Franco Loi e Biagio Marin, lettere 1981 – 1985

di Rossella Frollà

Edda Serra
Lettere
1981 – 1985
Franco Loi – Biagio Marin

con la lettera della curatrice a Franco Loi

Finalmente la pubblicazione del carteggio tra Franco Loi e Biagio Marin a cura di Edda Serra: «Siamo arrivati tardi, come Scheiwiller, e dobbiamo chiedere scusa, perché “la poesia è un dono”». Edda Serra profonda conoscitrice della poesia di Biagio Marin promuove il Centro studi a lui dedicato e si occupa della Poesia Italiana del Novecento del mondo giuliano. La Serra apre il carteggio con la sua lettera a Franco Loi, contenta di aver fatto insieme a lui e ad altri la propria parte accanto al vecchio poeta, di aver dato «concretezza alla Parola, [ … ] in silenzio, secondo l’invito evangelico, semplici, miti e umili di cuore. Abbiamo fatto polifonia. Un privilegio.». Si rivive con pienezza tutto ciò che di prezioso si avverte in queste lettere tra i due protagonisti della poesia Italiana del Novecento. È questa una storia breve, intensa, ritmata da valori vissuti e amati e riportati alla luce in un mondo mutato dove assumono una diversa consistenza. Ciò che c’è di bello nella memoria rivive nel cuore, nel sentimento, nella grande intuizione che Loi fa del mondo. Marin malato e non vedente accoglie la luce del sole che si spande nel suo soggiorno e si fa calore metafisico che non tace e non si perde fino all’ultima lettera, fino all’ultima carezza della parola di Loi nel giugno 1985. Dalla prima lettera scritta a Marin, in occasione della cerimonia di festeggiamento del suo novantesimo compleanno, Franco Loi, sarà  la presenza che scalderà gli ultimi anni di vita dell’anziano poeta, si aggiungerà alla Luse del sol mio ultimo conforto.

Loi guarda all’altro nel mentre lo specchio che lo riflette sembra privo della sua stessa presenza e il sé fa fatica a risalire la coscienza: «Quindi ti parlo come a un fratello. Mi addolora sentire che non hai più “la forza necessaria per vivere degnamente”». E dignità è «presenza, presenza dell’uomo nella vita. Infatti la cosa che riesce più difficile  all’uomo è rimanere sveglio e attento, non cedere alle abitudini, alle convenzioni, offrire allo specchio della coscienza l’intensità della propria presenza … […] Ma tu quel giorno, quel mattino, a Grado, hai offerto ancora una volta a tutti il dono della tua presenza …». Quanto il dono ci nasconda e quanto ci renda vivi non è dato sapere ma è come mettersi al centro di una materia fluida e luminosa, come guardare il mare a fior d’acqua, denso, come il suo profondo che umanizza la siccità. Così, davanti a un mondo che pare tranquillo, nelle loro stanze, i due poeti sanno riconoscere la calma e il riposo, sanno riconoscere gli spazi, ciascuno immaginato e vissuto nella propria bellezza, nell’assurda finezza del bene e del male. Ciascuno dei due alimenta le pianure del proprio vissuto con immagini nuove. Un tuffo nel deserto umano e in quel Dio che apre il varco tra le forze che ci tengono prigionieri. L’ingrandimento è su Dio, il tratto più bello, più autentico e colorato del paesaggio. Scrive Loi: «Più i sensi sono forti, più la prigionia è tiranna. Credimi, viviamo in una nebbia di sensi e in una fitta ragnatela di pensieri.». E poi l’intonazione segue sempre affettuosa, delicata, intima, con la forza necessaria a rendere più abbagliante la luce che arriva nel cuore del suo amico.

