Romana Petri e il mito del Padre Ciclone

Romana Petri

“Il ricordo è un modo d’incontrarsi”, diceva Kalhil Gibran. Se non ricordiamo non possiamo capire in una temporalità declinata al passato. La stessa ricordanza leopardiana unisce piacere e dolore in un unico sentimento che fonda il carattere del soggetto, l’ombra familiare e una trama di senso. La continuità tra passato e presente, o meglio di un passato al presente, suggella l’inestricabile aggancio tra “era” ed “è”.

Romana Petri è una scrittrice che con Le serenate del Ciclone (Neri Pozza 2015) ha fatto di più: ha elevato il senso del mito, dell’epico in chiave attuale. La sua è una narrazione investita di sacralità e di una verità di fede. Il protagonista è nientemeno che il padre, non un padre qualunque, ma Mario Petri, il celebre cantante lirico, basso e baritono, nonché attore di film à la page (nel ruolo di Ercole, Golia, Achille ecc.). Quando morì, nel 1985, “Repubblica” lo salutò come “il cantante che le signore si mangiavano con gli occhi. Fra gli anni Cinquanta e i Sessanta, Petri interpretò un mucchio di film, diventò un vero e proprio divo del genere. Non passava settimana senza che una sua fotografia apparisse sui settimanali rosa”. Definito un “cattivo con stile e garbo” per le parti cinematografiche di antagonista, di personaggio violento, nel libro viene riscoperto non solo nella veste filiale di chi vuole riappropriarsi dell’affetto privato, ma nella caratura di persona che si è fatta da sé, provenendo dalla rustica campagna umbra, che si è pagato le lezioni private di canto con gli incontri di pugilato fino a diventare famoso al cospetto del grande pubblico non solo italiano.

Non è facile disegnarne un quadro autentico, tanto che Romana Petri ci ha messo ben venticinque anni per comporre il movimento ciclico del ritorno (ma forse avrebbe dovuto aspettare ancora, precisa). Nell’epilogo ammette: “E allora, io devo aver scritto questo libro perché tu sei la mia insonnia, ma dal momento che non sono tipo da farsi illusioni, non ho mai pensato che dopo averlo scritto avrei ripreso a dormire. L’ho scritto perché mi urgeva”. Da cosa nasce l’improcrastinabile “visita” di un corpo e di un’anima nutriti di mirabile ispirazione? Da quale motivazione si fa largo un destino condiviso e l’immanente anamnesi? Da quale bisogno perfino fisico, che traspare dal sincretismo del romanzo? Senz’altro dall’incombente Mario Petri, il Ciclone, come lo chiamavano gli amici, che nella sua imponenza fisica saturava lo spazio e assumeva un fascino avventuroso, bizzarro. Ma anche dalla necessità di raccontarsi propria della figlia. Mario Petri è morto all’ospedale di Città della Pieve, nel perugino, ma non c’era quando Romana si è laureata, quando ha partorito, quando ha pubblicato il suo primo libro. L’anello di congiunzione è dunque un dialogo muto, scabro, un rito di iniziazione, una discontinuità ricongiunta nella parola rappresentativa di quell’energia che determina la costruzione della piccola storia dentro la grande storia, nel periodo che precede la seconda guerra mondiale e che si chiude a metà degli anni Ottanta.

In un intervento apparso sul sito web www.letteratitudinenews.wordpress.com (17 dicembre 2015), Romana Petri confida:

“Fu prendendo in mano il libro di Elias Canetti, La provincia dell’uomo, che mi venne l’idea. L’avevo letto tanti anni prima quell’incipit, ma quel giorno, rileggerlo mi diede la chiave giusta. Diceva così: «Sarebbe una cosa bella se, a partire da una certa età, si diventasse di anno in anno più piccoli e si ripercorressero all’indietro gli stessi gradini per i quali ci si è arrampicati una volta con orgoglio». È stato in quell’istante che ho capito cosa volevo fare. Volevo rivivermelo tutto quel padre, anche la parte della sua vita che non avevo conosciuto. E allora ho cominciato dal giorno in cui è nato, me lo sono andata a riprendere dall’utero di mia nonna. Si tratta di un romanzo, non di una biografia, ci sono cose vere e cose inventate, ma anche quelle vere, si sa, una volta che vengono scritte assumono un’altra forma, un altro significato. I ricordi, a forza di essere ricordati, si trasformano ogni volta che vengono raccontati di nuovo. E un romanzo, in fondo, è un po’ come un ricordo molto rielaborato, dunque ricoperto di più strati. Di quest’uomo, che per me è stato anche leggenda, ho deciso di farne addirittura un nuovo mito. La letteratura ha questo di bello, puoi fare di un personaggio ciò che desideri e io ho voluto estremizzare una realtà già abbastanza estrema di suo. Dai racconti che mio padre mi aveva fatto sulla sua infanzia, adolescenza e giovinezza, ho costruito tutto un mondo che mi risuonava dentro da sempre, anche se non era stato il mio. È strana la sensazione che si prova in questi casi. Oggi, per me, l’unica realtà è quella molto romanzata che ho scritto. Le cose, una volta che diventano carta, prendono un che di definitivo anche agli occhi dell’autore”.

Non è stato un padre perfetto, ma un padre di quelli che travolgono. Un gigante sensoriale, ma anche fragile e feribile, al quale le zampate leonine e il fisico atletico non risparmiavano le cadute nella malinconia, tra conti in sospeso e rimpianti rimuginati.

