Francesca Bonafini: l’amore fatto di carne e reputazione

Francesca Bonafini

Francesca Bonafini è una narratrice che utilizza lo slang giovanilistico per imprimere una spinta decisiva alla sua produzione narrativa. Specie nell’ultimo romanzo, appena edito da Avagliano, dal titolo La cattiva reputazione, che ha delle assonanze con un libro cult degli anni Novanta: Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi, quella “maestosa storia d’amore e di rock parrocchiale” uscita da Transeuropa esattamente nel 1994. Si ha la netta impressione che Francesca Bonafini abbia compiuto un’escursione nel mondo sterminato del linguaggio d’invenzione, tardo-adolescenziale e della prima maturità, pur, di tanto in tanto, con l’aggiunta di stilemi letterari di derivazione dantesca e ariostesca. Infatti, la storia, che potrebbe essere ascritta al romanzo di formazione, è tutta avviluppata intorno alla parola pirotecnica, scoppiettante e arsa dal fuoco della nominazione, dell’appellativo, della definizione contro l’ipocrisia del mondo.

Paola, che le amiche chiamano Pillo, manda improvvisamente all’aria il suo matrimonio con Pinuccio, che gli amici chiamano Nuccio. Il colpo di coda si deve all’innamoramento folle per il bel Pierluca, un chitarrista biondo ed enigmatico, e si interseca con un’altra “perdita di testa”, quella dell’amica Nina per Luigi, pianista nella stessa band in cui suona Pierluca. Le ragazze iniziano un’avventura on the road in compagnia di altre due giovani inquiete quanto loro. Un matrimonio “mandato in vacca” con lo spettacolo isterico della cremazione dell’abito nuziale, è il preambolo del romanzo.

Scrive Francesca Bonafini: “Ma l’amore degli adulti, quello è più rognoso, ha tanti lati e garbugli e sfumature, e vallo a capire come funziona, mica te l’aspettavi così”. La Pillo, la protagonista che riempie sempre la scena, conserva un’allegria rutilante, spenta dal promesso sposo che ha finito per ripudiare, “un trentenne abbastanza lavoratore, telespettatore appassionato e mai uscito dal perimetro del paese”. Nina si è innamorata del professore di filosofia, Silvano, di quell’amore destinato ad esaurirsi presto, “ma che ti spacca e non sente ragioni”. In fondo, proprio in amore, cosa c’è di meglio che la parola e la carne? Le ragazze seguono i concerti della band dove suonano Pierluca e Luigi in un “folle giubilo”. I due musicisti guardano le paesane, le salutano, ma null’altro. Nina si pone una domanda nel vortice della reputazione per inventarsi un senso fuori dell’ordinario: “E Luigi, allora, che cosa c’entra, che c’entra con la mia vita? Mi chiedo che sarà mai questa fame di vedere Luigi, chissà cosa cerco…”. E’ Silvia, una giovane che lavora all’ospizio e che ha rinunciato ad ogni certezza, la luce illuminante in fondo al tunnel. L’infermiera ha capito che l’identità è una corteccia intagliata addosso dagli altri. In quel luogo di reclusi perdere la memoria induce calma, pietà, perdono. Fuori, invece, si sta insieme per comodità, per paura, per pigrizia. Scrive Francesca Bonafini: “L’amore è chimico, è scriteriato, è bestia”. E la Pillo considera: “Nessuno dice la verità sul matrimonio. Nessuno ammette che è una società di mutuo soccorso, e questo nel migliore dei casi, perché talvolta è solo un contratto patrimoniale”. Le ragazze, ad un concerto, conoscono due fratelli marchigiani. Nilo è omosessuale e anche lui si è innamorato di Luigi oltreché di un tunisino. La Pillo viene definitivamente scaricata da Pierluca perché “una brava ragazza”, mentre lui, fidanzato da qualche mese, vuole essere fedele. Nel vortice dei giorni c’è spazio per abbracciare Genova dall’alto, per leggere le poesie di Giorgio Caproni, ma è l’amore che va rinominato, chiamato, riconquistato: la Pillo torna con Pinuccio e Nina continua a girare a vuoto. Verrà il momento in cui ci si fermerà da qualche parte? Sarebbe un peccato, sarebbe come aver adottato un comportamento conformista e aver rinunciato alla cattiva reputazione, alla seduzione dell’amore in quell’anarchia linguistica che è anche un modo di vivere tutt’altro che precostituito.

Alessandro Moscè

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