Del “Cupo tempo gentile”; il ’68 di Umberto Piersanti sotto forma di romanzo.

Recensione di Claudio Cesaroni

Manifestazione studentesca nel 1968 (sessantotto68.wordpress.com)

Una delle teorie sociologiche più aggiornate sui movimenti collettivi, validata da cospicue ricerche storico-empiriche, sostiene che i gruppi sociali minacciati dal declassamento sociale e quelli in rapida ascesa sono gli animatori originari di ogni movimento collettivo nelle moderne società complesse e stratificate; anche il ’68, forse soprattutto il ’68, convalida questa teoria: una piccola e media borghesia che si sente sempre più smarrita di fronte all’avanzata competitiva delle classi popolari -si pensi all’effetto che ebbe, sulle famiglie borghesi, vedere i propri figli adolescenti accanto ai “ragazzi del popolo” nella scuola media obbligatoria per tutti- e una compagine sociale in formidabile ascesa: i giovani; il movimento del ’68, però, ha una peculiarità: la classe che teme la degradazione sociale e quella che conquista, rapida e prepotente, la ribalta della Storia, in larghissima parte coincidono: sono borghesi e giovani gli studenti che occupano le università, formano collettivi e organizzano manifestazioni di piazza; il nucleo fondante del movimento del ’68 risiede, al di là delle adesioni alle varie ideologie di ispirazione marxista-leninista, in questa contraddizione: il soggetto sociale che più si stava affermando, i giovani, era costituito dagli appartenenti ad una classe che già da qualche tempo sperimentava con angoscia la diluizione della propria identità, la borghesia.

Il protagonista del romanzo di Umberto Piersanti, Andrea, soggiace ad una duplicità – mi piace analizzarlo estendendo, un po’ surrettiziamente, all’esistenza del singolo l’applicazione degli strumenti sociologici-, vive, anch’egli, una divaricazione sempre più ampia tra il suo far parte del movimento e il suo divenire un uomo compiutamente adulto; come membro del movimento, nel corso del romanzo, declina sempre più: il suo “declassamento” come militante è tanto più inesorabile quanto più chiara è la sua ascesa dallo stato di ragazzo a quello di giovane uomo. Andrea scioglie gli assoluti, quasi in un’avventura prometeica, dei dogmi e degli slogan di quel cupo tempo- la dittatura del proletariato, la rivoluzione culturale cinese, la lotta di classe, ecc.- con la gentilezza del paesaggio urbinate, col calore e la baldanza del desiderio erotico, con la rivendicazione pugnace del senso e del valore dell’arte e della poesia. Lui aspira ad un tempo più gentile, ma non sa come realizzare questa aspirazione e non riesce a prefigurare quale sarà l’assetto di una società più giusta, eppure… eppure le stagioni, i cicli della natura, le “opere e i giorni” dei contadini, le sere e i mattini che si contendono, con le loro luminosità rivali, le Cesane, tra i monti ed il mare; ed ancora, i colori ed i sapori delle donne ed i ricordi dell’infanzia nei quali Andrea scivola magari mentre salta un fosso o contempla degli arbusti; ecco, in questo continuo, sempre incompiuto, trapassare dalla natura all’eros, dal paesaggio all’arte, al ricordo, Andrea diventa vivo, vero, insomma esiste…

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