La mitologia moderna, parte essenziale di questo romanzo, è un campo senza confini, una scoperta continua, una simbologia sul coraggio e l’agire umano. E’ un viaggio a ritroso nel tempo, all’origine di un’identità che accomuna, che riserva un patrimonio vivo di esperienze, un assoluto immemore. Come se la sovraimpressione di piani temporali proietti orizzonti fino ai nostri tempi e li faccia rivivere ancora. I fatti passano attraverso la costruzione di accadimenti che si fissano in un tempo creativo, meravigliato. La fisionomia letteraria di Romana Petri, nello specifico, è sempre ben riconoscibile, si addentra nell’intimità e se ne estranea nella presa di distanza dalle vicende raccontate, affinché il sentimento non si edulcori di eccessiva compartecipazione emotiva. E in effetti Le serenate del Ciclone mantiene un tono leggendario come in un incantesimo rifratto, filtrato. “Quando è nato pesava poco di più due chili, ma era forte, per questo ce l’aveva fatta, altrimenti non sarebbe sopravvissuto. Terzilia, sua madre, lo metteva sotto un albero, dentro una cesta di vimini coperta da un telo di cotone grezzo, e poi se ne andava a lavorare nei campi”. La prima parte è ambientata nell’Umbria ancestrale della campagna di Cenerente, una terra inconsapevole dove i contadini vivono tra i campi e la stalla con i buoi e le mucche, il pollaio, il maiale, le gabbie dei conigli. Il nonno mangia le cipolle crude, la nonna cucina le tagliatelle con le ragaglie (uno spezzatino con parti di pollo) e la minestra con il battuto. In un tempo sospeso, dove la scrittura oscilla tra il ricordo strettamente personale e un espressionismo cartografico di luoghi, il piccolo Mario si diverte ricorrendo i mosconi e le lucertole. Il cielo è “ripianato” da tante stelle e il bambino dorme in soffitta con il nonno come in una favola reale. Quel nonno che fuma la pipa e che non sa neppure leggere il suo nome, è però dotato di saggezza e intelligenza, mentre la nonna, continuamente in movimento, prepara al nipote l’uovo sbattuto a zabaione, buttato in una ciotola, nell’acqua bollente con l’aggiunta di un po’ di sale e di una fetta di pane duro. Nel caldo del focolare acceso, “Mario nemmeno stava a sentire le voci intorno. Un grammofonino, una scatola dalla quale far uscire musica, canzoni, voci. Come gli era venuto in mente al babbo? Gli rivolse uno sguardo di sfuggita, come a chiedergli se allora un po’ la conosceva, quella meraviglia. Il braccio, la puntina, l’orecchio, tutto in miniatura, ma perfetto”. L’amore per il canto è una passione che emerge dirompente con il Tango della gelosia, melodia perfetta per un ambiente contadino che si espande e addolcisce l’aria nel terrazzo del cascinale da dove si vedono il Monte Subasio, l’Acuro e il Malbe, un paesaggio che mette addosso la frenesia, qualcosa di eccitante e commovente insieme. Mario impara a cantare con un tono personalissimo, “dolce e viscerale”. E’ diventato anche un bel ragazzo e lo chiamano per le serenate sotto le finestre delle ragazze amate. Ma queste fanciulle, più che dal pretendente d’occasione, sono catturate dal Ciclone con gli occhi verdi sotto la luce soffusa di un lampione, fino a rimanerne turbate. I padri se la prendono con gli spasimanti e con i musicisti. Ci sono le vedove immalinconite che si affacciano con i grandi seni alle finestre: per tutti quelle serenate rievocano, in un recinto poetico, ricordi, sogni, illusioni. Romana Petri scrive della grande festa della mietitura, una ritualità corale con le tavole di legno sull’aia e i cavalletti che le sostenevano a stento. Se le tovaglie non bastano si usano le lenzuola. Il pranzo è succulento: pasta al forno, oche, polli, patate, insalate, pomodori, cetrioli, cipolle, crostini e molto vino. “Nell’aria, oltre al crepitio del fuoco, si sentiva il rumore del loro saltarello sulla terra battuta, ma esalato dal calore del fuoco e dei corpi sudati, dominava anche l’odore forte e rinfrescante delle pimpinelle”. Il Ciclone sa che non ci si improvvisa cantante, che bisogna studiare, che ci vuole una dote naturale, applicazione. Lascia la campagna per Roma dove prende lezioni dal maestro Cusmic, che gli insegna l’interpretazione dell’amore e della morte attraverso il “prestito” della voce. Si muove con le braccia in avanti, un po’ in difesa e un po’ in attacco. La sua corporatura da atleta gli consente di ottenere un certo successo nel pugilato professionistico (si allena fino alle cinque del pomeriggio), mentre per pagarsi l’affitto posa per due pittori. La sera lavora in un locale, La Ripe, dove canta fino all’una di notte. I romani lo chiamano “peruggì”. Mario scrive una lettera al padre in cui manifesta tutta la sua  convinzione, una volta tornato in Umbria per un’audizione: “Vengo a Perugia per cantare, ch’è sempre stato il mio più grande desiderio come il tuo di tagliare legna e poi vendere il carbone”. Ha pietà per i deboli, per i buoni, e inavvertitamente prende a pugni un gerarca fascista in abiti borghesi. Viene condannato a morte. Ingerisce delle pastiglie dategli dalla madre e ricoverato in un ospedale militare riesce ad evitare l’esecuzione. I primi mesi li trascorre in convalescenza tra la cucina e la veranda della casa dei nonni, inappetente, in preda a continui capogiri. Imita il verso dei grilli, il richiamo d’amore dei maschi che fa prendere la strada giusta alla femmina.

Dopo la guerra sembra che a Perugia non si pensi ad altro che alle scazzottate. La mitica combriccola, con in testa il Ciclone e il Kid (che assomigliava a Charles Bronson), si ricrea. Lungo corso Vannucci si accendono sguardi, si ammicca. E’ anche il tempo dell’amore alternato alle risse anticipate dalla fatidica frase del Kid: “Ormai ce semo”. Nel buio della notte il furore e il fiato grosso si aggiungono ad un insaziabile desiderio di supremazia su chiunque si avvicini. Ci si lancia a testa bassa come i tori. E’ memorabile la virulenza con cui il gruppo di scavezzacollo si scaglia sugli inglesi rimasti a Perugia, ma l’episodio sembra un passaggio cruciale dal quale non si può tornare indietro, come decretasse la fine di un ciclo, la defezione della giovinezza.

“L’impressione che avevano, era quella di essersi ritrovati nel giro di un istante dentro un’altra stagione della vita, e senza avere avuto un segnale di preavviso, come se l’epoca in cui si doveva ancora crescere parecchio per diventare adulto avesse preso da tutti un congedo precipitoso da sembrare per questo più definitivo”.

