La metafisica dell’esistere tra i neolirici

LA METAFISICA DELL’ESISTERE TRA I NEOLIRICI
Ovvero la voce poetica di Matteo Bianchi

DI ROBERTO DALL’OLIO

 Matteo Bianchi è una delle voci più intense tra il movimento dei neolirici in Italia. Ciò significa che credo abbia già raggiunto a soli ventisette anni un suo posto in tale ambito poetico con le raccolte Poesie in bicicletta (2007), Fischi di merlo (2011), L’amore è qualcos’altro (con Alessio Casalicchio, 2013), e le sillogi L’alba di Ladyhawke (2012) e Un’ombra in due (2014), oltre alla cura di alcune importanti panoramiche di poeti contemporanei. Ma il libro di cui ivi mi occuperò è l’ultimo pubblicato dall’autore presso i tipi di Barbera Editore, un libro che mostra sapienza tecnica e bellezza stilistica: La metà del letto, presentato da Anna Maria Carpi e introdotto da Roberto Pazzi.

Secondo Carpi: «Il titolo della raccolta allude chiaramente all’amore. È l’amore, non solo in prima istanza, che nella raccolta cerca un interlocutore: un amore che c’è o c’è stato, che anche parla, con tanto di virgolette, ma perlopiù in modo sfuggente, tranne, direi, che nel lampante testo conclusivo “Guardandoti, l’abat-jour accesa”». Ma se il titolo della raccolta allude all’amore il tema che lo percorre è la morte. Ne è convinto Roberto Pazzi quando cita Elsa Morante. «È stata la Morante a dire da qualche parte che la morte è un uccellino che sta posato sulla spalla dello scrittore e canta al suo orecchio, come a dire che tutta la Letteratura gira intorno a questo versante oscuro della vita, alla faccia in ombra della Luna, la morte. Matteo non manca il suo appuntamento col tema e raggiunge, come dicevo, alcuni dei suoi esiti più alti nell’intera sezione che le dedica, fra ospedali, visite, terapie, scadenziario dei giorni in previdenza dei pochi che restavano alla persona cara. Poi ecco irrompere la morte degli amici, quella nera, cattiva assassina, a tradimento: “cosa ho fatto di sbagliato / per meritare questo?…”». «La vita è un lenzuolo sopra la morte / e il mare infuriava intorno alle Eolie / quasi volesse inghiottirle. / Umani scogli. (…)». E ancora:

 Invece del letargo estense
avrei preferito una vita ad Avallon:
romantico svernare
nella stagione degli amori illesi.
La primavera nella stanza.

Ecco, un altro passaggio che apre al duellismo (meglio che dualismo) tra corruzione e perfezione del prima. «Forse non ci credi abbastanza – mi parlava d’amore – / o, più semplicemente, / non hai il coraggio / di darmi un’altra possibilità». Così un altro duellismo tra necessità e possibilità. Splendidi poi i versi di Anoressia. Poi i versi per l’amico fraterno, Jacopo. «Ho appreso di non essere immortale /e quanto sia banale la morte, se non gravassimo la vita di significati. / Tanto ci rivedremo / quando toccherà a me». Per un attimo la Fede… per un attimo eterno la crescita del poeta come uomo. Ha appreso di dover morire. Adesso è un Mortale come chiamavano gli uomini i Greci. E così ho trovato immediatamente una denuncia del morire che sta sotto il vivere. Ma tra l’amore e la morte, parafrasando Pascal, c’è di mezzo la vita che è la cosa più fragile del mondo. Questo è il nesso fondamentale della poetica di Matteo Bianchi: l’esistenza, la vita. Termini che non coincidono affatto, ma che procedono assieme nel fluire del nostro essere. La tematica esistenziale, però, in Bianchi ha poco a che vedere con quella grande corrente che venne definita Esistenzialismo, a meno che non si ritagli di essa la sua componente spiritualistica. Invece essa ha a che vedere con una vera e propria ansia metafisica. Mi pare proprio un neolirismo metafisico quello dell’autore. Una poesia metafisica, teologica ed amorosa ricordando Donne, come se la metafisica ci fosse, come se la metafisica possa essere attingibile. Una poesia metafisica senza la certezza della metafisica che si potrebbe collocare in una certa quanto celebre tradizione ferrarese. In questo Bianchi è ferraresissimo proprio nella dimensione della metafisica ansimante e irraggiungibile. Salgono alla mente i versi di Novalis: «noi cerchiamo sempre l’assoluto / e troviamo sempre e soltanto cose». Sì, proprio questa è l’ansia bianchiana, l’ansia dell’assoluto che si scontra con lo scarto dell’assoluto, le cose, le cose che troviamo attorno a noi, dentro di noi, cose noi stessi, cose gli altri. Il tutto senza alcun riferimento “politico” di ciò che potrebbe definirsi alienazione. No, mai. Nessun elemento politico entra nel contemplativo incedere lirico di Bianchi che pare tutto assorbirsi nella sfera della necessità come avrebbe precisato Aristotele. Nella sfera del necessario, pur con qualche incursione nella dimensione del possibile, dell’agire cioè. Ma se la dicitura di poesia metafisica parrebbe portare con sé una qualche pregiudiziale di “pesantezza”, occorre sgombrare il campo da tale pericolo, o tentazione di automatismo logico abitudinario e consociativo. Si tratta, tuttavia, di un lirismo dotato di grande leggerezza e asciuttezza, di precisione e purissimo nitore del verso. Certamente sfuggente. Necessariamente. Poiché il metafisico senza la metafisica semina dubbi non dispensa certezze. Il che spiega anche questa poesia costituita da svolte improvvise nel suo dipanarsi, che sorprendono il lettore. Svolte brusche, eppure ritmiche seppur non musicali. Bianchi non ha musicalità ma ha grande ritmo. Un’altra delle sue contraddizioni dei suoi duellismi dentro queste citate svolte per non dare a sé e al lettore alcuna sicurezza in merito a quale direzione si stia prendendo. Ma c’è direzione? La risposta a chi si fiderà. Possiamo dire che tali svolte sono necessarie quanto fatali per e al decorso logico del verso. E salutari. “«…noi siamo / solo se accettiamo di non essere», eccola una svolta improvvisa che ricorda ampiamente il Montale de In negativo, con tutta la sua carica di indebellabile scetticismo quanto di contenuta disperazione della ricerca della totalità: «la formula del mondo che possa aprirsi». In un tale contesto di ambivalenza emotiva ed esistenziale appare naturale l’approdo relativista del Bianchi (si è imbevuto di Montale, ma non dell’ermetismo. Non dimenticherei Luzi, più nascosto, ma più incisivo) quando in merito a un assoluto come la parola sempre scrive:

