E se brucia anche il cielo di Davide Rondoni

di Rossella Frollà

Davide Rondoni
E se brucia anche il cielo.
Il romanzo di Francesco Baracca. l’amore, la guerra.
Frassinelli, 2015

È un affondo amoroso, un rifiorito ideale cavalleresco per nulla turbato dalle resistenze di una certa indifferenza cui crediamo di essere abituati. La struttura portante della vita è la forza di confrontarsi col destino vis a vis, insondabile nelle sue manifestazioni, per riconoscere o almeno intravedere la luce tra il frastuono e le fiamme, accettare il vuoto e il fuoco e immergersi quasi totalmente nell’emozione fragile e forte della passione. La volontà è di imbastire un dialogo con l’eroe dei cieli e il suo mito, con il cacciatore di aerei e il cacciatore di amori, con l’uomo che ama «gli amori senza limite, pieni di sacrificio che nessuno vede». Dov’è caduta la luce si avverte l’intuizione quasi tramortita che la vita resiste attraverso e oltre i nostri destini. È lì che il nostro autore viene guidato, dalle lettere di Francesco Baracca a suo padre, dal phatos e dalla quiete, dal volo delle rondinini «che in Romagna si sa vanno più veloci», dalla sete di conoscere la storia che intanto traccia la via.

«In una settimana, una!, tra luglio e agosto del 1914 entrarono tutti in conflitto con tale fame di sfascio e di conquista da alimentare la morte per quattro anni. La morte stessa ne fu stupita e sopraffatta».

La Grande Guerra mostrò il volto degli Stati-belve e s’infilò nelle ossa del mondo, furono poveri combattenti e eroi. Avrebbe aperto l’abisso e il vuoto avrebbe bruciato i cieli.

«Erano solo ragazzi, erano pazzi, erano eroi». «L’azzurro quando ci sei in mezzo sembra niente» e Francesco Baracca incrociava nei cieli tutto l’azzurro e gli avversari. Il mondo brilla e trema sul polso, tra le dita la mitraglia, l’occhio fermo e freddo, temerario. «Cecchino ora è cresciuto e vola come la rondine» nell’aria indurita della storia. Erano questi «cavalieri volanti», «semidei su delle carrette», piume rabbiose che non dovevano tacere.

«arrivano come visionari pazzi gli aviatori» a solcare il vuoto e il fuoco, a cavalcare i cieli fino alla passione più sfrontata, fino alla bellezza invisibile che si può toccare, al senso di qualcosa di alto che non indietreggia mai. C’è in questo libro tutta l’irragionevolezza ardita della guerra e una sorta di continuità dell’essere che si coglie in tutta la sua energia e umanità. L’eroe tenero e umano, fiero e passionale appare accanto a un ricercatore che vive fino in fondo l’amore per la sua giovane amante e nel riferire il nostro Essere ci accomuna. Ci svela i capelli folti e bruni della fascinazione e dell’inquietudine, dell’attesa e dello stupore. Del resto tutto nasce da una manifestazione quasi misterica che ha un’area sconfinata, perduta nell’indicibile quando si ama fortemente e follemente ma anche dalla violenza di questo amare quando è incontenibile o meravigliosa linea sottile destinata a farsi lontana. Una meraviglia, una forza chiusa, una luce serrata, pronta a frantumare gli specchi, intarsia il viso sottile e delicato di Agata e assale il volto di Maurizio.

Norina canta mentre le nuvole, il fuoco e le mitraglie chiudono i cieli di Francesco Baracca. I sogni sembrano cercare i tempi giusti per raccontare. Per entrambi gli eroi delle passioni, Maurizio e Francesco: «Il vero pericolo è restare prigionieri» dell’unica bellezza che appena conquistata si fa amore e a tutti chiede qualcosa di più dell’amore. Allora e se brucia anche il cielo e il volto di Norina può scomparire e quello di Agata farsi perso, schiantarsi nell’oblio, entrambi gli eroi sono disposti a soffrirlo interamente l’amore a risalire l’onda cupa quando si fa azzurra e chiara. La vita ferisce tutti prima o poi ma la storia ci rende parte di ciò che va vissuto per intero, per non lasciare spazio al rimpianto, per sentirsi sempre al passo con noi stessi. Così, da un lato la memoria restituisce ciò che esalta la passione, eroi come Cesare Battisti, Guglielmo Oberdan, Augusto Codazzi, il Barone Rosso, Francesco Baracca; dall’altro il presente si lascia inebriare e stordire da un amore che brucia, e la fine si avverte senza affrettarla: «Ormai se qualcuno gli parla d’amore come un sentimento, una relazione, o un andare d’accordo, sorride distante.».

Come per ogni scritto di Rondoni, si rende utile questo suo ascoltare nei bar, questo suo vagabondare presente al suo presente per riferire quanti e quali valori ancora si toccano, quanto anche la lingua dialettale possa restituire di autentico dell’idea del mondo. Esplodono bagliori iridescenti che accendono «l’unica vera epica italiana» la Grande Guerra. In parallelo scorrono le vittorie nei cieli, le battaglie, «la vita scavata» che Ungaretti raccoglie tra i soldati e la quiete nell’aria sopra la lotta furiosa della terra.

Ethel pallida e magra, «piovosa come Londra», «prodigiosa come Parigi» esce dall’esilio, dal suo corpo, e l’anima avrebbe rischiato…, l’amore è pronto a piangere la sua mancanza. L’amore, dunque, ancora una volta piange di sé. E lei, anche lei, Agata «ha un fremito, come alla fine di un pianto invisibile. Una rondine.». La delicatezza e la leggerezza dell’amore si spingono fino ad aumentare la distanza con l’emozione ghiacciata della caccia in aria. Scrive Baracca al padre: «… però l’emozione della caccia in aria è stata sublime.». Sublime ancora il gesto, l’atto di cercare il nemico caduto abbandonato, senza direzione tra gli alberi del bosco nella Battaglia sul Rombon. L’uno morto, l’altro gravemente ferito all’intestino, «Baracca in piedi considera che nessuno è morto bruciato.». La triste sorte dell’avversario accende paradossalmente un profondo sentimento umano di rispetto per la vita. Una rapace e tenera risonanza emozionale.

Fanny ogni tanto scrive a questo cavaliere dei cieli «serio e misurato» che risponde «con un amore gentile» e «che le ha detto un silenzioso «No» fulminandola per sempre.». «Il fronte diviene una recita irreale». «Sono tutto pieno della mia guerra», scrive a Norina, la sua amata. E per Maurizio «il mondo sembra una cosa di vuoto e di vetro da attraversare» ma vuole farlo fino in fondo, accettando limiti e rischi.

Questo racconto cavalleresco d’un tempo ha in sé il presagio di riferire il bene riconosciuto dagli uomini disposti a credere al bene. Quelli che sono capaci di autentici slanci. Matrici più o meno silenziose di molte ferite e di molti dolori, finestre spalancate ad accogliere.

 

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