Alessandro Moscè nelle città e nei luoghi letterari

Alessandro Moscè, poeta e narratore, ha dato alle stampe Galleria del millennio. Viaggi letterari 2004-2014 (Raffaelli 2016) dove è contenuto molto del suo lavoro degli ultimi dieci anni in veste di critico letterario. Il libro può essere letto anche attraverso l’ambientazione nelle città e nei luoghi vissuti o frequentati dagli autori. La Roma di Luigi Bartolini (quella, poverissima, di Ladri di biciclette), definito “anarchico celeste”, o la stessa Cupramontana collinare, dove il prosatore e incisore marchigiano ha “messo in scena” le opere campestri realizzate con puntasecca e il torchio. La Roma convulsa di Paolo Volponi dopo la fuga da Urbino, capitale del Rinascimento; la Parma e la Casarola di Attilio Bertolucci nell’eco del ricordo dolcissimo di Paolo Lagazzi; l’Emilia di Pier Vittorio Tondelli con la “fauna artistica” degli anni Ottanta. E ancora l’Emilia del passato di Alberto Bevilacqua e di Gianni Celati, tra paesaggi di fiume e case che crollano; L’Emilia dopo la seconda guerra mondiale e la Cuba immaginifica di adesso di Davide Barilli. Marco Lodoli cammina a piedi nelle sue isole romane fissandone gli scorci sconosciuti. Franco Arminio compie un viaggio nel meridione e nella vita di paese che ha un’originalità unica; Andrea Di Consoli ritorna nella sua Lucania dove gli animali hanno la stessa dignità degli uomini. Umberto Piersanti gira tra i suoi colli in una sorta di mitografia nei luoghi naturalistici del Montefeltro.

Ci piace ricordare in particolare due poeti marchigiani del secondo Novecento, di grande valore: Remo Pagnanelli e Franco Scataglini. Scrive Alessandro Moscè di Pagnanelli: “Leggendo la sua opera ho sempre avuto l’impressione di imbattermi in un territorio dal lucore opalescente, nella persuasione di un verso scritto in un luogo nordico o non ancora scoperto nella deriva dei continenti, animato da un pensiero anacronistico, sempre vigile. La visione e il metasogno di Pagnanelli sono intagliati di una lingua creante, di una parola-forma, di un’immagine vagamente paradisiaca, ma non fantastica. Come se davvero il poeta presago e infinito, sapesse muoversi con dimestichezza nell’alba del dopo morte”. Pagnanelli è stato un bravissimo critico, in possesso di armi analitiche non facilmente accessibili ai più, perché la sua cultura antropologica, psicoanalitica, oltreché letteraria, gli ha permesso di praticare l’arte della transcodificazione, come nota Guido Garufi nella raccolta di interventi critici da lui stesso curata con Filippo Davoli, In quel punto entra il vento (Quodlibet 2009), che rimane un punto fermo della ricognizione fondante di tutta la poesia del maceratese. Dell’Ancona di Franco Scataglini Moscè annota: “Una città che forse ha conosciuto il suo declino peggiore, da un punto di vista amministrativo, nel secondo Novecento, proprio mentre nei vecchi rioni a ridosso nel colle Guasco scriveva in sordina colui che si sarebbe rivelato uno dei poeti italiani più significativi del secolo scorso, ormai considerato un classico. Franco Scataglini nacque nel quartiere di Valle Miano nel 1930 e aveva il suo studio in via Pizzecolli, quando a distanza di pochi stabili io trascorrevo le estati dell’infanzia nella casa dei nonni paterni, totalmente inconsapevole della sua presenza e del dialogo intellettuale con i sodali Betocchi, Turoldo, Scalia”. Le cose quotidiane e lo sguardo minimale sono il fondamento di un umanesimo in forma metaforica, di un verso ricostruttivo, inusuale. Il giardino del “poeta di scoglio” è nello spazio dei secoli, ma rimane miracolosamente intatto, come la storia che l’ha attraversato e gli uomini che se ne sono presi cura.

Alessio Liberti

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