Tre poesie di Costantino Turchi

Pubblichiamo tre poesie di Costantino Turchi, giovane poeta inedito. E inauguriamo così la nuova sezione del sito web di Pelagos Letteratura, “Prima prova”, dedicata agli autori ancora inediti all’interno di “Giardino d’Inverno”.

Fuoco Fossile

Dalla terra, tra i lumi del centro
città gorgogliante e astrali lucerne
frammentarie, alla sera
ti alzi, brezza leggera.

Battendo ignoti viottoli, sterrati
e irti di breccia e ciottoli,
tra i ciechi girasoli chini ai lati
si sale sul colle; una nottola
ivi becca, nel fango rappreso, gira
lo sguardo vacuo e rifugge la luce
della vettura, al riparo fra i rami
nei grovigli intricati, nel giaciglio
di rovi e spine, segreti ricami
nascosti nel buio, sporti sul ciglio.
Dilagano asciutti oltre d’esso i campi:
il calore estivo ha sopito le verze
primaverili lasciando le rughe
scoperte durante il maggese, stampi
tubolari evacuati sono le scorze
sgranate delle spighe
recise e accatastate in fascine,
vi spicca una croce spoglia: la fine.

Ulivi ordinati in filari
soli stagliano al cielo i loro neri
bruscoli, le foglie sono velieri
nella danza notturna
delle costellazioni – ondeggiano
spiritati come noi minuscoli
sbuffi, sospiri opachi sublimati
da i venti solari
di lanternini oramai spenti.

Ercole giganteggerà ancora
di sfondo alle fronde per la corta
pupilla quando già il freddo cosmico
avrà depostogli la clava e l’arco
insieme all’ombra oltre lo spazio scenico
sepolta, pietra sorda giù nell’Ade.
Quale sorta di fato, errabondo
ti pose sovrastante la lapide?
Fosti destinato a folgoreggiare
da un Giove dimentico di sordide
pire, fatui traghetti per dilà.

Roccia dalmata

Sporge il tagliente filo dello scoglio
dalla placida e cristallina linea
del mare. Tra i litorali un appiglio
è l’aspra roccia – in lei pochi accoglie;
solo qualche alga fra le insenature,
presa da un rivolo, si fa ondeggiare
con i ricci di mare e le creature
soffiate dalla corrente insulare.
Poco più In là dalla costa, l’anfratto
l’uomo ha mutato, ora è muretto
a secco, staccionata per le pecore
riempita da ciuffi d’erba stepposa:
l’aria è piena dell’acre odore
deï cespugli, soli a coprire
cogl’ossei arbusti la calcinosa
terra di pietre scappate dal mare.
Natura morta e vita – tale è l’isola
sferzata notte e dì da i venti
e nei golfi dalle impetuose correnti-
identica eppur diversa, sopra e sotto.
E su questa asciughiamo
la rosea carne, morbida spugna intinta
appena nell’acqua fredda e salata
che circonda noi e la roccia dalmàta.

Tracce

O costiero sibilio del vento,
sferzi sull’improvvisata banchina,
ora ti sento.
Coi capelli arsi dalla salsedine marina
distesa mi attendi sulla sponda;
i fianchi scrivono su sabbia forme
sciacquate dal ritornare dell’onda,
impietosa e dimentica delle orme.

Miri il solido monte
al limite della baia.
Ancora ghiaccia è la punta?
Ancora intonsa è la neve
incanalata presso
la vetta, nei pendii?
Lassù riecheggia abbandonata la eco
labile. Essa scompare alla vista
dietro le incombenti nuvole, meste
lacrime sovrastanti proiettate
in ombre sulla spiaggia.
Ricordi? Aspirare al cielo
riparati in caverne illuminate
dal fuoco, segno de i nascondigli
immaginati e ora nudi; asseconda
il precipitare del sole, diléguati.
Quanto lontano dall’Olimpo può
scagliare il tragitto?

La bonaccia accelera la caduta
ed alle spalle tese sono le vele,
una volta approdati
a terra: arduo è sciogliere i nodi
delle cime, dall’albero le gasse
e ammainare il fiocco, piegarlo addosso
a te, mentre fra i legni marci ti lasci
risucchiare dal flusso.

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