Lubàgo

Lubàgo

Nasce ad Urbino, la poesia di Mascioli, oggi alla sua prima prova, con Lubàgo (Raffaelli Editore, Rimini 2013), nel guardare allo stesso momento, dentro quella città, in qualche modo e senso ferma nel tempo e nello spazio, e al di fuori, alla Carpegna, alle colline, alla natura gentile intorno. Il poeta è come un albero, affonda le sue radici nei mattoni della città feltresca mentre spande la sua chioma ovunque, ed il suo sguardo vola in alto, al cielo, a cui si sono sempre rivolti i romantici.

E in fondo anche Mascioli lo è, romantico, nel suo sguardo rapito nei confronti di una bella ragazza, ma lo è anche quando parla della morte. Ricorre come un contrappeso, una sorta di visione necessaria, di citazione imprescindibile.
C’è uno sguardo lucido di tristezza, nei ricordi dell’urbinate, un cammino lungo ed impervio in cui si procede da soli, ma si spera sempre di imbattersi in qualcuno, in cui si cerca, disperatamente il calore umano.

È una natura gentile, quella del Mascioli, si dispiega davanti a lui per essere ammirata, colta con lo sguardo e mai afferrata in un solo istante. Allo stesso tempo, però, è una natura pesante, che fa comprendere ancor più quanto il poeta sia solo di fronte al mondo e alla sua stessa fragilità e sensibilità.
È chiara, la poesia, limpida e cristallina come solo uno sguardo onesto e si resta in bilico quando la si legge, tra i sentimenti che evoca e ciò che ci fa comprendere. Ben altra cosa sono i brani lirici, vere e proprie perle evocative, che ci catapultano nella modernità, nella contemporaneità dei giorni nostri e ci destano, improvvisamente, riportandoci all’ora, all’adesso. Sono momenti quasi angoscianti, stupendi nella loro vellutata rudezza e che ci fondono, ci plasmano, ci rendono tutt’uno con la parola e con chi l’ha creata. Sembra affondare un coltello nelle carni, il Mascioli dei brani lirici, è un essere in trasformazione, tagliente, come un serpente avviluppa la preda nelle sue spire, attimo dopo attimo stringe sempre più fino a farci perdere coscienza di noi, in un lucido gioco di morte. Ma non ci possiamo fermare, seguitiamo, un passo dopo l’altro, a seguirlo, lungo i sentieri impervi della sua coscienza, dentro i ricordi della sua giovinezza, insieme a lui, mano nella mano dentro i suoi sogni e nel suo immaginario.

La poesia, invece, è scarna, priva di orpelli, affatto ermetica, in cui il poeta si dispiega, rivela se stesso, come un giovane in un’ardente dichiarazione d’amore. Si concede, quasi spoglio di ogni pudore, ed è proprio lei, la poesia, la sua dolce amante che lo attira a sé, ancora ed ancora, in un legame infinito. Mascioli scrive di donne, sempre la stessa o più di una non è dato sapere, le ammira per la loro bellezza, per la stupenda fattezza del corpo e con loro giace ma solo dalla poesia torna ancora, attimo dopo attimo.
Il rapporto con Urbino, la chiusura della città al mondo ed il rifugio nella natura ben appare negli ultimi versi della poesia Dolce Crocifissione:

La corona di spine fin dentro il bosco;
e la croce che nasce
a chi nasce sui colli
è una croce d’amore
ma pur sempre una croce
e in croce si muore

ma qua con dolcezza.

Ogni attimo del giorno è momento di meraviglia, nell’osservare il mondo nascere, ogni mattina, con la luce del sole, il verde dispiegarsi, i fiori aprire i petali e poi le stelle e la luna e tutto d’intorno cambia odore, sapore, lo sguardo deve soffermarsi nuovamente, tornare a mettere a fuoco. Ed è come se alla natura stessa gravasse il compito di portare testimonianza nel futuro:

Cosa resta d’un paesaggio
se solo noi ce n’andiamo
il resto perdura
chiuso nella propria natura.

Questa è la forza insita in essa, l’esistere senza bisogno di essere riconosciuta, il tornare stagione dopo stagione, la natura non muore, si addormenta solamente.
È strano che il titolo di questa raccolta sia Lubàgo perché questo identifica un terreno brullo, dove non cresce nulla, mentre qui siamo d’innanzi ad un terreno florido, ricolmo di bellezza e insidie, come il giardino dell’Eden.
Brani lirici e poesie si alternano, i primi incentrati sulla fisicità dirompente del corpo, le seconde, invece, che si perdono nell’immaginifico naturale. Il corpo, degno d’esser rappresentato in piccoli camei per la sua deteriorabilità; la poesia che fa da padrone, che lascia il suo segno nel mondo come la natura stessa, e che, come lei, non cesserà perché non può fare a meno di essere.

Chiara Maranzana

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