Alda Merini: meriti, limiti e spettacolarizzazione

di Davide D’Alessandro

Alda Merini

La grande operazione lanciata dal “Corriere della Sera” sull’intera opera di Alda Merini impone qualche considerazione. Sedici uscite settimanali, 6,90 euro cadauna e tanta poesia. Tanta buona poesia, ovviamente, come hanno scritto Aldo Nove, Roberto Galaverni e Cristina Taglietti nel presentare il tutto. Però, c’è la stonatura evidente di un’esagerazione, di un qualcosa di troppo, di eccessivo, di strabordante. Non è colpa della Merini, né del “Corriere”, né di chi, anche grazie a queste incursioni in edicola, potrà scoprire la poesia, accostarla e, speriamo, leggerla. La responsabilità è di una condotta roboante impostata sull’esaltazione di un personaggio, anche utilizzato, strumentalizzato, “passato”, venduto attraverso il tubo catodico.
Tutto cominciò con il “Maurizio Costanzo Show”. Ricordate? La poetessa dei Navigli, la malattia, la follia, il manicomio, la povertà, i tre metri quadrati dell’abitazione, iniziarono il lungo estasiante cammino della spettacolarizzazione. La normale poetessa che si strugge sulla pagina, sugli amori, sugli ardori, divenne icona, suo malgrado e non suo malgrado, perché più di una qualche recitazione a soggetto la Merini se la consentì, vivaddio, approfittando di tanta improvvisa e inattesa attenzione.

Da allora ad oggi, passando per la sua morte, nel 2009, la Merini è diventata la poetessa italiana più nota, più citata, più propagandata, senza distinguere tra maschietti e femminucce, ma chi vuole porsi al riparo dalle luci accecanti della ribalta, della spettacolarizzazione, delle celebrità create ad arte, chi vuole rifugiarsi nel silenzio del verso, chi avverte la necessità di ristabilire una qualche forma di giudizio libero e autentico, non preda del commercio, ha l’obbligo di separare, di distinguere. Ha l’obbligo di continuare a leggere la Merini, di apprezzarla, ma anche di evidenziarne le cadute, i difetti, i limiti e di ridurne notevolmente il peso di una grandezza esagerata. Questo Paese, ahimé, non ha mai avuto il dono dell’equilibrio, della moderazione, di un sano spirito critico. Montale, Luzi, Caproni, Bertolucci (solo per citarne alcuni) restano stelle nel firmamento della poesia novecentesca, eppure non avranno le sedici uscite a 6,90 euro cadauna, come la Merini e, ciò che più conta e preoccupa, non saranno letti quanto la Merini. È già così e continuerà ad essere così. Purtroppo.
Chiedete al primo giovane o alla prima signora che incontrate per strada: “Conosce la Merini? E Bertolucci?”. Su Bertolucci, se vi andrà bene, risponderanno: “Sì, il regista”; se vi andrà male, risponderanno: “L’ex tennista che giocava in doppio con Panatta”. Sulla Merini, invece, la risposta è scontata. Dopo l’operazione del Corriere, scontatissima. Viva l’Italia!

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