Lo scialle rosso di Luigi Fontanella, recensione

Luigi Fontanella, Lo scialle rosso. Poemetti e racconti in versi, Moretti & Vitali, Bergamo 2017, pp. 83, 12 €

Non è così frequente che un titolo riesca a catturare i motivi di fondo di un intero progetto di scrittura, e giunga a farsene simbolo come questo scialle rosso nel suo rinviare a quanto è caro e insieme transitorio, a una temperatura dell’anima sottoposta alle ingiurie dell’imprevisto – il mondo stesso nella sua inafferrabile mutevolezza – a un presente, infine, che è già passato e già il passato fuggevolmente illumina. La bella stoffa scarlatta che vola via in un giorno di vento, mentre il poeta con la sua compagna attraversano un ponte della corrusca città di Ottawa, e gli amici poeti si muovono come smarrite ombre questo comincia a dirci, mentre depone sulla pagina una tonalità onirica che ne increspa la confidente colloquialità. Ma è un’inquietudine che va accolta, non fuggita, e assunta nella sua radice destinale che contiene al suo interno il sorriso dell’esserci. L’amore, l’amicizia, il chiaroscuro presente sono lì, a un passo dalla memoria, e configurano lo spazio mentale di questa poesia.

All’interno di queste coordinate, cui va aggiunto l’importante tema del viaggio e dell’identità culturale, sono allora da leggere i nove componimenti poematici che insieme danno forma al libro e ne costituiscono l’originalità. La misura del racconto in versi, non solo nel testo eponimo ora citato, si avvale di una scrittura piana, sabianamente “onesta” e non immemore della prosodia di Auden, che lascia trasparire i suoi motivi di fondo sottoponendoli semmai alle lacerazioni del senso, come un moderno taglio su una tela monocroma, o se si vuole un’abrasione. Tale modernità, che è da ricondurre alla formazione dell’autore avvenuta nella Roma poetica degli anni settanta in un clima di ancora vivace sperimentalismo, si esplicita in queste trame per accorto dosaggio e non è mai ad inficiare la trasparenza complessiva del dettato.

Così che da questi racconti in versi, dove come si diceva la componente degli affetti ha parte di significativo rilievo, ci è dato cogliere la tessitura di un mondo letterario in dialogo tra le due sponde dell’Atlantico, la presenza numinosa ed enigmatica di poeti amati e rimpianti (due nomi almeno: Fabio Doplicher e Giovanna Sicari) e la figura prossima e lontana del padre. La Lettera in versi a questi inviata, riproposizione per minime varianti di un testo già edito in una precedente raccolta (Azul, 2001), scava nella memoria restituendone le sfaccettature e le aporie, stante che la memoria, termine chiave nella poesia di Luigi Fontanella (cfr. L’azzurra memoria, 2007), è costruzione mai lineare, terreno infido che si lascia sorprendere, semmai, dalle “intermittenze del cuore”.

A questo modo la pietas del poeta verifica i conti che non tornano senza tuttavia lasciarsene sopraffare, ritrova i bandoli del proprio vissuto in una storia che non solo a lui parla e si ferma unicamente davanti a ciò che non si può sapere, al perduto per sempre se pure “eravamo insieme / poco distanti dal celebre Duomo / in un freddo gelido dicembre. / Io alto poco più di un soldino di cacio / e tu che mi eri a lato / insciarpato e chiuso / in quel tuo cappotto gogoliano. / Accanto e ovunque i piccioni / che bubbolavano senza posa / ai nostri piedi, insieme agli sciami di neve. / Altro non so più ricostruire, / né so che ci facevamo / in quel gelido inverno del ’47 / lì a Milano.” Versi toccanti come pochi, che richiamano alla mente quelli, intessuti di dolcezza e di strazio, con cui Giovanna Sicari, nel capitale Epoca immobile, ripensava a un giorno lontano della sua infanzia a Villa Sciarra e alla presenza muta al suo fianco del padre.

Marco Vitale

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