Guido Garufi: i fratelli della residenza affettiva

Guido Garufi

In un contesto attuale sempre più dentellato e conflittuale, emerge ancora una poesia che procede per sottrazione ma non dimenticanza, non per indifferenza o per estemporaneità, o peggio ancora seguendo una moda dilettantistica e dogmatica priva di acquisizioni, di studio. E’ una poesia memoriale, identitaria, legata all’esperienza di un’irripetibile stagione lirica, melodica, contrapposta ad un progetto chirurgico fondato sullo smottamento della parola, sul valore sostanziale del gergo e sullo strutturalismo della versificazione (cioè figlia di uno sperimentalismo ad oltranza). Si allude alla poesia della vita, che dal passato raccoglie i detriti e ne impianta la ragione esistenziale e resistenziale, irrinunciabile dello scrivere. Fratelli (Aragno 2016) di Guido Garufi (nato a Macerata nel 1949), raccolta uscita nella prestigiosa collana diretta da Giovanni Tesio, si adatta perfettamente alla premessa in un registro dialogico cristallizzato nel rapporto con se stessi e con il mondo circostante.

La sottrazione è quella di chi non c’è più e che ancora si presenta “liberato nell’aria, sciolto e rarefatto”, come l’autore scrive nella bellissima, prima poesia dal titolo La spiaggia. Sottratto al tempo terreno, ma risorto in un respiro, costante in un’amicizia addirittura filiale, in una comunione con gli umani, in un convivio tra vivi e morti. Gli assenti di Garufi sono convocati, “irrevocabili e dolci”, appaiono come un sigillo, una profezia, una preghiera, una confidenza, un amore: cioè in un’intenzione che trascende la quotidianità e un asettico fluire cronachistico, vacuo. Ha ragione Giovanni Tesio, nella postfazione, quando annota di una poesia sorprendente per “unità e coesione”. Del resto Guido Garufi, sodale di Vittorio Sereni e Mario Luzi, aveva già ampiamente espresso una ricerca laboratoriale nei precedenti libri ricchi di interrogativi, di significati e significanti, oltre ad aver compiuto un percorso formativo che comprende vasti studi su Campana, Gozzano, Montale, la proficua collaborazione con il concittadino Remo Pagnanelli, la conduzione di una rivista, un monitoraggio sulla poesia marchigiana del Novecento e altre attività militanti, iniziate più di trent’anni fa, imperniate sull’estetica e sulla metodologia.

Tesio intuisce che Guido Garufi ha fatto dell’ambientazione e della mitografia un punto di forza, una connotazione insostituibile. La postazione e la domesticità sono tratti peculiari di Fratelli: “E se d’un tratto la voce sibillina / e roca ripete «perché mi scerpi» / le lucciole ritornano improvvise / qui nelle mie Marche nella sacra / terra dei poeti, da Urbino al sud / sull’onda adriatica, sulle tue rive / sulle orme della nostra residenza…”. Residenza, appunto, come la rubrica radiofonica della Rai regionale fondata da Franco Scataglini insieme a Massimo Raffaeli, Gianni D’Elia e Francesco Scarabicchi, che portò avanti nei primi anni Ottanta un progetto teso ad arrestare la diaspora dei talenti locali verso le grandi città e a promuovere una poesia radicata nei luoghi marchigiani. La stessa cosa, in termini di operatività, facevano contemporaneamente Umberto Piersanti e Gualtiero De Santi a Urbino, Guido Garufi e Remo Pagnanelli a Macerata. La residenza è dunque una specificità geo-affettiva, puntualizza Tesio, composta di “recintati campi”, di “aria piena”, di “nuvole distese”, di “onde adriatiche”, di “alberi che sembrano mani” ecc. Garufi, in questa dimensione spaziale e temporale ben definita, nominata, appare lo scriba, come quei manieristi che nell’antico Egitto imparavano un’arte complessa, una conoscenza che si tramandava di generazione in generazione affinché fungesse da tramite nell’universo sospeso tra la terra e il cielo. Non a caso la raccolta precedente si intitolava Lo scriba e l’angelo (Archinto 2009). Basterebbe citare questi versi, questo dialogo interattivo e muto, per rendersi conto di un’eco assai suggestiva: “Ma tu / che sogni e credi che gli angeli possano vagare / e alitando alleggerirti / tu non cedere davanti a questa che ti sembra / una deriva”. O ancora, nella poesia dedicata a Vittorio Sereni: “E muta questa natura umana, il volto cambia / e sembra quasi una canzone o musica quella / che mi investe e che in alto o dall’alto parte / e s’infila tra le canne per un piccolo quartetto…”.