Un amore profondo lenisce lo sconforto che qualche volta attacca Marin: «Quello che arriva a me dal mondo esterno, mi fa molto soffrire e mi dà un grande disagio perché la mia impotente sopravvivenza mi sembra ingiustificata.». Ma Loi di rimando lo commuove: «Non avvilirti di te, che io sento vivo e potente nella sola cosa che conti: nella dignità di essere in un ordine che ci trascende, che non comprendiamo, in cui non riusciamo neppure sempre ad avere fede, ma che è l’unica sensata risposta alla nostra sete interiore.». Marin che sente forte la sua convivenza con la morte ha piena consapevolezza del sentirsi prigioniero dell’ «ebrezza delle forme e dei desideri» eppure sa di amare la vita e Dio. È sul volto dell’altro vicino a noi che si riflette la misura di questo nostro «processo continuo verso Dio». Ecco il tratto nuovo, il nuovo modo di guardare l’Umanesimo che Marin affronta con Loi e scrive: «Agostino poi ci ha insegnato che la verità abita nell’interiorità dell’uomo; e la verità come tu ben sai è Dio stesso.». E dunque questo processo vivo e continuo verso «lo Spirito dell’animale umano» non può prescindere dalla grazia che ognuno riceve secondo la volontà del Dio e coltiva a suo modo. Ma in cosa consiste il concetto di grazia? Per Marin è l’incarnazione dello Spirito che è per definizione creatore di un’azione continua, eterna. Scrive ancora Marin: «Il grande dono di Dio agli uomini consiste nella sua presenza in essi, una presenza creativa, operosa, che provoca in noi come rima, il pensiero creativo.» Questo processo in movimento non ha mai conosciuto immobilità di pensiero a fronte dello «“spirito inerte” del tempo» o a fronte di quanto possa sembrare immobile lo stesso Medioevo. In tal senso Loi ricorda Francesco d’Assisi, i poemi cavallereschi, le grandi saghe: dalla Chanson  de Roland a Chrétien de Troyes. Negli anni di fine Novecento si coglie marcata la superiorità della quantità sulla qualità; la massa mette all’angolo l’individuo che resta sempre più solo; il livellamento in basso del pensiero non lascia svegli e vigili gli uomini dal desiderio ebbro e dalle disperazioni. Eppure le perversioni e l’odio e l’invidia sociale che ne seguono non fermano «mai in nessun momento la vita creativa di Dio». Per quanto possiamo miniaturizzare le cose e il mondo e guardarli con distacco e misurarli oggettivamente secondo le loro grandezze, in nessun modo possiamo disgiungerli dall’attività creatrice di Dio e giammai possiamo vedere il tutto secondo il suo occhio. Questa è l’essenza che guida il pensiero dei due poeti, l’uno antico isolano di Grado, l’altro ancora giovane, di Milano, a guardare l’agire dell’uomo, libero nelle scelte ma permeato all’interno dal divino: «È strano come in queste giornate io guardi in viso tutte le cose e scopra in esse la stessa meraviglia, e uno stupore che vuole rivelare l’essenza dell’incantesimo in cui si trovano.» (B. Marin, Grado, 20 VII, 82).

Anche i ricordi come lo stupore sono appelli alla verticalità, sono pause che spezzano le abitudini e si rifondono coi sogni come nuovi arrivi. Così arriva nelle lettere di Marin il ricordo di Prezzolini e dei vociani e ne parla con Loi come di quel pezzo di mondo che per lui ha contato molto a livello umano: Slataper, Amendola, Jahier, Soffici. Sullo sfondo dei ricordi ci sono anche le figure di Dino Facchinetti, il pittore di Grado, di Vigorelli, di Scheiwiller, del cardinale Koenig, l’arcivescovo di Vienna che soggiorna a Grado per le terapie termali e spesso con Marin parla di Dio e poi anche di Turoldo. A Loi va l’intuizione di aver compreso quanto preziosa fosse la parola di Marin e come sapesse scaldarla con la sua. Questo antico poeta isolano amato e curato da Dio nella sua fragilità, diverso da Loi per temperamento e forza poetica, apprezza la forza espressiva del suo giovane amico quando lascia libere le rêveries di risalire l’io e «la natura per mille vie ti raggiunge». E ancora a Loi racconta della presentazione del proprio nome al Premio Nobel firmata da Vittore Branca, da Gianfranco Contini e da Magris, «un critico moderno molto geniale», scrive Marin. La vita per i due poeti è «oltre il pensiero dualistico e la sensualità binaria.» (Franco Loi, Milano 26.01.1982), un forte abbraccio che li stringe alla luce. Ecco, questa è la geografia dell’Umanesimo quell’«avvertimento del divino» con la vivace rivelazione della sua presenza:

«Allora veramente avvertivo al di là della gioia spettacolare, il timore di Dio. Caro Franco, sono arrivato alla fine di questa vita così meravigliosa che mi ha permesso proprio in estremo, di avvertire di vivere, di respirare l’Eterno».

È un libro singolare, ricco di quell’affetto caldo che ne “fodra de ben”e di quel dono dato a due grandi poeti che ne fanno ricchi gli altri.

Grazie a Edda Serra

 

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