Tu sei i miei secondi
e vorresti sentire
«io ci sarò per sempre?»
A prescindere da ciò che siamo
adesso, nonostante i sentimenti,
io per sempre non lo so dire
e nemmeno tu.
Noi non lo sappiamo dire
– non perché non lo abbiamo imparato –
proprio perché non lo si impara.

Sono le scuse del poeta, della sua “anima bella” come avrebbe detto Hegel, della sua vana quanto sterile ribellione soggettiva alla potenza del reale che domina, allo spirito oggettivo del Politico? Può anche essere. Nell’Estetica Hegel affida alla poesia un compito altissimo, benché tenendo conto che si tratta di una forma del sentire, cioè una forma legata alla sensazione e alla soggettività, che ancora deve farsi completamente Spirito. Ma non credo vi sia autore più lontano di Bianchi che il filosofo di Stoccarda, come in genere ogni pensatore di sistema. Bianchi è un tipo kierkegaardiano da logica o -o, aut -aut appunto, e da esteta che seduce ma non converte mai completamente. Esso, l’esteta metafisico neolirico Matteo Bianchi, infatti, confessa:

In capo al nostro corrimano
ti ho chiesto scusa:
l’amore risolto invecchia,
quello insoluto eterna.

Come non sentire il riecheggiare delle mirabili pagine dedicate da Kierkegaard all’esteta per eccellenza, il Don Giovanni che proprio nell’insolutezza dell’amore data dalla ripetizione sempre uguale e sempre diversa di esso costruisce il suo antidoto all’ennuì del Baudelaire che sta dietro l’angolo, a quell’angoscia che è il vero e proprio sentimento del possibile, che spinge non alla coazione, ma all’azione, non alla ripetizione, ma alla fortiniana, una volta, per sempre. Quanto ci siamo allontanati dalle rive bianchiane! Occorre ritornarvi. Lo faccio con un discorso sul linguaggio. Bianchi è un poeta metafisico, ma non della straordinarietà. Troppo astuto, troppo attento al pastiche dell’ipermodernità per concedere spazio all’immensità ingenua della lingua senza briglie. No, meglio la vita giocattolo, come il pianoforte giocattolo – do you remember John Cage? – con il suo linguaggio inclusivo e non esclusivo. Inclusivo di cosa? Della ordinarietà. Eccone prova:

A colazione: spremuta d’arancia
annacquata, doppio caffè e sigaretta.
Mi dicevi che non tutto
è spendibile in versi.