A Roma Mario si impone. Decide di optare per un nome d’arte, Petri, dal latino petra, cioè roccia. Viene scritturato alla Scala di Milano, a Caracalla per la Gioconda, a Catania per la Mignon, a Napoli per il Faust. Gli propongono di cantare in russo, alla radio, Il seminarista di Modest Musorgskij. Prende lezioni in lingua dalla figlia di Tolstoj e al Maggio Musicale Fiorentino conosce Lena, che proviene dal Teatro dell’Opera di Roma. Timida, riservata, con gli occhi scuri e obliqui, osserva tutto ma in silenzio. “Ogni volta che Lena arrivava a casa sua, Mario veniva preso da una gran voglia di fare l’amore con quella bellissima ragazza. Gli piaceva il volto poco italiano, con quegli zigomi pronunciati e gli occhi che sembravano mediorientali, gli piaceva anche il suo naso che non era certo piccolo, ben pronunciato e importante, tutto il contrario del suo che era rimasto quello di un mangiatore di patate”. E poi lo scandalo, quando viene sorpreso in una camera d’albergo con Giulietta Simionato (in una foto di giornale vengono portati via dalle guardie). Quindi la famosa audizione per il Don Giovanni di Mozart con il maestro von Karajan; la conoscenza di Thomas Mann a Vienna, la commozione di trovarsi davanti un signore dall’aspetto alto, asciutto, arcigno. Il Don Giovanni viene consacrato dalla stampa: “bello, bravissimo e italiano”. Mario Petri viene successivamente diretto da Busch, Krauss e Furtwängler. Infine sposa Lena. Sono invitati solo i parenti stretti e il pranzo è organizzato in casa, un banchetto umbro secondo le vecchie tradizioni culinarie.

La prima parte del romanzo ha l’impostazione strutturale del Bildungsroman, il classico romanzo di formazione che nella seconda sezione si sdoppia perché assume la forma di un altro racconto, dove l’evoluzione del protagonista verso l’età adulta e matura non è più quella di Mario Petri, ma di Romana, che in prima persona narra di sé in una tramatura altrettanto compatta. I sentimenti si agganciano all’integrazione di una protagonista femminile che segue l’ombra del padre condividendone l’esuberanza e la tenacia. Romana Petri procede con una scrittura snella, umile, scintillante, dove ogni implicazione psicologica viene diluita in un impulso viscerale, in un aneddoto breve, in un episodio succinto reinvestito di anni altrettanto formativi nell’allegoria del tempo. L’agire è sviluppato dal di fuori, in modo specchiato, non dal di dentro con una funzione morale o pedagogica. La scrittrice, insomma, dice ciò che dice. “Dovevamo essere assai belli visti di spalle: un microbo e un gigante che s’erano appena dichiarati un grande amore”. E ancora:

“Sull’immenso petto del mio babbo io ci dormivo spaparanzata come un adulto su un letto a due piazze e certe volte sono sicura che di essermi stancata di giocare ho fatto finta, di aver replicato pure sul sonno. Ma restavo a occhi chiusi, perché se dormivo potevo protrarre quasi a piacimento quel senso di gran navigazione certa, godermi a lungo il buon odore della sua pelle che non m’è mai uscito dal naso”.

Le serenate del Ciclone manifesta l’ansia nell’attesa, l’insorgere felicemente ossessivo di immagini in una dimensione affabulatoria che conserva tensione, in un minimalismo trasognato che alimenta sequenze di umori, dal rapido successo all’altrettanto inesorabile decadenza di Mario Petri, tra particolari cronachistici, divagazioni e repertori dell’esistenza nella natura (l’Umbria selvaggia) e nella città (la Roma della dolce vita) negli anni del boom economico. Arriva il televisore nelle case degli italiani, che costa quanto lo stipendio medio di un intero anno di lavoro. I vicini chiedono di poter assistere ai programmi in casa Petri e si portano dietro le sedie per sistemarsi alla meglio.

