Nel folto dei sentieri, recensione

Umberto Piersanti, Nel folto dei sentieri, Milano, marcos y marcos, 2015.

In quest’ultima raccolta, che ha per titolo Nel folto dei sentieri, Umberto Piersanti compie un altro passo verso una più ampia comprensione della vicenda umana, con uno sguardo che colga un orizzonte il più possibile allargato, vorremmo dire universale, che comprenda gli uomini e le loro storie, i loro destini. È il passo ulteriore di un poeta che ha fatto della propria vicenda, anche personale, il tema unico di cui scrive da sempre: le poesie in cui rievoca l’infanzia nelle Cesane, i monti urbinati dove è nato e cresciuto, oppure ai testi dedicati al figlio; ma la poesia, è risaputo, non è tale se non ha valore collettivo, significato che accomuna. È un passo ulteriore nel solco di una poetica che ruota attorno all’ossessione del tempo e che contempla, come unica àncora di salvezza, la parola «Al tempo che m’incalza/ e che m’assedia/ s’oppongono tenaci le parole».

In questa ultima raccolta, dicevamo, lo sguardo si allarga, si alza dalla biografia all’orizzonte per tentare di cogliere il destino di tutti gli uomini, quel destino che non rientra nei piani della Storia («forse l’eterno è nel pallido/ colore che mai si spegne/ e alla terra eterna/ s’annoda e confonde,/ ma dicembre viene/ e nel gelo lo spezza»). Non mancano gli sguardi al passato, specie nelle sezioni Alla vecchia maniera e Un’ostinata memoria, un passato che ritorna per fotogrammi a restituire il calore di una minestra, il senso di protezione delle situazioni semplici e familiari. Non mancano le descrizioni esperte e delicate della natura conosciuta con la perizia di un botanico, ma complessivamente Il tempo nuovo, titolo della prima sezione, che lega e nel contempo stacca da quanto pubblicato finora, non riserva grandi cambiamenti. L’orizzonte su cui Piersanti alza lo sguardo non è roseo come si prospettava anche solo qualche decennio addietro. L’illusione di un benessere atteso sembra essersi sciolta; del buono che si intuiva per un futuro più o meno prossimo non c’è traccia, né se ne spera. Il verso si fa allora più breve, l’impianto dei testi esile e ragionativo; e il contenuto non è più solo contemplazione dell’ambiente o riesumazione di atmosfere magiche e lontane: la scansione delle strofe si organizza intorno al tentativo di capire. Trovano così spazio nuclei argomentativi come questo: «alla radio non urla/ le sue minacce l’imbianchino/ e ferro e fuoco/ non scende dal cielo,/ ma nello schermo vedi/ la gente che s’uccide/ e si dispera,/ l’estrema dignità/ che uno difende/ quando la casa crolla/ e si frantuma». La poesia di Piersanti si tinge di coloriture leopardiane, come non avremmo potuto leggere in passato: «lo scoiattolo che sale/ per il tronco/ a chi lo guarda/ spezza la catena,/ e solo nelle pause/ sta la vita». Il tempo nuovo non aiuta, pare, a districarsi nel folto dei sentieri.

Massimo Migliorati

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