Perdersi. Nel folto dei sentieri

 Perdersi. Nel folto dei sentieri.

A colei che sovente mi fa peregrinare

Fedele a se stesso e al suo canto in questa nuova opera Umberto Piersanti ci guida nei suoi indimenticabili cammini nel folto dei propri sentieri vitali, come ci suggerisce la scelta del titolo, piersantiano, peraltro, più che mai. Così egli prende per mano chi vuol intraprendere un’avventura autentica e lo lascia quasi subito, tra i passi, d’altronde “chi non sa dove andare / meglio cammina”, per poi magari dire, da lontano, “godi l’aria / dimentichi la strada del ritorno”, anche perché se ci pensi un poco “quant’è dolce / perdere la strada”.

.. Fatte tutte le dovute differenze, l’andamento e il contenuto di tale libro ricorda alcune prose di Robert Walser, dove egli stesso, teneramente, descrive e si abbandona alle sue puntuali e sterminate passeggiate salutari, come ribadiva Walter Benjamin, facendo fare lo stesso effetto, del perdersi, a chi lo leggeva dopo poche frasi; poiché le storie walseriane erano e sono “di una delicatezza del tutto inconsueta” e in esse c’è sempre “l’aria pura e forte della vita che guarisce”.

… Fare esperienza della natura (corredata da minuziosi bestiari, diversità botaniche, personaggi mitici, soffi universali), della storia (non c’è discorso con Umberto che non ci sia cronaca), dei cari (tra tutti il figlio: “perfetto e disegnato / che il” “male offende / ma non piega”), questa è la circostanza amata e che vuol trasmettere il poeta, da sempre indagatore d’aree topiche e cruciali figure ormai riconosciute da lettori attenti.

 :.. Fuor di dubbio il nostro autore dipinge con le parole i luoghi trascorsi, per lui non potrebbe essere altrimenti, giacché la memoria, quella ostinata, “nutre la giornata” ed è “tenace a dare un senso / ad ogni cosa”. Riversa con cura, quasi meticolosa, la sua scrittura nelle pagine, cercando di non far scappare situazioni sostanziali, dal momento che “un giorno non” è “come un altro della vita”. Non ha affatto fretta, tutt’altro, ritorna sui suoi passi, rallenta, a volte “il piede / lo costringe”, si ferma, riflette, va avanti e indietro nel ricordo (in quasi tutte le composizioni) deve necessariamente fissare la durata, contrastare con le reminiscenze l’ansia di ciò che scorre travolge e conduce all’oblio; anche perché i giorni più frenetici lasciano meno ricordi e lui trova tutto il tempo possibile per registrare le sue visioni, i suoi siti rassicuranti ben stampati negli occhi.

 ::. La data alla fine di ogni testo ci fa intendere al netto l’intervallo in cui le poesie sono state composte (2009-2013, se si eccettuano tre testi tra il 2007-2008), ma inoltrandoci nei brani il periodo si dilata a una vita ed è come se prendesse tutto il Novecento e non solo. Oltre un secolo di sola terra che è sinonimo di umanità: “l’eden che ci è concesso / è sempre” quello dei luoghi persi (aggiungo io e poi continua) “dopo lo riconosci / ma perché vive / nelle plaghe della memoria”. Ma in quel territorio della mente che trovano naturale rifugio, nelle carte, le occasioni (montaliane) “il tempo che procede / non porta quiete, /… / solo sgomento e rabbia / per la fuga degli anni, / per la rapina dei giorni / che ogni ora stride / più furiosa”, dato che “il tempo… / quello sempre bara / e la fuga dei giorni / sposta il traguardo in avanti”, verso nuove ricerche, verso il travisamento dell’istante che si applica con il congegno-libro. In merito conto almeno 50 volte il termine tempo e con altrettante frequenze ulteriori terminologie sinonimiche (ore, giorni, anni, stagioni, ecc.). Per l’autore solo la natura non sa tanto cosa voglia dire il trascorrere, per lui invece dal tempo che precede (degli scritti passati, tempo differente, tempo anche dell’assoluto, dell’epifania e dell’amore) arriva, con questo attuale libro, al tempo nuovo, difficile, brusco (dove apparentemente si staglia un po’ più lontano dalla sua terra d’origine, ma sempre fermo nelle impressioni), con cui bisogna fare i conti, chi in un modo chi in un altro.

