il porto. Spento. Sepolto dalle spire / di chiglia. Ma mai grandezza / ho avvertito così forte / come il suo sguardo raggelato / al mondo”. Lo sguardo è messo a fuoco in una durata essenziale, ma che rimanda ad altro, ad un’ infinita percezione che aumenta la capacità di presa. L’indice delle distanze è un insieme di lievitazioni, di sacralità che la memoria conserva per sempre. Emerge un’incandescenza in questi versi, alcuni dei quali davvero di ottima fattura, specie quando Rafanelli traduce le sue distanze in minuziose impressioni. “Osservo questa luce ripida e smunta e urta / il mio occhio il candore sfatto delle sue linee, / con la grandiosa palestra folta / di muti corpi”. La parola poetica è dunque un rito che rigenera spazio e tempo, un occhio stupito sui luoghi, sugli archetipi dell’esistenza. Il fulcro di questa esperienza  accoglie, partecipa ad un’adesione totale, come se la poesia fosse incisa nella pietra, o aleggiasse nell’aria, o si fondasse in un’antica e persistente meditazione. Penso a versi emblematici: “E’ San Martino e nella profondità delle voci / che giungono c’è il sereno dell’anima, / o forse il cammino gocciolante del tempo”. La tensione di Loretto Rafanelli è devota, quasi sacra: ogni immagine non è mai un riquadro a sé, ma una forma che risale alle fonti primigenie della creazione, ad un’amplificazione della coscienza. Spiccano espressioni verticali come: “non chiudere all’invocazione, alle parole”; “una lontana mano che ci giunge”; le voci ci consegnano un segreto”; “il gesto della tua verità”; “la infinita distesa del granoturco dei nonni” ecc. L’istante di Rafanelli si dilunga, si espande. Scrive Mussapi che “questo è un libro di maturità coscienziale, dove nulla il poeta intende lasciarsi sfuggire: ogni volto che appare, ogni città, lontana, sfiorata, o quasi prossima e quotidiana, non è solo emblema del ricordo, ma nascita di una presenza”. Nel crocevia del nuovo millennio, ogni risultato sperimentale è del tutto alienato perché appaia un canto tradotto in figurazione, in sentimento, in un fuoco che sprigiona vita. Il poeta è presago di una contemporaneità che è lingua e storia comune.

Alessandro Moscè

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