Il canto dell’anatroccolo nell’umana avventura

Viviana Viviani

Viviana Viviani, scrittrice ferrarese che vive e Bologna e che di mestiere fa nientemeno che l’ingegnere, con il suo Il canto dell’anatroccolo (Corbo 2012), ha dato alle stampe un romanzo inaugurale inquadrabile in una dimensione poco italiana per tradizione e consuetudine. Appartiene senz’altro al realismo magico e al bildungsroman (romanzo di formazione) di origine tedesca. Si scrive per superare il presente, fa intendere Viviana Viviani in un’intervista apparsa in un sito web. Dunque uno stato di necessità interiore, stavolta di derivazione moraviana, spinge all’incarnazione dei personaggi e ne costituisce la premessa, in una costellazione di figure bislacche dove alle giovanissime Arianna e Rosa, se ne aggiungono molte altre. Sono come ellissi lungo un circuito di spazio e tempo che racchiude anche una vicenda tragica culminata in un omicidio. Ma non tanto è la trama che ci avvince, quanto questo canto fecondo, questa parola che vola alta come un verso poetico nell’affastellamento dei soggetti che muovono la scena. Uomini e donne sviliti e redenti, sospesi, metaforicamente, nella dualità bene/male, nell’archetipo esistenziale dell’amore mal ripagato che lede oltre ogni apparente normalità. Un romanzo che potrebbe avere più epiloghi e addirittura più copioni, per come è stato ideato. “Fu così che il calore e la complicità che l’esterno le negava, Arianna li creò dentro di sé, e ai suoi nuovi compagni di gioco diede il nome di Orpini”. Questi personaggi fantasiosi nessuno li ha mai visti, ma sembra che si facciano piatti e che siano capaci di sparire sotto un tappeto e tra le pagine di un libro. Sono maldestri e ingordi, ma soprattutto instancabili compagni di divertimento. Il realismo magico, nei passaggi più concitati, raggiunge l’apice e si accomuna alle dicerie e la visionarietà delle narrazioni orali degli scrittori padani (Bevilacqua e Cornia, per esempio), dove i piani temporali, paralleli, portano con sé il sogno, l’antidoto al male perché possa essere reso inoffensivo, nonché l’inevitabile scontro generazionale tra genitori e figli.

Il romanzo è scandito da un ritmo circolare in cui vita e morte, così come amore e dolore, coniano infinite forme di vita. Rosa è una ragazza oppressa da un’oscura maledizione perché allergica al contatto con la pelle di ogni uomo, tanto da sopportare un’atroce condanna alla solitudine. “C’erano poi i fortemente urticanti che, forse per suggestione o per ironia della sorte, erano i più giovani e affascinanti, e lasciavano sulla sua pelle un bruciore talmente profondo da costringerla a ritrarsi con estrema rapidità”. Andrea, giovane controverso, è l’unico a sapere la verità sul delitto irrisolto del paese, ma per timore di rimanerne schiacciato tace vigliaccamente. Il canto dell’anatroccolo, pagina dopo pagina, si svela nella costruzione di una ballata popolare, in un tentativo liberatorio dalle oppressioni dell’esistenza comune. Specie sul conto di Arianna, che cresce nelle antinomie tipiche dell’adolescenza, si fa strada l’evoluzione oscura verso l’età adulta. In passato lo scopo del romanzo di formazione era quello di promuovere l’integrazione sociale, mentre oggi è quello di raccontare le azioni viste dall’interno. Viviana Viviani capta sia l’una che l’altra percezione, in una narrazione che procede a strappi e che si impadronisce sempre più della realtà esterna restituita ad un’endogena sorte quotidiana, domestica. “Così si impegnò a non dare noia con troppi saponi e detersivi a quelle stanze ormai abituate alla solitudine, e soprattutto a non disturbarne troppo spesso la segretezza degli anfratti, la scontrosità degli angoli bui e la solitudine degli scaffali alti”. Ma affiora, tra un medaglione e un documento, quel realismo magico nel confine di un sentire perfino ancestrale e di un presente contingentato dai fatti. Anacronismo e retaggio del passato, quasi fossero una rigenerazione, toccano un vivo espressionismo consegnato in belle immagini descrittive. Nell’aria aleggiano certamente Calvino e Buzzati, o più ancora Marquez, l’esigenza di Viviana Viviani di ricostruire un mondo senza ornamenti, ma che si sviluppi nella crescita fisica di Arianna e Rosa. La realtà è spinta fino all’inverosimile e con un certo disincanto. Ciò che ci colpisce del romanzo è la lingua: matura, flessuosa, senza eccessi e senza fronzoli. La componente lirico-sentimentale vibra di sensitività. Non mancano considerazioni assolute, come in una novella per adulti non necessariamente dall’esito positivo, ma neanche didascalico. “D’altra parte l’amore non mi è mai interessato, lo trovo talmente banale e inutile. Ho sempre preferito l’odio, lo trovo più potente, più creativo. E soprattutto meno egoista, tanto che non aspira nemmeno ad essere ricambiato”. La poliedricità dei personaggi finisce per introdurre il lettore in un sentimento di sgomento e curiosità, a volte ironico, a volte inquietante, in un attraversamento senza fine dell’anatroccolo che continua imperterrito a cantare il suo amore/disamore, la sua felicità mista a desolazione. Non dimentichiamo che Il brutto anatroccolo è una fiaba danese di Hans Christian Andersen, dove un unico animale, a differenza degli altri, cresce grigio e goffo, ma irresistibile nella sua difficoltà a rispettare le regole del gruppo. Viviana Viviani ne ha perpetuato il destino tramutandolo in un’umana avventura.

Alessandro Moscè

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