Torna Mario Luzi, nella sua luce divina e verticale, che guarda altrove, nonché un dettame filosofico che ci ricorda Eugenio Montale, specie quando il sogno si trasforma in visione, figura, sagoma, sembianza. Questa poetica rimanda ad alcune decisive considerazioni che Garufi espresse nell’antologia La poesia delle Marche. Il Novecento (Il lavoro editoriale 1998). Proprio perché la connessione con il luogo finisce per essere una prevalenza dichiaratamente umana, un tratto invariante definito “avanguardia a ritroso” o “conservazione attiva”, attestandosi dentro un classicismo che si potrebbe chiamare, secondo il paradigma di Franco Fortini, “non classicistico”. Questi elementi si ravvisano uno ad uno, pregnanti, in Fratelli, quasi fossero una naturale conseguenza di quella “concrezione di vita e scrittura” che Luzi rimarcò aggiungendo nella prefazione a Lo scriba e l’angelo, che “la chiara virtù di autoanalisi di quella che prima era patita come debolezza e oggi è franchezza di sguardo aperto all’iniquità del mondo, apre spazi dilatati alla rappresentazione del vivente”. Non possiamo non menzionare l’appassionato “compagno di via” Remo Pagnanelli, che con la poesia di oggi, e in particolare con quella di Garufi, ha a che fare. Garufi, come Pagnanelli, sa movimentare l’attitudine al ragionamento, al filtro sul senso ultimo delle cose, all’utilizzo degli archetipi e all’esercizio formidabile della lettura per meglio comprendere, compenetrare l’io e l’altro. Nella sezione Stelle variabili (omaggio indiretto a Sereni) troviamo una poesia di affetti familiari, l’elevazione della figura materna in uno dei più struggenti fotogrammi di gesti, di modi di essere rivissuti nel tempo: “Ma poi più da vicino la osservo / mentre sembra dirmi contro di lei: non ti fermare. / E avverto in questo segno minuto / nascosto da un piccolo segno di mitezza / l’avventura // (Così non dormo)”. “Il bisbiglio del cuore”; “il cuore naufragato nel timore”; “la bussola del cuore”; “cuore antico e nuovo”: il trasalimento di Guido Garufi è un peso trasferito sul foglio, direttamente sulla poesia, quindi sulla sua storia, sul suo sentimento che “luccica” in un intermezzo, in una verità autobiografica, in una lingua e in un silenzio interiorizzati, perché al termine della notte “qualcosa brilla nella tua finestra”.

Di recente è uscita un’antologia dal titolo Sulla scia dei piovaschi (Archinto 2016) a cura di Davide Tartaglia e Manuel Salvioni. Si sottolinea una linea “incarnata”, metafisica e terrestre, che mira alla “memorabilità” per il lettore, che della memoria costituisce una “trafittura”, un varco, un “male disvelato”, per usare un’espressione contenuta in Hortus (Forum/Quinta Generazione 1981), libro esordiale di Garufi. Tornando a Fratelli, Giovanni Tesio, in chiusura del suo intervento, individua lo stesso grumo (“strappo”, “dolore”) aggiungendo che la domanda è rivolta perché venga data una risposta, un’iconica raffigurazione “non crepuscolare”. Ecco alcuni versi emblematici, esplicativi: “E’ così, mi dico, riluttante alla fede / e alla cecità che il saggio guida verso sponde / universali e senza tracce di guerra, lontane dal dolore”. La sezione Poesie del disamore innerva un atteggiamento da Marziale, pungente, sarcastico. I testi sono anteriori alla raccolta e “debordano” verso il politico. “Non ci ammaestra ancora l’urbe condita / alla solitudine perfetta che, secondo / l’altro detto, è beata / (e se vuoi, fa anche un po’ schifo”).

Resta da menzionare ciò che Garufi ha chiamato “notizia” e che è la sua impressione, perfino mitologica, della poesia. Si fa riferimento a fatti e avvenimenti, a territori inediti, di mancanza, di spaesamento. Quei fatti e quei naufragi che Karl Jaspers riteneva essenziali e senza i quali non “si scorgerebbe” l’essenza, non “si avvisterebbe la luce”. “Ho sempre pensato che la poesia abbia, tra le varie finalità, quella di segnalare tali avvistamenti, un po’ come un radar o meglio ancora come un rabdomante che sente la vena dell’acqua che scorre, invisibile, sotterranea”. Guido Garufi, convocando gli amici e l’amore, i luoghi e il passato, ha detto tutto ciò che c’era da dire, rammentando, pur senza volerlo, quel connettivo culturale degli anni Ottanta che purtroppo, aggiungiamo noi, si è completamente perso. La sua generazione è stata foriera di insegnamenti, ma non di un’eredità specifica di chi poteva essere “padre” per un “figlio”, eccetto pochi esempi di autori di riconosciuto spessore (tra gli altri il maceratese Filippo Davoli). La colpa è di chi non ha saputo cogliere la possibilità di misurarsi con i predecessori (anagraficamente), con quel proliferare di una scuola critica e di gusto, con una griglia imperniata su storia e stile, di cui Garufi, nelle Marche, è stato e continua ad essere un nume tutelare. Nella “terra dell’infinito” e non solo, tra siepi, colli e un’ipotetica linea adriatica.

“Il mondo ha bisogno dei poeti”, disse una volta Giorgio Caproni. Ne siamo convinti più che mai. Fratelli è una delle migliori raccolte uscite quest’anno, perché della poesia incapsula un orizzonte attendibile, perscrutabile da chiunque, “cantato” in affermazioni perentorie, mai manierate, né opache. Guido Garufi continua a “chiamare” la poesia spontaneamente, a carpire la radice di ogni nostalgia e di un tempo universale che ci appartiene in una comunicazione soprattutto di anime. Quella comunicazione che la società di oggi, stereotipata e insipida, sembra far tacere per sempre.

 Alessandro Moscè

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