Lettera aperta a Carlo Smuraglia

Umberto Piersanti

Sicuramente i ragazzi di Rifondazione e affini che costituiscono le nuove leve dell’ANPI non possono sapere molto della resistenza italiana, ma Carlo Smuraglia avendola vissuta, la conosce bene. Alla Resistenza hanno partecipato i più diversi strati sociali e tutti i partiti antifascisti, dai badogliani ai comunisti. È vero, in particolare nelle zone del Centro e dell’Emilia, i partigiani garibaldini erano i più numerosi: è anche vero che furono quelli che si macchiarono di alcuni gravi crimini. Ricordiamo fra tutti l’eccidio di Porzus dove i garibaldini massacrarono i capi della brigata partigiana Osoppo tra i quali il giovane Guido Pasolini, fratello del grande scrittore. E ricordiamo ancora le varie uccisioni ingiustificate nel triangolo della morte, tra Modena, Reggio e Parma.

Tutto questo non toglie quasi nulla al valore della Resistenza che significava riprendere le armi contro il fascismo ed il nazismo, contro chi costruiva o appoggiava i campi di sterminio: i partigiani erano dalla parte giusta al di là di ogni singola azione. I repubblichini di Salò erano dalla parte sbagliata anche quando sul piano personale poteva trattarsi di qualche giovane idealista convinto di servire la dignità della patria.

Il più grande scrittore che abbia raccontato la Resistenza, Beppe Fenoglio, era un “azzurro”, militava dunque nelle formazioni monarchiche piemontesi.

Compito dell’ANPI è dunque quello di mantenere un’unità della memoria, una memoria riconosciuta da tutti che sia molto al di sopra degli schieramenti attuali e delle lotte politiche contemporanee. L’ANPI non poteva e non doveva pronunciarsi né per il sì né per il no perché questo significava entrare in uno scontro partitico, diventare fazione contro altre fazioni. In questo modo si giustifica anche l’opinione di chi non attribuisce all’ANPI una identità trasversale e nazionale, ma la configura come una parte della sinistra, magari di quella sinistra radicale che rappresenta solo il cinque per cento degli italiani.

Carlo Smuraglia si è preso la responsabilità di stravolgere la stessa identità dell’ANPI anche per gli anni futuri: oggi sappiamo con esattezza che l’ANPI rappresenta non una memoria condivisa, ma solo una memoria di parte. Anche se si fosse pronunciato per il sì sarebbe stata la stessa cosa. Quello di Smuraglia è stato molto più di uno scivolone, è stato un errore madornale.

L’ANPI avrebbe potuto intervenire solo se si prefigurava una svolta autoritaria dittatoriale. Si può essere per il sì o per il no, ma vedere un duce all’orizzonte è una cosa assurda ed impensabile. Nessuno toglie il diritto di voto, nessuno chiude le sedi dei partiti, nessun tintinnare di sciabole si profila all’orizzonte.

Quando De Gaulle trasformò totalmente la struttura della repubblica francese io ero un ragazzo, ma ricordo perfettamente gli articoli sui giornali della sinistra che parlavano di una Francia finita sotto una dittatura di stampo più o meno fascista. L’ordinamento voluto da De Gaulle è stato poi accettato anche dal partito socialista e comunista francese e nessuno oggi più oserebbe parlare di fascismo.

Persino se si fosse andati ad una repubblica di tipo presidenziale, non per questo si sarebbe potuto parlare di dittatura. L’ANPI unisce la sua voce a quella destra che è sempre stata presidenzialista e che nella riforma individuata dal duo Berlusconi-D’Alema prevedeva per il premier un potere di gran lunga superiore a quello previsto dall’attuale riforma costituzionale. Quando il centrodestra da Brunetta a Casapound, parla di minaccia dittatoriale, fa semplicemente ridere.

Sono per il sì, non tanto per il discorso dei costi della politica, che in sé è ben poca cosa, ma per altri due motivi di fondo: la fine del bicameralismo perfetto che comporta la fine del palleggio continuo delle leggi tra camera e senato: è sufficiente lo spostamento di una virgola perché la legge venga rimandata all’altro ramo del parlamento. Inoltre vengono meglio definite le competenze delle regioni in rapporto a quelle dello Stato: in Italia non c’è rischio di dittatura, ma una molteplicità folle di poteri che permette al più piccolo comune di bloccare strade, ferrovie, impianti.

Certo, il senato poteva essere anche meglio impostato e la sua formazione meno tortuosa. Le riforme però non sono mai perfette, non le fa uno studioso nel chiuso del suo studio, ma nascono dagli incontri-scontri tra forze politiche e sociali differenti e non possono non risentire di patteggiamenti e compromessi. Fare una riforma perfetta significa invocare un’utopia mai destinata ad avverarsi e tutte le riforme costituzionali sono naufragate di fronte a questa utopia. Non starò qui a nominare i vari personaggi della sinistra, del centro e della destra che nel corso della nostra storia repubblicana chiesero con forza la fine di un bipolarismo perfetto unico in Europa.

Ho precisato la mia posizione sul quesito referendario: lo ripeto, la questione però è un’altra. C’è un’istituzione sovrapartitica che dimentica di rappresentare tutti gli italiani; non si ricorda Carlo Smuraglia che la resistenza comincia con una richiesta di unità? Vennero messi in minoranza quelli che volevano immediatamente la fine della monarchia e il problema venne rimandato al referendum da attuarsi alla fine della guerra. Monarchici erano vari partigiani e tanti soldati e ufficiali dell’Esercito regolare del sud di cui oggi si sta riscoprendo l’impegno e il peso avuto nella lotta per la Liberazione. Grazie a Carlo Smuraglia quella Resistenza, iniziata sotto il segno dell’unità, un’unità che si estendeva fino alle forze monarchiche, è diventato un elemento di divisione perfino all’interno dell’ANPI. Abbiamo visto qualcuno trasformare il 25 Aprile in un referendum per il no e altri per ritorsione restituire la tessera dell’ANPI. Anche questo è frutto della scelta di Carlo Smuraglia.

Umberto Piersanti

 

 

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Una risposta a Lettera aperta a Carlo Smuraglia

  1. massimo pironi says:

    Sono pienamente d’accordo con questa analisi. E’ stato minato il valore dell’Anpi e lo dico da iscritto.

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