Il successo raggiunge l’apice con la canzone, gettonatissima, Oh, Lola, che Petri canta al “Musichiere” di Mario Riva e che vende un milione e mezzo di dischi. La famiglia è decisamente ricca, possiede un parco auto da far invidia: una Porsche, una Jaguar, una Chevrolet. “Riuscì a comprarsi addirittura una Ferrari da corsa, la tenne per poco tempo, non arrivò nemmeno a un mese, andarci in giro in città era imbarazzante e poi, la velocità a cui era costretta la ingolfava. La diede indietro a malincuore per una Porsche giallo ocra di cui si pentì subito dopo”. Poi i teleromanzi, il cinema. Mario Petri è ormai famosissimo. La figlia annota che da bambina era invidiata dai compagni di scuola che avevano padri al massimo avvocati o medici, gracili, rotondi, che non praticavano sport. La conoscenza del cinema proietta la ragazzina a stretto contatto con i vip di via Veneto, del Café de Paris, che si incrociano a passeggio o seduti al tavolo. Sergio Leone è uno dei commensali descritti con più nettezza e precisione: “Quel ciccione dagli occhiali enormi e quadrati diceva cose che mi piacevano molto. Ogni tanto, vedendomi così attenta, si voltava pure verso di me che gli sedevo accanto e mi faceva una carezza tra i capelli”. Si puliva gli occhiali con il tovagliolo e sosteneva che il cinema è spettacolo e che lo spettacolo più bello è il mito, come vuole il pubblico. La piccola Romana ha il permesso di stare con i grandi ma non di fare domande. Leone, a tavola con Mario, costruisce le basi per il lancio del western all’italiana che resterà negli annali della storia del cinema mondiale.

Nel frattempo padre e figlia inscenano il mito dell’Iliade, stimmung di un poema epico impersonato nelle lunghe nuotate al mare dove la guerra di Troia imperversa.

“Pensa che di una guerra durata anni e anni, Omero ce ne racconta solo cinquantuno giorni, e tutti imperniati su questa magnifica ira che cova dentro il Pelìde e gli gonfia il petto di un desiderio di insaziabile vendetta. La vendetta, sai, è una grande ispiratrice, quante meravigliose opere ci saremmo persi senza questa umana sete di giustizia…”.

La furia come risanamento, come esplosione selvaggia: Petri illustra e reifica la rivolta del mito e il letto si trasforma in un campo di battaglia, dove le lenzuola diventano pelli dopo la lotta per conciliare un meritato riposo. Odisseo indossa l’elmo. L’immedesimazione è perfetta durante le veglie, ascoltando i rumori della casa, le parole del babbo, l’acqua che scorre in bagno, i giri della chiave della serratura, l’aprirsi e il chiudersi del frigorifero. Odisseo consulta un oracolo dal quale viene ammonito di non andare a Troia, se non vuole tornare in patria dopo vent’anni e in condizioni di miseria. In seguito, quando Agamennone accompagnato da Menelao e Palamede fa visita all’eroe per convocarlo in onore del solenne giuramento che pronuncia sulle carni di cavallo, Odisseo architetta di giustificare la sua riluttanza alla guerra comportandosi come un pazzo. E’ la volta della leggenda di Achille, di Ettore, di Patroclo, della forza distruttrice degli dèi. Il grido di Achille, il dolore, lo strazio, lo scontro con Enea, l’azzuffamento con le lance, i cavalli, i carri. Alla mitologia degli eroi greci si contrappone di nuovo il mito moderno, Cassius Clay, che si converte alla religione musulmana e cambia il suo nome in Muhammad Alì. E’ il giorno della rivincita con Liston a Lewiston, nel Maine. Davanti al televisore, con le poltrone accostate, padre e figlia assistono imperturbabili all’incontro di pugilato che durerà, purtroppo, solo trentatré secondi. “Tutto quel pregustare e poi non era durato niente, non ce ne eravamo nemmeno accorti”.

