La Livorno dell’arte narrata da Alberto Toni

“La città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole”, scrisse Italo Calvino nel suo celebre Le città invisibili (Einaudi 1972). Il poeta Alberto Toni (nato nel 1954, vive a Roma) ha dato alle stampe Livorno (Unicopoli 2016) in cui le tracce di una città si trovano proprio a partire dalle piccole cose, dai segni impercettibili, da uno sguardo accidentale, dal passo di un vecchio libro, dalla storia annodata in quel passato di artisti e letterati che ne hanno decantato il particolare, la specola.

Fondata da Ferdinando I nel Cinquecento, Livorno appare, sin dalle origini, brulicante di persone, negozi e venditori ambulanti. Una città plurale, tollerante, aperta al mondo ebraico senza ghetto e al destino delle attività portuali, mercantili e commerciali. Un vero e proprio porto franco dove nel 1815, annota Toni, “si contavano 15 rabbini e altri spesso arrivavano da fuori e si fermavano per stampare libri”. Livorno è la città di persone illustri, tra gli altri Amedeo Modigliani, del quale viene rimarcata “l’inquietudine baudelairiana”, il fervore antiaccademico. Alberto Toni capta il temperamento del pittore che abbandonò lo stile dei Macchiaioli e un realismo piatto, e che nella “mistica dell’isolamento” sentiva Nietzsche come nume tutelare aggirandosi tra le vie ombrose e il Caffè Bardi, tra fantasmi creati dai bagliori dei lucernai e la luce naturale, opaca e calda. Nella narrazione di Alberto Toni ricca di riferimenti bibliografici, si intervallano i secoli, i luoghi di residenza, il mare limpido, le ragazze di Curzio Malaparte con i “capelli arruffati”, gli storici, i critici, il cinema con il film Ovosodo (rione di Livorno) diretto nel 1997 da Paolo Virzì, dove un gruppo di amici scapestrati vive continue disavventure e improvvise gioie nella giostra della giovinezza.

Non poteva mancare la figura del poeta Giorgio Caproni, che a Livorno nacque nel 1912, e che della sua città fece l’habitat esclusivo specie della madre Anna, nutrita di “tant’aria nativa”. Era una sarta e una ricamatrice, una suonatrice di chitarra (“Livorno, quando lei passava / d’aria e di barche odorava. / Che voglia di lavorare / nasceva, al suo ancheggiare! // Sull’uscio dello Sbolci, / un giovane dagli occhi rossi / restava col bicchiere / in mano, smesso di bere”). Caproni è senz’altro un poeta che del luogo, delle piazze, dei fossi, dei canali, degli spazi di quando era bambino, dei becolini, gozzi come le gondole manovrati dai barcaioli, ha ricostruito una mitografia personale dalle radici antiche. E poi Italo Calvino, che transitando da quelle parti colse una luce da sogno, “strappata dal buio delle palpebre dove ogni cosa è insieme precisa e fluida”. Arrivò anche Alessandro Manzoni, ed era il 1827, immediatamente colpito dal chiasso, dal favellare della città, dai caffè pieni di avventori di ogni nazione. Carlo Collodi, nel 1865, ravvisò la strada ferrata di gente che andava e veniva nel “piacere del viaggio”. Giovanni Pascoli, nel 1891, a Livorno stampò la prima edizione di Myricae presso l’editore Giusti (l’opera conteneva solo 22 componimenti). Qui visse con le sorelle e soffrì molto per l’allontanamento di Ida quando si sposò.

Per Alberto Toni Livorno è anche, soprattutto, il mare che permea gli umori, che sedimenta la memoria. Anche Aldo Palazzeschi fu persuaso dal mare, come fosse qualcosa da sempre visto, incantevole e ancestrale. Ravvisò Pier Paolo Pasolini: “Livorno è la città, dopo Roma e Ferrara, dove mi piacerebbe di più vivere”. Intravede i ragazzi liberi, felici, “con una gran voglia di fare l’amore”. Pasolini si innamorò dei lungomari dove c’era sempre aria di festa. L’acqua del mare è anche quella della zona compresa nel tratto del Romito, sotto un promontorio di lecci dove il verde brilla nelle lievi increspature. Torna il cinema con il film di Luchino Visconti Notti bianche (1957) immerso in un bianco e nero metafisico, inquieto, attraversato da una luce artificiale, livida. Infine la Toscana di Carlo Cassola, tra Livorno e Cecina, “luogo di vita e di anima”, territorio di un ricordi amniotici. La relazione (Einaudi 1969), romanzo utopistico scritto tra il 1962 e il 1963, è incentrato sui treni, sulle stazioni, su qualcosa di transitorio, di fuggevole. Una città è protezione, ma anche esposizione, viatico. Dal libro di Cassola è stato liberamente tratto il film L’amore ritrovato di Carlo Mazzacurati con Stefano Accorsi e Maya Sansa.

Alessandro Moscè

 

 

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