L’unghia del tempo

L’unghia del tempo

È una raccolta di rara compattezza stilistica, ma ancor più tematica, Il moto delle cose di Giancarlo Pontiggia (Mondadori 2017).

Non c’è una sola poesia che si presenti a latere o distante dall’impianto generale. Dunque è una vera, necessaria raccolta, dove ogni testo si rafforza di senso e intensità nel quadro d’insieme.

L’universo, l’unghia del tempo e l’interrogarsi continuo sul senso non solo della propria vita, ma dell’Essere in quanto tale, sono i temi fondamentali che attraversano tutte le pagine. Fin dall’inizio ci si muove alla ricerca di un’origine di un attuale Caos che le conoscenze scientifiche moderne hanno esteso in maniera smisurata.

Contemplare o pensare l’universo significa infrangere la mente: …” sugli scogli/ ondosi, flagellati / da crespe dense di fuoco, erosi / dalla furia / gemmata degli elementi” (pp.15-16).

È un universo ctonio, denso di grumi e materia, sia pure rischiarato a tratti da grandi spazi d’azzurro, quello che incontriamo in queste pagine. Certo c’è anche:

il respiro

possente, luminoso

del mondo, la sua forte quiete, il suo

operoso, micidiale

moto. (p.16)

Ma questa luce deve fare i conti con la botola scura e smisurata della materia. E i velami del mondo, le luci stupefacenti s’inabissano “in una voragine di fuoco”.
L’unghia del tempo s’imprime su ogni cosa, ma colpisce con più forza tutto ciò che è animato.

Poesia di pensiero dunque, ma un pensiero che si sostanzia d’immagini assolute, un pensiero che mi ricorda la ricerca filosofica e, in qualche modo poetica, dei presocratrici tesa alla ricerca di un comune principio, d’un senso delle cose. E poi bisogna starci nella vita e non per dovere o semplice necessità, ma per amore della stessa, e mendicare un po’ della vita calda e inebriante anche delle città apocalittiche, della gente che non si ama. La contemplazione o il pensiero dell’Essere comporta certo un senso di finitudine che mai però sfocia in una percezione nichilista e negativa.

Non mi sembra presente una precisa speranza metafisica e neppure una sua risoluta negazione. E non ci sono certezze: “Ma cos’è il meglio? Il silenzio mistico / di chi contempla il muro, spoglio, di una cella / o il frastornante rumore del mondo?” (p.93).

Resiste lo stupore, se non il dono della nascita, nonostante questo essere precipitati dentro il ribollire delle cose, ma ci sono anche luci e piove e soli dinanzi agli occhi che s’aprono al mondo.

La perenne domanda acquista un vago sapore leopardiano: il Leopardi del pastore che interroga la luna sul senso delle cose. Qui non c’è una conclusione sconsolata che fa perno sull’indifferenza della natura, ma non s’individua neppure una qualche facile consolazione.

E torna spesso questo senso di finitudine. Certo la foglia (è da Omero che l’immagine della foglia che il vento disperde ci accompagna senza che abbia perso nulla della sua forza) può accomiatarsi docile e leggera dal tutto, ma l’uomo no, lui è consapevole. Consapevole che le cose senza vita, il muro, il letto gli sopravviveranno: ed anche i versi del poeta potranno sopravvivere al suo autore, ma saranno altri a leggerli, lui non ci sarà.

La perfezione della forma, priva di ogni virtuosismo, non nasconde il dramma dell’esserci e dell’interrogarsi. Bisogna tenere un atteggiamento forte e composto, come la ginestra di leopardiana memoria e usare uno stile asciutto e preciso:

Pochi versi, ma veri.

Valgano per te, come per me.

Che siano limpidi-per guardare il cielo

alto-

e severi, se così è il tuo animo. (p.17)

Qui sta tanta parte della poetica di Pontiggia. E questo libro, forse il suo più rigoroso ed assoluto, la rispecchia in modo perfetto.

Umberto Piersanti

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