C’era una volta Camin

Vladimiro Caminiti

C’era una volta Vladimiro Caminiti, come ricorda il bel libro nato da un’idea di Riccardo Gambelli e curato da Roberto Beccantini, e c’è ancora, dopo vent’anni, perché lo stile e il genio non muoiono. Mi ripeteva sempre: “Un giornalista, l’anima, deve venderla soltanto alla pagina bianca”. Oggi che la pagina bianca non c’è più, sostituita da monitor, display e accidenti vari, resta l’anima di chi ritiene che scrivere sia vivere e un po’ morire. Le parole erano ali, per Camin, servivano per volare, per sollevarsi da terra, dov’erano il dolore e il gusto amaro della vita. Facevamo a gara a trovare i sinonimi degli aggettivi. Mi sfidava divertito. Io ero forte, lui imbattibile. Un giorno riuscii a vincere, non mi parlò per un mese. A Verona mi diede la più bella definizione del velocissimo Caniggia: “Ha il vento nelle gambe”. Di Antognoni scrisse che “giocava guardando le stelle”. Lui, uscendo dall’Olimpico, con i colleghi Petrucci e Lojacono, dopo la bruciante sconfitta della Roma contro il Liverpool, guardò la luna. Nessuno, nel giorno della morte, scrisse parole intense e toccanti come Antonio Ghirelli, che lo chiamò a Torino da Palermo: “Nelle parole Vladimiro faceva colare la lava infuocata del suo sentimento, dei suoi naufragi, della sua allegria, di quelle sue collere incontenibili e sulfuree che si stemperavano regolarmente in un sorriso mite di fanciullo. Alle parole affidava i suoi febbrili messaggi, le sue intuizioni, i ricordi di un’infanzia difficile e incantata, gli affetti di una sterminata famiglia, lo slancio di una fantasia infaticabile e barocca. Con le parole litigava, si rappacificava, faceva all’amore, ricamava, costruiva bellissime scritture”. Un giorno, sulla panca di una stazione, in attesa del Toro di Radice, gli chiesi quale fosse il primo dei suoi sogni. Mi rispose: “Arrivare a sessant’anni”. Si fermò a sessantuno, presagendo il soffio della morte. Ho chiesto a uno scrittore siciliano di spiegarmi la frase di Giovanni Falcone: “Per me la vita vale meno di un bottone”. Mi ha risposto: “Un siciliano vive con la morte. Ci parla, ci discute, ci litiga. È sempre presente davanti ai suoi occhi. E quando arriva a presentargli il conto di questa incauta frequentazione, lui non fa una grinza. Paga!”. Anche Camin, siciliano autentico, ha pagato. Con spropositato anticipo. Ecco, “spropositato” è un aggettivo che non avrebbe gradito. Lui avrebbe usato “irragionevole”. Come la vita.

Davide D’Alessandro

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Una risposta a C’era una volta Camin

  1. Michele Toriaco says:

    Il giornalismo dei “tempi d’oro”, come s’intuisce da questo bell’articolo di Davide D’Alessandro, era letteratura pura, la cultura italiana ne beneficiava a piene mani: grandi maestri, da Brera a Caminiti, con Montanelli e Biagi (per me) su tutti, oltre a deliziare i lettori con le loro prose mai banali o sciatte, “difendevano” e valorizzavano quel patrimonio inestimabile che è la lingua italiana. Impresa che oggi mi appare sempre più ardua.

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