Bianchi non lo crede e non lo pratica questo assioma. Per lui tutto è spendibile, ma non in versi, quanto nei suoi versi. Occorre capire quale tutto sia spendibile per i “suoi versi”, non per i versi in generale. Matteo Bianchi rifugge dalla teoria per quanto teoria significhi visione e il Bianchi di visione ne ha da vendere. «…Corrotti di natura, / il timore è dannarsi insieme / in paradiso». Più chiaro di così. Il pessimismo del terzo millennio anch’esso privo dell’assoluto. Chi scrive non può essere più lontano da tale concezione. Niente a mio avviso è corrotto, ma fedele a Epitteto ricordo che il bene e il male non stanno nelle cose ma nell’uso che di esse se ne fa. Però questa è una concezione umanistica che non appartiene al Bianchi, il cui antiumanismo del genere heideggeriano e postmoderno a condizione che sia metafisicamente legato al mistero dell’esistere, è evidente quanto profondo e fecondo. Se così non fosse, non avrebbe dedicato quel genere di poesia che ha composto per Giulio Cesare, ponendola in quarta di copertina. L’uomo che, a mio e non solo mio avviso pur con tutti i distinguo del caso, ha ucciso la Repubblica, l’antiumanista per eccellenza, lo storico antilirico che apre il suo capolavoro con «Gallia divisa in partes tres»; l’uomo che preferiva la struttura al valore, poiché il valore non esisteva. Difatti parla a Bruto come se fosse amore ciò che li legava e «non riusciva a star seduto, / camminava avanti indietro / sempre in piedi», come se non si trattasse di «un do ut des» e si volesse «semplicemente fidare». Ma come ci si può fidare dell’uomo che ha contribuito a uccidere la Repubblica? Come può pretendere il Cesare che ci si fidi di lui, dell’uomo (era ancora un uomo?) che ha ucciso la Repubblica? Fidarsi della struttura che ha ucciso la libertà? È una contraddizione, un’incoerenza che non chiediamo di risolvere al poeta, già maestro di incoerenza e tutore della medesima in poesia. La dialettica duale e irrisolta, quanto irrisolvibile tra Giulio Cesare e Bruto, ritorna nel testo tra Gesù e Giuda: «…Abbiamo ucciso Gesù / perché era felice, / non era schiavo di un rango sociale», e Giuda soffre perché la vita non concede secondo Bianchi una seconda chance. O siamo noi che non vogliamo concedercela? La possibilità torna sempre e quasi mai la si coglie, a mio avviso. E va bene. Amore e Morte, Amore e Psiche. Signoria e Repubblica. La troviamo anche nei luoghi questa antinomia, questo duellismo, nei luoghi per eccellenza del poeta e dell’uomo Matteo Bianchi.

E i luoghi appunto? La poesia non può esistere senza lo spazio, senza i luoghi. Viene sempre esagerata la dimensione del tempo poiché è la più evidente, la millenaria disputa sulla sua essenza e sulla sua esistenza. Ma i luoghi consentirebbero alla poesia di fluire, se i tempi le dessero l’essere. I luoghi il divenire, il letto (il letto? Metà del titolo dell’opera di Bianchi?!) del fiume carsico e alla luce dei versi, della vita in versi citando Giudici. Ebbene «Tra il cartello “Ferrara” e il resto» è il luogo, il topos della poesia di Bianchi con cui vorrei chiudere questo passaggio tra la selva dei suoi versi, tra memoria e fuoco dei corpi, tra sigarette spente «che le riaccendano / i miei defunti» e «quando vai in bicicletta / …se le fuma il vento». Ferrara è quasi tutto, è la struttura, Venezia è il resto: l’atmosfera, la capacità di intensificare gli stati d’animo del poeta come da lui stesso esplicitamente dichiarato. Venezia è la Repubblica, Ferrara la Signoria. Bianchi definisce se stesso e i Ferraresi “Noi Estensi”. Ferrara ha tremato, Venezia trema sempre. Posso usare la parola sempre in questo caso? Credo di sì, poiché le regole hanno le loro eccezioni… a Venezia sono dedicati dei passaggi da innamorato, è una delle donne che abitano i suoi versi, questo suo libro e il poeta lo sa. Come la Poesia. Come le donne e la Donna. Come la Fede. Come la sigaretta. Come Maria Maddalena. Come la neve. Come la Morte. Come Ferrara.
Ferrara ha tremato e Matteo è sempre stato sensibile a questo “timore tremore” che abbiamo anche profondamente condiviso.

Dopo l’ultima scossa
il campanile non batte più le sette
insieme alla mia sveglia:
qui è l’ennesimo silenzio.
Anche la mia sabbia si è mossa,
quella che non sapevo
mi assicurasse le ossa,
così la calce con le fondamenta
le intorpidiva.
Poi il lutto del crollo.

Siamo sotto l’assedio del dolore,
privati dei luoghi in cui pregare.

 Dopo il tremore e il timore, per Bianchi il “salto nella fede” senza luogo e senza la fede stessa. Ma il salto non ha certezza, è rischio più che ricerca. Il rischio stesso della poesia e della tradizione alla quale Bianchi, sui generis, vuole e sa di appartenere.

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