Primavera 1968

Primavera 1968

Il volo di tordi
infrascati sugli orli dei fossi
per l’aria memore di ghiacci
in quella primavera stentata
presso la gora morta
fradicia di scorie
lì dove il peso eccessivo del fiore
curva rami di biancospino
quindi più tardi
ma prima del meriggio
nei greppi di grano verde
divisi a cerchi larghi
invano per i tulipani.

Eri ancora più scura nella chiesa
per il bianco degli occhi
il riso della bocca largo
estranei agli architravi
alle nicchie alle cose
da sempre familiari.

Il suono dell’organo era
nella penombra
tra profumi marci
di gigli dalla sacrestia.

Ci commosse il sacro dell’incenso
la bravura scontrosa
del solitario maestro.

Disse di pietre e massi
trascinati dalla cava interrata
costretti in fabbrica romanica
di due archi gotici
centrali nella navata di destra
abbozzata solo, per lo scarto.

Estraneo all’anno
di gente rovesciata nelle piazze
dei giovani serrati
coi drappi rossi negli edifici
fermo nell’Appennino remoto
immemore del tempo
sciolto dalla catena.

Compagno d’una fuga
a lui da sempre acquisita
mia, di un pomeriggio.

Umberto Piersanti

(dicembre 1971)

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