L’utopia di Paolo Volponi tra sogno e capitale

Paolo Volponi

Paolo Volponi aveva un volto austero, distaccato, i capelli lanulosi che lo facevano assomigliare ad un vecchio militare in pensione, guardando una foto di Mario Dondero scattata negli anni Settanta e contenuta nel volume Scatti per Pasolini fatto pubblicare nel 2005 da Massimo Raffaeli (a cura dello stesso Raffaeli e di Elisa Dondero, con un’introduzione di Federico De Melis). Sguardo accigliato, rivolto in alto come a chiedere spiegazioni esistenziali, cappello in mano, e sullo sfondo un arco appena sfocato, segnato da sbarre che danno l’idea di una grata, di una reclusione. Volponi era nato il 6 febbraio 1924 ad Urbino, la città ducale e rinascimentale con la quale ha avuto un rapporto controverso. E’ stato uno dei maggiori scrittori italiani di tutto il secolo scorso, e nella città dei torricini fissava il cielo e la terra, le colline alte e i vertici degli edifici, in quella “parentela minuta di chiese e di mattoni, di querceti e di avellane”. Non l’ho conosciuto personalmente, perché ero ancora un ragazzo quando nel 1994, ad Ancona, Volponi morì all’ospedale regionale per una malattia che gli colpì i reni. Ho però conosciuto in un ristorante di Urbino la moglie Giovina Jannello, donna coltissima e raffinata che fu assistente di Adriano Olivetti, e che mi disse che un aspetto che l’aveva unita molto al marito era la capacità di ridere entrambi per le stesse cose. Ogni marchigiano che si occupa di letteratura sa che Volponi è un mito che va raccontato innanzitutto come uomo. Il suo conterraneo Umberto Piersanti, poeta che oggi ha una notorietà vasta come la ebbe lo stesso Volponi scrittore di versi all’epoca di Le porte dell’Appennino (1960), ne rammenta le discussioni infinite, un video-intervista e la celebre frase “locale fa rima con universale”. Volponi voleva significare l’importanza di avere un mondo residenziale da raccontare, eppure immerso in un umanesimo assoluto del luogo e in una poetica dal “silenzio alato”, come scrisse in una poesia per il figlio Roberto, morto in un disastro aereo avvenuto a L’Avana. Un luogo dove l’immaginazione fosse il contrario del potere, dove la lezione di San Francesco si dimostrasse attuale in mezzo alla confusione di lingue.

Volponi è stato soprattutto un grande narratore: La macchina mondiale (1965, Premio Strega) determinò una scrittura utopistica, la nevrosi della modernità e l’alienazione del mondo industriale, con Anteo Crocioni, il protagonista, perfetto nella sua atipicità, figura geniale e incompresa, strampalata e rivoluzionaria. Ricordiamo anche Memoriale (1962), Corporale (1974), Il sipario ducale (1975, dedicato ad Adriano Olivetti, definito “maestro dell’industria mondiale”), Le mosche del capitale (1989) e la La strada per Roma (1991, Premio Strega). Nel 1999, ospite a Fabriano, Corrado Stajano mi parlò a lungo di Volponi. Ricordo che disse che durante le loro passeggiate romane e milanesi, osservava il passo, le movenze delle ragazze e faceva battute. Su “La Lettura-Corriere della Sera” del 2 febbraio 2014, Stajano annota che il suo sodale aveva “la testa contadina simile ad un cubo”. Dolcemente nevrotico, letterato con la cultura dell’artigiano, mantenne sempre il suo desiderio di giustizia sociale. Massimo Raffaeli, in Don Chischiotte e le macchine. Scritti su Paolo Volponi (2007), puntualizza ciò che è stato condiviso spesso: “Lui non sembrava neanche un intellettuale, all’aspetto, bensì un tecnico, un uomo del lavoro, un geometra che si fosse appena lavato le mani uscendo dal cantiere. Pensando e scrivendo, che per lui erano una cosa sola, non guardava affatto alla risonanza nell’uditorio, semmai vi si precipitava alla maniera di un colloide, di un gorgo”. Volponi e il potere, come accennavamo, evidenzia il contrasto “nelle strisce e sbavature delle alleanze politiche”, come è riferito nel bellissimo dialogo con Francesco Leonetti in Il leone e la volpe (1995). Ricorrono spesso aggettivi eloquenti di una convinzione, anche politica, per chi divenne senatore del Pci, da indipendente, nel 1983: il lavoro industriale, specie computerizzato (presago di un futuro imminente) risultava ansioso, addirittura assurdo, imprendibile, e seguiva ad una fase storica costellata di privazioni, fratture, insensatezze, disagi ecc. Paolo Volponi appare ancora oggi assolutamente contemporaneo: il capitalismo e il possesso irrompono da demoni, così come l’impossibilità relazionale dell’uomo del capitale con l’uomo del sogno. Proprio nel volume Il leone e la volpe Volponi riflette: “Le società modernizzate sono basate sull’esaltazione dell’individuo, sulla sua atomizzazione; e concepiscono solo riduttivamente un’etica: quella edonistica e tecnologica, col successo individuale sulla natura e sugli altri uomini”. Manca sempre un’idea di bene comune, insomma, che riscatti le tensioni sociali. La dicotomia dolcezza-furia, è il risvolto impossibile di Volponi: conciliare l’uomo della macchina con l’uomo che appunto sosta tra la natura folta dei boschi, che sa programmare uno sviluppo razionale in un asse improbabile con il tempo del ramarro, o di quell’antica moneta scomparsa come un ferro vecchio.

Alessandro Moscè

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Una risposta a L’utopia di Paolo Volponi tra sogno e capitale

  1. Annie Seri says:

    Ho letto ed apprezzato ambedue gli scritti di Alessandro Moscè anche se ho avvertito più intensamente quasi con adesione emotiva quello dedicato a Paolo Volponi in particolare il riferimento all’”impossibilità relazionale dell’uomo
    del capitale con l’uomo del sogno”e alla dicotomia dolcezza-furia.L’uomo della macchina può essere lo stesso che si perde nelle radure folte dei boschi?

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