Le serenate del Ciclone procede con l’estate a Santa Marinella, nella vecchia Etruria dalle parti di Civitavecchia, in una casa incastonata tra terrazze e piante di gerani, davanti ad un mare placido, con due genitori che vivono appartati e ricevono visite sotto lo stordimento del sole. “Maria Callas si sciolse il telo da bagno e restò in costume, le mani appoggiate al parapetto, protesa pure lei verso l’orizzonte. Era magra, ma non aveva il bel corpo perfetto della mamma, non aveva, per esempio, le sue caviglie sottili, le splendide gambe”. Romana Petri fa paragoni: se il padre è il Ciclone, il mito, l’inarrivabile uomo che supera di gran lunga tutti gli altri per la sua bellezza, la madre non è da meno. Viene difesa, avvalorata nel suo estro, stimata nel suo silenzio, nella sofferenza per la malattia sopportata senza nervosismo. Questa figura composta è l’altra faccia del padre, la sua misura e insieme il suo completamento. Una donna apparentemente debole e invece risoluta, ben disposta, anche quando rimane incinta e rischia la vita dopo essere stata operata per un’occlusione intestinale. Ma è la “fuga” con il padre a rendere romantico il poema tra i due, con Romana a cavalcioni sulle spalle del suo protettore mentre il sole mattiniero si fa sempre più accecante. Nuotano e fanno i morti a galla, si tengono per mano così che le correnti non li possano separare. Scendono nell’Ade, si confrontano con i morti, finché ritornano al molo e si siedono con le gambe penzoloni, senza fiato, in attesa di asciugarsi, “con l’impressione che i battiti del cuore si potessero anche vedere”. Sembra che il dio del vento li accolga serenamente, che li conduca in un passato fastoso, pronti ad incrociare le sirene, a resistere ad ogni tentazione, a comprendere l’esistenza con gli stessi occhi degli eroi omerici, contro ogni avversario. La virtù di un padre e di una figlia si concentrano nel coraggio per ristabilire la pace, come potessero cambiare le sorti un popolo, non solo di un manipolo di uomini. Quel grande padre è Achille, con il corpo possente scosso dai sussulti e la pelle bagnata dall’acqua marina che si asciuga sotto i raggi del sole di mezzogiorno. Tornano i racconti del temerario Kid, l’amico d’infanzia, un altro eroe in carne ed ossa del quale Romana si innamora senza pudore, non potendo sposare il padre. Il babbo, il Kid e Charles Bronson sono una trinità, scrive. Il testo sembra stilizzato, coadiuvato da una melodia sonora, dal virtuosismo dei due inseparabili che dormono abbracciati. La mitologia riappare amplificata in un’oasi di gesti e colori, in una pronuncia assoluta nel corrispettivo analogico tra il mito greco e il mito del presente. Quest’ultimo mima il primo, si fa sostanza cangiante, cerniera nell’emergere da un’eruzione lontana, dal cuore primitivo degli eroi leggendari. Romana Petri ha detto spesso, provocatoriamente, che questo libro lo hanno voluto gli dèi, quasi che l’incontro siderale con il padre fosse già scritto, predestinato (“un gonfiore che ad un certo punto ha dovuto bucare con un ago”).

Ma l’adolescenza della figlia, la sua crescita, il pericolo dei tempi ideologici che corrono, cambiano completamente le carte in tavola. Il babbo diventa antipatico e non vuole che Romana si intrattenga a parlare con i ragazzi.

“Cominciò l’epoca della guerra. Lui diceva bianco e io dicevo nero, in ogni cosa m’affrettavo a capire come la pensava per potergli poi dire che, a parer mio, era tutt’altra. Quando ci ripenso me ne pento un po’, ma non per lui, per la mamma. Poveretta, stava sempre in mezzo a due vulcani in eruzione, due mostri, due titani”.

Ma che fine ha fatto il Kid? Mario fa appena in tempo a rivederlo, sollecitato dalla figlia che lo invita ad andarlo a trovare a Perugia. E’ inerte in un letto d’ospedale, malato. Non tornerà a casa perché non ha alcuna possibilità di guarire.

