Il sangue amaro di Valerio Magrelli

Valerio Magrelli

Valerio Magrelli ci ha abituati ad una poesia vagamente criptica, dal rigore scientifico, dalle forme delle cose animate, con un’analisi minuziosa degli elementi vitali o materici. Il suo linguaggio si concentra sul quotidiano, sfoderato da un tentativo di sistemazione interiore, di peculiare esattezza, anche figurale. Siamo abituati ai caratteri di una fissazione logica sia degli aspetti interiori dell’uomo, che dell’esterno. La caratteristica da sempre più convincente di Magrelli, consiste nella precisa funzione che assumono le cose, come se potessero avere una voce che spiega. Con Il sangue amaro (Einaudi 2014) siamo dinanzi ad una raccolta di più ampio respiro, probabilmente la più diluita e concreta nella resa stilistica del poeta romano nato 1957 ed esordiente nel 1980 con Ora serrata retinae(Feltrinelli). Una poesia articolata, che si compone di dodici sezioni, in cui si va dai testi dedicati agli amici e ai poeti, alla lettura, alla riflessione sul rumore, sulla musica, sull’acustica. “Trovarsi a fianco qualcuno assorto nella lettura, / mi porta a domandargli. Dove sei? /  Per questo cerco di cercarti dentro, / di raggiungerti dentro quel dentro / da cui mi sento irrimediabilmente escluso”. Si nota un’età ansiosa (“timore e tremore”), una vitalistica volontà di capire ciò che appare complesso ad un primo impatto. Una sorta di superamento del limite umano che non vira però ad una percezione metafisica, ma a scandagliare il mistero quotidiano. Non manca una visione delle cose che attraversa il senso percettibile dell’uomo (“C’è gente che trova figure / nascoste nella carta da parati / e nelle nuvole. / A me succede lo stesso coi rumori”). Tutto ciò che è groviglio, squillo, sferraglio, registrazione sembra un risarcimento al vuoto feriale, alla noia della ritualità.

Magrelli sa anche rasserenare il suo sguardo attraverso i paesaggi, come indica una sezione del suo Il sangue amaro, specie quando si ferma a guardare il Lungotevere, le periferie, un castello nelle vicinanze di Viterbo ecc. E quindi viene sancito il significato intrinseco del sangue amaro: “C’è chi fa il pane. / Io faccio Sangue Amaro. / C’è chi fa profilati d’alluminio. / Io faccio Sangue Amaro”. Un sangue che scorre nelle vene e genera sintomi di una “malattia benigna”, che produce idiosincrasie, turbamenti, illusioni. Una via di fuga per quel poetare che soffoca il sentimento ed esalta la visione organica del mondo. L’investigazione ha un tono che respinge la passionalità, ma si compone di una prospettiva critica, mai soddisfatta dalla conoscenza che regola il sapere (“Invisibile e invincibile / è lo stampo che porto dentro me, / stampo del mondo impresso a me nel mondo / e che mi fa essere al mondo / soltanto nella forma dello stampo”). Una vera e propria seduzione nascosta ovunque fa pensare alle relazioni con l’inanimato. E queste relazioni esprimono il labirinto della mente, la creazione incisa, perché tutto si miscela per tornare all’eterno principio, alla scintilla iniziale: “Nessuno ci capirà, e nemmeno tra noi / impiegheremo più le vecchie parole, / corrose, diroccate mura delle nostre fortezze. / Ci hanno lasciato soltanto / le tombe, l’estremo ridosso”. Si tratta di un libro che accumula ferite ma anche suture, punti di incontro e non solo distanze. “Il libro di chi legge e vive”, ha scritto Paolo Mauri, in cui le epifanie delle immagini lasciano spazio ad un ideale che in altre occasioni era stato volutamente nascosto.

Alessandro Moscè

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