Mauro Carlangelo: tra tradizione lirica e poeti del Sud

È sempre più complesso, nel terzo millennio, individuare un canone che possa far rientrare nella poetica dei singoli autori il meglio del meglio seguendo l’etimologia della parola (dal greco scelta dei fiori). Molti lavori critici, pertanto, risultano solo delle direttrici, mere interpretazioni, spunti in un contesto complesso, se non confuso dalla forza della dispersione, dove le mappe orientative di tipo geografico (Carlo Dionisiotti), potrebbero tracciare una coordinata spazio-temporale attendibile. Oppure può essere individuato un percorso accidentale che accomuni i poeti sulla base di una tendenza vera e propria, senza la pretesa di avviare un discorso definitivo, sistematico. È esattamente ciò che ha fatto Carlangelo Mauro (collabora con la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea dell’Università “L’Orientale” di Napoli) nel suo libro di saggi Liberi di dire. Saggi sui contemporanei (Sinestesie 2017): il secondo della serie, in cui viene dato spazio ad Aglieco, Cipriano, Cucchi, Di Spigno, Fontanella, Fresa, Frungillo, Pagliarani, Piersanti, Piscopo, Pontiggia, Rafanelli, Spagnuolo, Sorrentino. Come riportato nella nota introduttiva, ciò che accomuna i poeti “è la libertà espressiva, di temi e di contenuti, per essi che si collocano, che vogliono collocarsi, al di là del dato anagrafico generazionale, dopo la neoavanguardia”. La dimensione classica, la tradizione, il canto, l’esperienza, l’io che interagisce con il noi, i luoghi, i sentimenti tornano al centro dello studio ripudiando per lo più l’avanguardia e lo sperimentalismo, l’egemonia di una formula spenta, legata a formalismi di maniera, ad un gergo chirurgico e asettico che sopprimeva il tentativo di rappresentare una realtà. Qui, viceversa, si fa leva sulla condizione umana di chi consacra qualcosa dalla propria specola, da un posto alienato come tutti gli altri (se si eccettua Pagliarani, il cui percorso creativo, però, è del tutto singolare, specie stando alla sua opera maggiore La ragazza Carla, che risulta un poemetto aperto, “neoveristico”, con “diverse spinte linguistiche e stilistiche”). Ciò che differenzia il libro di Mauro Carlangelo da altri, è che la maggioranza dei poeti provengono dal sud dell’Italia, in particolare dall’area campana. Se finora si era ritenuto pregiudizialmente che la letteratura meridionale facesse prevalere la componente sociale, i poeti monitorati da Carlangelo sfatano questa convinzione: risultano permeati da una visione esistenziale, anche contemplativa, ragionativa sui temi assoluti: si attesta una weltanschauung, una visione figurativa, una certificazione personale che allarga l’orizzonte conoscitivo e intuitivo, rispetto ai quei poeti che vivono e operano nel nord-centro dell’Italia, settore più foriero di discernimento, storicamente, da parte della critica.

Nella trattazione spicca la classicità di Umberto Piersanti con il suo verso anacronistico, con “recuperi carducciani, soprattutto leopardiani e pascoliani”. Il mito del luogo è rafforzato dalla dimensione affettiva, del nonno Madío che incontrava lo sprovinglo, il diavolo sotto forma di cane nero, il quale aggiunge alla forza naturalistica l’inserto fantastico, che fa del luogo il mito per eccellenza e del poeta il cantore della mitografia, degli altopiani a sud di Urbino e non della città ducale dei Montelfeltro, tra viti, olmi, fiori e piante pressoché sconosciuti ai più, che rimandano ad un’immersione botanica come fu per Attilio Bertolucci. Loretto Rafanelli trasforma l’oggi in un teatro di ricordi e in una ricucitura tragica del male, della morte, della guerra. Il “tempo sconfinato” è quello delle madri, di una “redenzione cristiana”, laddove la degenerazione dei campi di battaglia dove si spara sembra prevalere su ogni altro intento, quantomeno di ordine civile. Le endiadi luogo/amore corrispondono all’avellinese Domenico Cipriano nel suo viaggio d’elezione, in ciò che verghianamente Carlangelo definisce “l’ostrica attaccata allo scoglio”, nei pensieri dei contadini e nella precarietà strutturale del luogo, lungo paesi sperduti e conservati non solo nel passato, ma in un presente globalizzato dalle “linee nette delle tangenziali”. Tra gli altri, colpisce la napoletana Luigia Sorrentino che ricerca la “metafisica del limite”, l’ignoto che supera il confine terreno, la fondazione dell’universo. Siamo dinanzi ad un rito orfico che identifica un modo di stare al mondo, oltre ogni tempo e al di là del passato, in un presente espanso che sembra ormai inafferrabile.

Alessandro Moscè

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