Il destino nel romanzo e del romanzo

Su “Repubblica” del 7 agosto è stato aperto un dibattito sul romanzo, sulla sua fine ingloriosa, secondo alcuni (gli apocalittici), e sulla vitalità della narrazione, secondo altri (i continuisti). Il processo al romanzo, che è anche il titolo dell’articolo di Paolo Mauri, nasce per lo più dalle considerazioni espresse da Giorgio Ficara nel volume Lettere non italiane edito da Bompiani nel 2016, incentrate sulla cosiddetta “letteratura interrotta” (sottotitolo del saggio). Ha senz’altro ragione Ficara quando rileva che la pubblicazione di romanzi seriali è basata su una lingua planetaria, deducibile dall’informazione. Non c’è continuità con la lingua dei grandi predecessori, quella di Pasolini, di Calvino, di Parise ecc. Manca per lo più una letteratura “biologica”, mentre l’attingere da altri linguaggi rende il romanzo consumato, standardizzato.

Il narratore Nicola Lagioia scrive: “Da alcuni secoli c’è un evidente bisogno di riconoscersi in questo specchio multiforme chiamato romanzo. A quanto pare per ora la gente non ha intenzione di farne a meno”. C’è un punto di snodo della discussione che Paolo Mauri ha messo bene in evidenza all’inizio del suo pezzo e che spinge a considerare il romanzo schiacciato nella rete di inglobamento dell’editoria. Ha poco senso parlare di destino del romanzo se non si tira in ballo il profitto dell’editoria. Le due cose appaiono strettamente e inconfondibilmente legate. Mauri sostiene: “La fortuna immensa dei gialli e dei thriller obbedisce, con qualche eccezione, alla regola del consumo: cerco l’emozione del delitto, del cadavere da scrutinare, ma più ancora il gusto dell’indagine ben sapendo che alla fine l’investigatore, dopo avermi sapientemente intrattenuto, mi regalerà una soluzione”. La stessa cosa avviene nei format dei programmi televisivi, come nel cinema. Il modello di importazione anglosassone ha sviluppato un genere di culto: il romanzo giallo, noir, thriller è diventato pervasivo rispondendo ad un’esigenza meramente di mercato. Il romanzo è congestionato dall’influsso delle arti audiovisive, dove la cronaca nera e il “delitto fittizio”, come lo definisce Mauri, si trasformano in una metastasi rigenerata di giorno in giorno.

Non è morto il romanzo, ma sopravvive un genere riconoscibile dall’editoria come prodotto consumistico. Quindi il problema non è nel romanzo, ma fuori del romanzo. Esistono i narratori che continuano a perseguire un modello tradizionale, ma scompaiono al cospetto della quantità di “anonima romanzieri”. Edoardo Albinati che quest’anno ha appena vinto il Premio Strega con un bellissimo romanzo-saggio, La scuola cattolica (Rizzoli), non scrive gialli, né noir, né thriller. Non ne scrivono neanche Eraldo Affinati, Sandro Veronesi, Claudio Piersanti, Angelo Ferracuti, Andrea Di Consoli, Andrea Caterini e molti altri. Cioè i migliori delle ultime generazioni. Il potenziale da esprimere c’è, ma il bagaglio di emozioni proviene dalla bulimia crescente di chi decide cosa pubblicare. Il capo d’imputazione, pertanto, coinvolge l’editoria. Siamo di fronte ad una filiera che partorisce un filone e offusca genericamente gli altri. Il turbine del giallo, del noir e del thriller è una moda che si perpetua da quasi vent’anni. Il mercato sembra calamitare anche la critica meno rigorosa, più accondiscendente.