“Guardò il Kid. Ad occhi chiusi sembrava già come morto, solo quando li apriva ci vedeva ancora come il metallo pronto a fondersi se preso dalla furia. Ma con chi poteva infuriarsi un uomo tanto arreso? Solo nei sogni di Ciclone il Kid ne sarebbe stato ancora capace, e questo pensiero gli diede un tale strazio che forse fece un sospiro tropo grosso, di quelli che svegliano il sonno di chi ce l’ha leggero”.

Non sembra vero che un corpo possente come quello del Kid possa morire, decomporsi, farsi cenere. Per questo Mario pensa che nessuno dovrebbe essere visto dopo la morte. Vestire il Kid, quasi fosse un bambino, e per l’ultima volta, segna un ulteriore strappo con il passato glorioso della banda che si faceva rispettare, indomita, che se la batteva per delimitare il proprio territorio perugino. Il ritorno a casa di Mario è un esilio dalla gioventù, tra tristezza e frustrazione, rabbia e paura.

Romana fa valere le sue idee e le esplicita in modo diretto: “Sono comunista”, comunica al padre, che invece vota per i liberali. Lo scontro si fa sempre più acerrimo, con un uomo contrariato che batte i pugni sul tavolo fino a spaccarlo facendo venir giù bottiglie, piatti e bicchieri. Si fomenta un furore reciproco di urla e anatemi. Tra comunismo e fascismo non esisterebbe differenza per un padre che ha vissuto il prima e il dopo la seconda guerra mondiale, assistendo ad assurde rappresaglie, ad omicidi e soprusi. Parla di estremismi, di deviazioni, di errori umani. “Ma stai zitta. Una comunista in casa, magari dalla parte di questi rivoluzionari di merda che a voi donne vi fregano dicendo che l’emancipazione si ottiene andando a letto con tutti”. Mario vuole convincere la figlia e viceversa. Romana appende in camera una fotografia di Mao Tse Tung, il padre la strappa e la sostituisce con un poster di Alain Delon.

Il lavoro incomincia a scarseggiare, tanto che il celebre basso e baritono, con un’azione dimostrativa, decide di occupare il Teatro dell’Opera di Roma, senza però sortire alcun effetto sulla stampa nazionale. Sono gli anni più difficili, dopo che tra il 1951 e il 1968 Mario Petri cambiò ben 56 automobili, ed erano tutte di alta cilindrata. Proseguono le visite in casa di personaggi illustri, tra questi Gian Carlo Fusco, scrittore, giornalista e attore, che pratica mestieri di ogni tipo conducendo una vita assai movimentata. Voleva fare il boxeur, ma durante un incontro perse tutti i denti e fu costretto ad abbandonare il ring. Romana Petri fornisce un quadro dettagliato di Fusco e della sua fisiognomica, Parla ininterrottamente senza lasciare la replica a nessuno, come fosse sotto uno stato di esaltazione prodotto da qualche sostanza. “Di bassa statura, con un collo che aveva la stessa circonferenza della testa, Fusco era grosso senza essere grasso, una specie di concentrato di energia, un ammasso di carne dura che sembrava essere nutrita a forza di esplosivi”.

