Sinestesie dell’io, recensione

di Rossella Frollà
Sinestesie dell’io
di Daniela Cecchini
La Caravella Editrice, 2016

«Notturna quiete» nell’«accidentato percorso/dell’universo», «Un dedalo di implosioni/dilanianti,/ma necessarie/per sperare nella luce». Questa è la «Casa senza finestre», lo spazio senza limiti che accoglie l’aria di festa e la lieve melodia rotta dallo sconforto. Anche quando sembra inutile sperare e senza piacere, come svampita e dissolta in un’aura, appare la parola che ha già consumato il passato e, nel riferire furtivi sorrisi, stringe la nostalgia di un’immagine in corsa. Come sempre incauto l’eco dei ricordi chiama una gioia improvvisa ma anche una prospettiva nebulosa, una danza esistenziale che riproduce le sinestesie giovanili. Da questa poetica si attingono la freschezza, il suono tenero dell’Amore che si ricompone in ogni cosa e si fa voce di qualche cosa d’altro nell’anima della parola. Ogni tempo è avventore trasparente che consuma attesa e desiderio, sempre più in fretta morde il quotidiano che dalla culla scorrazza libero. E nel buio più buio del vivere la vita si annuncia come un romanzo narrato. «Non c’è via di fuga» se non  il «Viso della luna», non vi è compagna migliore alle risonanze dell’io e del mondo.

Una dopo l’altra le azioni della vita si caricano sulle spalle senza mai finire l’opera in un minuscolo atto sotto il cielo, mai sotterraneo e si fa sogno poi aria, ombra e oblio destinate a parlare di se stesse fino alla prossima volta. Fino a che l’ansia di recuperare il giorno non torna:

Era minuscola la mia mano

stretta alla tua,

che mi rassicurava

in quel gelido mattino

di sorprese.

Nel fantasmagorico gioco

di luci e magici tintinnii,

piazza Navona

apparve ai miei occhi d’oceano

luogo incantato

dove condividere

l’emozione

dell’inatteso dono.

(La mia piccola mano, A mio padre)

Il quotidiano non tradisce la pulsione corporale della parola che rende giustizia alla sua visibilità. Dalla vita di ogni giorno, dall’esperienza professionale partono emozioni invisibili e sentimenti vissuti sul campo e arrivano con immagini e figure e luoghi come nei quadri di Caravaggio dove la luce parte dal gesto e dai corpi per arrivare allo Spirito dell’evento, a quel poco distante da noi. Vi è in questo libro la carezza dei toni e le velature morbide e brillanti di un racconto genuino, onesto, con chiari tratti e atmosfere che si svelano improvvise e affidano l’io alla parola. Si animano i diversi volti del reale in una chiave interpretativa che interiorizza la luce dei più deboli, immigrati, donne e bambini, «occhi ingenui,/sofferenza taciuta». Lo sguardo è sugli occhi «che non riescono a mentire», sulle «Bambine soldato», su «Inconsapevoli sguardi» che raccontano di una oscura memoria appena sepolta. La carezza è alla solitudine che divide gli uni dagli altri, i molti dai pochi, i pochi dai «distanti» come non fossero germogli. Vi è nella parola una grazia di riferire il mondo che dà calore e forza per ripartire, una condizione trasparente delle rêveries che pare vogliano abbracciare il mondo.

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