 .:. Foriera del chiarimento per contrasto c’è poi tra i versi di Umberto una reduplicazione negativa. Solo per fare qualche esempio, alla viola: “no, non tra le acque limpide / … / no, non metterla / nel presepio”, al mughetto “no, non c’è dalle mie parti / … / no, non cresci, / aspra e secca / è la genga”; a personaggi: “Jacopo no, / non più un elfo / … / e non cammini / non scioglie le tue membra, / non rallegra la figura possente / neanche l’acqua / … / che il tuo male offende / ma non piega / … / no, non parlare”, “no, non come l’eremita / del Carpegna che s’inginocchia / … / a persone e vicende / no, non pensa”, “no, non avevo i tuoi anni / … / duro più dei massi / del Furlo, anche del ferro, / no, non ti schiaccia, / tu sei un giovinetto forte”, “non è questo il tempo / del verde e degli sguardi / … / non scende dal cielo / … / e Jacopo che guarda alla finestra, / ma non sai cosa vede, / cosa fissa, / non gli uomini e le cose, / … / il tempo che procede / non porta quiete, / non c’è saggezza / nell’età che s’inoltra, / con quel grande poeta, / no, non c’è accordo”, raddoppiamento che da maggiore enfasi al discorso e concentra l’attenzione del lettore su ciò che si vuole rivelare. Conversando in merito con l’autore rilevo che se la conoscenza per Montale è proprio spesso attraverso l’opposizione (“Non chiederci la parola… codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”) in Piersanti questo ripetuto no è quasi come dire che non riusciamo a saper quasi nulla della vita, ma disperatamente e tenacemente dobbiamo cercare di cavarne qualcosa. Per lui non ci sono verità assolute o certezze metafisiche, ma rimane forte un fondo di asserzione o almeno un tentativo, alla fine, di un approdo al positivo, nonostante manchi una speranza trascendentale nei versi, così tra queste folte antitesi l’autore pensa che la viola sì, soccombe, anche quella d’inverno “così fuori stagione / d’ogni senso”, ma poi verranno altre viole e la primavera rinascerà. Perché la vita è favolosa comunque, un bene che perdura sempre, anche se non nasconde i propri dolori, come il timore della morte che nell’autore è totale (per questo, paradossalmente, persiste nella sua vita, probabilmente preso dagli avi, un ironico atteggiamento scaramantico a metà tra preghiera e sdrammatizzazione).
La tenacia del vivere contro la fatica del vivere, questo è quello che alla fine contrassegna la sua arte poetica.

 .:: Penso pure che ogni poesia di questa raccolta sia visiva per eccellenza, ancora più di quella sperimentale. Ogni lettura è una pura scoperta ad occhi aperti, a me non ne basta una, visto che come in un bosco trovi spesso percorsi, trappole e nascondigli. Pertanto ogni nuovo svolgimento apre inconsueti bivi: ecco alcune diramazioni:


Viola d’inverno

no, non tra le acque limpide,
le fredde erbe dei fossi,
ma qui, su questo greppo
scorticato da cancelli
e luci lattiginose
di lampioni nella strada sotto,
Natale se n’è andato
da un giorno solo,
un altro, intero anno
ormai trascorso,
la nebbia che si dirada
a tratti per un chiarore
tremulo e celeste,
scopre una viola
pallida e stupita
così fuori stagione,
d’ogni senso,
tra muschio lucente
e malva spenta

no, non metterla
nel presepio,
tra le brecce
bianche, i frutti rossi
di pungitopo, gli stecchi
secchi del dicembre
che bruciano nei forni
o sopra i monti,
non turbare l’inverno
che quella grotta tiepida
di fiati e paglia
illumina e riscalda

in questo stesso greppo
stento e scorticato,
un cespo di ciclamini,
il più tenace,
riluceva nel gelo

fino a dicembre
questa terra squallida
e contorta, profanata
dagli uomini e dai cani,
due fiori l’hanno scelta,
così segreti
ed appartati,
caso o necessità
non c’è risposta

in un tempo remoto
che la memoria cede
sempre al sogno,
fino qui scendeva
della prima casa
– Villa Gloria di vetri
colorati, di balconi –
quell’orto solo
e immenso,
col padre tra le canne
dei fagioli, le rose
e l’insalata
attorno al pozzo,
lo cerchia dell’infanzia
il vasto cielo

ma tra l’erbe inzuppate
d’acqua nera
più non scorgi la viola
il giorno dopo

e nella casa antica
sotto il fosso
quei morti appena nati
color seppia,
dal limbo che minaccia
li protegge
i cuori e gli altri segni
alle pareti

che senso ha la vita
per chi nella vita dimora
un solo istante?
la fatica del nascere
a che serve?

nata fuori stagione,
subito spenta,
questa viola d’inverno
mi rallegra,
la primavera cova
sotto il gelo

per quelli nati
e morti alle pareti
nessun annuncio c’è
di primavera,
ma il dono della nascita
permane

                                             Dicembre 2009

 

::: Aprile 2015    Roberto Marconi

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