La parte finale del romanzo è suggellata dall’incontro con l’enfant prodige, il giovane maestro Riccardo Muti, dai capelli neri e la carnagione olivastra, il naso affilato e un’innata arroganza. Mario Petri prende parte al Macbeth. Studia in bagno, alle tre di notte, truccandosi e facendo la scena della pazzia, mostrando un volto decrepito, ricoperto di biacca. E’ un successo enorme, ma la stampa definisce la direzione di Muti “bandistica”. Il rapporto tra il direttore d’orchestra e il cantante si interrompe. Muti decide di rifare il Macbeth e di assegnare la parte principale a Sherrill Milnes. E’ in questo momento depressivo che la figlia capisce fino in fondo il padre e la sua esecrazione: “Le nature forti, purtroppo, quando cominciano a lottare contro se stesse patiscono più di quelle deboli. Ci mettono una tale frenesia che assomiglia all’autodivoramento”. Mario Petri si ritira dalle scene e non canta più. Va a vivere a Città della Pieve, nel perugino, tornando da dove era partito. Riconosce i suoi difetti, se li tiene stretti. Vuol essere se stesso senza corpi estranei, senza dissimulazioni. Un uomo leale che non ammette meschinerie, tranelli. Un padre che patisce la mancanza di denaro, il venir meno del benessere, le occasioni perdute, i soldi buttati via. Sopravvive a se stesso e gli rimane un sorriso amaro, amarissimo sulle labbra. L’insonnia lo divora, fino alla morte, che avviene improvvisamente. “Adesso lo vedevo, enorme come era sempre stato, e ancora bellissimo, con indosso solo la maglietta di lana, le braccia poderose abbandonate lungo i fianchi, le mani aperte, gli occhi verdi spalancati con un’espressione di gran stupore verso il soffitto”. E’ facile morire, basta poco, scrive Romana Petri. Ma non è una liberazione, anche quando sembra esserlo. E’ un trapasso che avviene inconsciamente e del quale capiamo ben poco. Rimangono interrogativi sui interrogativi. La morte inganna, perché nasconde uno stato d’animo, l’ultimo, tanto da spingere a pensare che il morto possa svegliarsi e tornare come prima, raccontare la sua inedita esperienza, sedurre gli astanti. Il padre deceduto sembra più che mai vivo, in effetti, addormentato. Romana Petri si chiede come sia possibile sopravvivere alla morte degli altri: un vortice di pensieri perturbanti fa perdere i contorni soggettivi della vicenda e subentra progressivamente un sentire dilatato all’infinito, l’archetipo di una memoria ancestrale, la dualità, terribile, vita/morte. Ma è ancora il mito che soccorre la scrittrice, una forma riconoscibile anche dopo la morte, insita nell’anima dell’uomo, in un dramma lirico popolato proprio dalla voce di Mario Petri, dal suo desiderio dell’impossibile, perfino, paradossalmente, dal sogno di un cosmo dove si possa continuare a cantare, a calcare le scene, ad essere applauditi. L’io poetico medita su una scrittura che non è più a secco, ma che si bilancia nello slancio tra l’amore e il tempo, nella persistenza liturgica di un padre, che venuto a mancare, sarà inciso nel sentimento soprattutto morale della figlia. Alla lievità divertita e icastica della prima parte fa da contro altare la simpateticità di visione delle ultime pagine. I due sono uniti dalla sovranità del pensiero, da una forza mentale di resistenza, da una dinamica dell’amore che riunisce espropriando la propria individualità per abbracciare quella dell’altro. La prefigurazione della fine connota la transitorietà umana e un dolore anche corporeo. Nel sonno Romana Petri immagina di incontrare il padre, abbronzato come dopo una lunga estate marina, con i capelli più chiari, i peli delle braccia che sembrano grano al vento. “Che la morte sia dunque solo questo, un’eterna giovinezza?”. Madre e figlia sentono bussare alla porta, durante le intemperie di una notte angosciante. Sono sdraiate sul materasso, avvolte nelle coperte. “Ero stanca, a metà tra il sonno e la disperazione. Avevamo spento tutte le luci, ma la brace della stufa illuminava ancora il soggiorno. Da quel momento in poi, il babbo avrei potuto solo sognarlo”.

Le serenate del Ciclone è un romanzo dove il sensibile e delicato rapporto parentale si snoda in tutte le sue facce. L’affettività, in fondo, si fa ricordo da incamerare nella grande famiglia, ma anche in un viluppo dove convivono affetti ed echi ancestrali. Il lascito di Mario Petri sembra quasi chiedere una proroga, o un ritorno, senz’altro una non dimenticanza. E se l’operazione letteraria ha avuto una sua valenza oltre la letteratura, è proprio nella densità del racconto che si rimescolano figure, epoche, teatri in una polifonia con al centro la celebrazione della vita: una sorta di iconostasi per la venerabilità del Ciclone.

La verità è che padre e figlia si assomigliavano profondamente e non avevano difficoltà nell’intendersi. Erano mossi da grandi passioni e attizzavano fuochi interiori, esplosivi. E si sa, dopo la vampata torna la calma: l’amore sancisce un’accettazione comprensiva quanto superba, struggente.

Alessandro Moscè

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