Olimpia di Luigia Sorrentino

di Rossella Frollà

OLIMPIA
di Luigia Sorrentino
prefazione di Milo De Angelis
postfazione di Mario Benedetti
Interlinea, Novara 2013

Per un attimo ho pensato di leggere Milo De Angelis. Il passato remoto ingoia ogni superfluo e si fa l’essenza di ciò che attraversa il tempo, va oltre l’impalpabile. Il punto più luminoso è la lontananza, l’Altro da noi, l’assoluto che riflette sul nostro «incarnato bianco». Il retentissement trascina i corpi, i volti, la Natura e ogni cosa si consuma nel punto più alto: «siamo sempre più vicini al cielo». Il respiro aurorale alto e ampio sembra essere sempre presente tra vita e morte, dentro la scacchiera in cui si gioca la partita tra il mortale e l’infinito: «su quelle rovine vedemmo/ciò che di noi viene disperso». Un sano distacco rimpicciolisce le cose e le rende visibili all’occhio nel puzzle in cui sono incastrate come essenza libera da ogni volto. La continuità dell’essere racconta e va oltre il suo destino, lo attraversa e ci dona il suo sguardo: «la traccia del saluto/siamo colui che sprofonda/a un passo da noi». La realtà attraverso cui inevitabilmente si passa nutre la capacità di vedere tutto ciò che ci abbraccia, tutto ciò che viene disperso, la gratitudine. L’offerta rilancia tante volte il sé aperto come un varco certo al sole e la Natura risolve la vita: «il sole vero il sole si piantò/in qualche istante di vita».

Questo libro è la sintesi di tutto. Di ogni cosa è peso e leggerezza che lo sostiene, creatura che viene al mondo «quando venne meno qualcosa». Ogni volta a sigillare la perfezione oltre la soglia, la terra nera di nuovo ci accoglie «unendo alla radice due opposti» È un libro orfico, il tutto si prepara lì dove le risonanze sono «nebbia d’essenza eterna» e tutto il bene erompe in questo viaggio dove sempre c’è il ritorno come «fonte calma d’acqua» a riempire l’eterno. C’è un vento greco che alimenta vita e salvezza e muove con grazia i rami opposti di una stessa radice. L’armonia si fa l’inquieta essenza, il frammento creaturale di ogni cosa «la sua bellezza raccolta in una/sola luce liberata», la «spina/per poi tornare/rosa». L’apparire e ciò che eravamo già stati si fa lieve e assoluto, il passato immobile, il vuoto immoto e immacolato. E per questa via unica, la morte, dove si va «forgiando la purezza ai bianchi polsi» si fa ritorno. Scorre sulla nostra fronte la mobilità del tempo con la sola «panoramica» «seduta negli occhi di un’antica madre» che ci mostra di volta in volta, imperturbabile la nostra imperfezione e di nuovo la mobilità della domanda inquieta al Dio: «perché hai fatto questo?».

In questo libro dove il vigneto ricorda i colori del tramonto e l’oleandro conserva il verde eterno si avvia spontanea una crescita senza interruzioni e guizzi di fiamma si liberano dalla materia più incerta e pesante per arrivare in fretta e senza indugio all’attesa, al compimento e al moto incompiuto, lì dove si riconosce l’anima di ogni natura nel suo esserci da sempre, benigna riconoscenza esclamazione piena. In questo tempo assoluto Olimpia raccoglie il sale della vita, la salvezza nelle sue diverse forme di contaminazione tra attesa, compimento e ritorno. Il linguaggio è limpido e si schiude all’essenza di un ritmo cosmico, di un fluttuare tra inverni e primavere: «In un grumo di forze distese, avviene lo smantellamento, lo spostamento, l’inversione. Ritorniamo arcaici, al servizio di ciò che siamo stati.». È un libro perfetto che obbedisce alla nostra segreta passione di abitare fuori dell’umano.

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