Sono nato nelle Marche, come Paolo Volponi, il quale scrisse romanzi che segnarono un’epoca: il passaggio dalla società agricola a quella industriale, con il cambiamento repentino di usi e costumi degli italiani, oltre che delle condizioni e delle modalità di lavoro. L’utopia di Volponi, che credeva nella coesistenza della civiltà delle macchine con il progresso e non con l’alienazione, nasceva dalla realtà. Oggi la letteratura non entra nelle pieghe del post-capitalismo e della crisi economico-occupazionale che ha investito l’Italia. Alla realtà con una ricaduta privata e pubblica che rispecchia l’andamento della società del terzo millennio, si sostituiscono gli assassini in ogni angolo della strada, come se l’Italia fosse invasa da frenetici agenti di polizia. A Roma come a Canicattì. Il “delitto fittizio”, appunto, con poca rappresentazione ambientale, evocativa, memoriale: l’azione è solo fiction, al punto tale che anche sui grandi personaggi dell’arte si costruiscono invenzioni che disattendono la biografia dell’uomo (Leonardo Da Vinci, Monet, Van Gogh).

Il tema del lavoro, il conflitto sociale, l’universo dei sentimenti spariscono per far posto ad un crudo eccesso di sangue e orrore, così come viene messo in disparte il grande tema metafisico. Dunque il punto di snodo dal quale partire, non è nella struttura, nella lingua, nella trama del romanzo. È nella richiesta dell’editoria, di una letteratura-industria che si concede quasi esclusivamente al pubblico d’intrattenimento. Ecco che lo stesso approfondimento critico viene svilito, o peggio ancora esautorato. Il più illuminato critico italiano, Franco Cordelli, romanziere tutt’altro che occasionale, sul destino del romanzo al suo interno (nel romanzo), ha di recente dichiarato che ci sono delle cose vere, delle cose verosimili e gli episodi autobiografici. Per restare alla percezione critica, le sue parole sono stimolanti e rispondono personalmente al quesito di partenza: “Tutto rientra nel grande alveo della lenta e progressiva erosione della sostanza romanzesca. Il genere romanzo è una lunga, estenuante agonia, una deriva della credibilità di un genere letterario che si va lentamente svuotando di senso e di significato, di sorpresa e di vitalità. Ma non sarà un’erosione infinita. Essendo anche un lettore, posso dire che, pur leggendo ancora dei bei romanzi, non credo che il romanzo sia un genere letterario destinato all’immortalità. Anche il sonetto è durato per cinque, sei secoli. E poi si è esaurito. Il romanzo dura dal XVII secolo, forse ha ancora uno o due secoli di vita prima di esaurirsi. Ma non riesco a immaginarlo oltre. Credo che la tecnologia lo inghiottirà completamente” (intervista di Elisabetta Rizzo, www.sulromanzo.it, 12 maggio 2016).

 Alessandro Moscè

 

 

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Una risposta a Il destino nel romanzo e del romanzo

  1. roberto pusiol says:

    sì, dici bene ma anche tu mi pare che tutto sommato come tanti interpreti ancora il romanzo come sociologia (come fa per es in questo suo articolo La Gioia), cioè : dove sono i problemi, gli attori sociali della società del 2000? Ma il punto non è questo: il punto è cogliere i movimenti sotterranei, le forme dell’essere e del pensare degli anni 2000, e quindi sul piano della scrittura quali siano le forme che possano corrispondere a questo nuovo modo di essere e di pensare. E’ evidente ad esempio che la forma basilare del romanzo tradizionale ovvero sia lo svolgersi della trama ha un suo preciso riscontro nella idea di progresso , dell’individuo che fa la sua strada nel mondo, in concomitanza con lo sviluppo della società occidentale in campo culturale (illuminismo, positivismo) e in campo economico. Ora è evidente in questo senso che il tema “trama” è un tema che non ha più un obiettivo riscontro nel mondo in cui viviamo. Il tema è quindi quale forma dare al testo in prosa degli anni duemila? ( stavo per scrivere narrare, narrativa, ma l parola dato quanto scritto qui sopra è anch’essa superata).

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