Un po’ di nuvole per i “Cieli celesti” di Claudio Damiani

Un po’ di nuvole per i “Cieli celesti” di Claudio Damiani (Fazi editore, 2016)

 Quante volte hai rivolto lo sguardo in alto? Non tanto in senso di elevazione quanto per ammirare quello che succede, meraviglia o ferita che sia. Quante restando di tanto in tanto in silenzio o imprecando il lampo improvviso che ci impedisce l’impensata passeggiata

(dove in altre terre al contrario è una benedizione)?

 Ecco, all’inizio di questo libro, l’autore disteso su di un terrazzo ma non è un crimine, come fosse un albero carezzato dalla brezza, colloquia con il cielo, lo stesso, immancabilmente diverso ogni secondo, poi dialoga con i pianeti, le stelle, i gatti (che sono belli ma a in certe circostanze scassano), confabula colla luna, il Monte Soratte e questo (come gli altri oggetti delle conversazioni) gli risponde facendo riaffiorare la coscienza del poeta, la sua-nostra percezione, un discernimento un’ampiezza sproporzionata e l’immaginazione arriva a vedere quello che era è e sarà…

e a me è venuta voglia di partire per andare a vedere quello che è Sant’Oreste.

Damiani così si specchia nel cielo e diviene esso stesso volto nella volta, occhi scintillanti, chiome di nuvole, bocca di stelle e noi stessi, lettrici e lettori, anche se non stesi, ora, possiamo baciarci. Perché nonostante tutto “stiamo qui, non ci muoviamo”, noi e la natura, “due oziosi difficili da scalzare”, se non teniamo conto del tempo o lo vediamo da un altro punto di vista… il tempo come fatto di respiri, come una montagna che si muove, adatto per essere rincorso invano. Noi doniamo il tempo a qualcun altro, fosse anche una sconosciuta, così di noi resta sempre qualcosa, nulla scompare anche nell’oblio, ciò traspare da tali rivelazioni. Pertanto la continuità è il tema ricorrente dell’opera o come dir si voglia, la persistenza, e tutto questo mi ricorda “Il canto della durata” di Peter Handke, l’autore che contribuì al successo del film “Il cielo sopra Berlino” e il sinonimo del firmamento torna incessantemente in ciò che definirei pure “caro canto”, colle stesse iniziali del titolo del libro.

Ogni pagina è un’incessante meditazione (anche paradossalmente scientifica), ancor più quando il testo diviene prosa e ancora di più mentre torna di nuovo in versi. Righe disarmanti, confortanti o no, se solo pensassimo, se solo riflettessimo un attimo “che oltre quella cappa, oltre quel muro / il cielo azzurro risplende…”. Riverberano, riecheggiano le parole di Claudio che possono essere tranquillamente le nostre, lui che in questo scritto sfata quel detto che si compone solo quando si è tristi. Nei suoi testi invece troviamo una sorta di ringraziamento per la natura delle cose. Con i suoi occhi colorati da poeta riesce a farci entrare il più possibile quello che si manifesta in natura e tutto è comunque vita, prima di tutto, vita. Nonostante ha riversato nella casa del mondo chissà quante assonanze l’emozione perdura, ugualmente quando lo si vede leggere timidamente le sue figlie.

L’opera d’arte della natura si ripete ogni secondo da miliardi di anni e noi ne facciamo esperienza. Quello che si chiede, nel perduto libretto delle istruzioni, e di non smarrire la fiducia, assaporare ogni momento di sole, tra le nostre preoccupazioni, lui “stella generosa” come Dio non la possiamo guardare ma possiamo ammirare tutto ciò che illumina.

Una visione panica avvalorata dalla maieutica, questa raccolta unica che pare un momentaneo romanzo, dove perfino un unico punto di vista cambia comunque la giornata, proprio come quella di un biancospino o di un albero, perché questi è ancor più radicato a questa terra che noi umani.

La materia era già pensata, anche la coppia era già pensata e già pensava all’unione e la bontà di tutto questo è vedere la “bellezza di tutti gli esseri”. Essere la vita, essere ogni vita, quindi vite, berle tutte, per viverle e ricrearle, come un paio di poesie d’amore:

 

Mi chiedi una poesia

e io te la scrivo

vedi, te la sto scrivendo

infatti la penna sta scrivendo le parole

che tu scorri dall’altra parte leggendo.

Io ti scrivo la poesia, ma tu cosa mi dai?

«Che cosa vuoi?» mi domandi

«Un bès, un bacio» rispondo

e provo a dartelo sulla guancia

ma tu ti ritrai, ritrosa,

infatti mi sporgo oltre il foglio

ma una forza mi respinge indietro.

Ma forse anche solo guardarti

mentre mi leggi, mi basta,

sapere che mi sei davanti,

sentire il tuo respiro leggero

come un rumore di fondo.

 

E questo canto, amore mio, di cicale

sotto il sole di luglio, in una campagna italiana,

cielo azzurro e poche nuvole, piccole,

odore forte di rosmarino e ginestre

e questo canto pazzo che non si ferma

nell’aria bianca bruciata

e noi, io e te, sotto questi pini

alziamo i calici e brindiamo, silenziosi,

tu vestita come una dea, con lunghe ciocche annodate

e perle tra i capelli,

là sulla collina il nostro capanno di legno

e giù lo scoglio dove passo tutte le notti

a piangere guardando il mare.

 Questo è un manuale che invita ad andare avanti non solo nella lettura, è come quando decidi ogni giorno di aprire gli occhi e quello che miri sarà la tua aria, il tuo motivo esistenziale. Anche la notte non sarà più la stessa, animata dai pensieri di chi spera in un domani che le luci che balbettano la sera siano solo le stelle che sbadigliano e non finti fuochi d’artificio.

Buona opera.

Roberto Marconi

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