La strada di Elena di Maria Profeta, recensione

E le leggi potevano essere infrante?

(Maria Profeta, La strada di Elena)

Esiste qualcosa, in ciascuno di noi, che ad un certo punto della vita ci induce a compiere scelte che mai avremmo contemplato; esiste qualcosa che improvvisamente investe le nostre vite con tutta la potenza di un’annunciazione, come se una forza sopita, fino a quel momento dormiente, di colpo si risvegliasse con l’urgenza di chi interroga il proprio specchio per sapere come mettere insieme in un’immagine coerente i pezzi della propria vita, per rintracciare la trama di fondo della propria storia. Secondo il Mito di Er narrato da Platone e secondo James Hillman questa “chiamata”, questo grido violentissimo e insopprimibile è la voce del “daimon” (il demone assegnato a ciascuno di noi come compagno o spirito guida prima della nascita). Questa voce, presente in tutte le culture, è la parte immortale che abita l’uomo: per gli ebrei questo stesso soffio prende il nome di Malak’ (messaggero alato), per i cristiani è il sussurro dell’Angelo custode… fatto sta che “La strada di Elena” ha come protagonista questa voce ancestrale, che ci spinge ad agire in un modo che spesso non capiamo poiché non risponde alle leggi di questo mondo. La strada di Elena passa proprio per quell’immagine criptata, per quella via dello specchio che descrive la sconosciuta che abita in noi, il suo grido devastante, la sua insalvaguardabile bellezza. “Ma perché non dipingi un paesaggio, non pensi che sopra al divano starebbe meglio al posto di quel quadro…“

L’immagine corporea che vedevano di noi giorno dopo giorno viene infranta, il velo del tempio con le sue leggi troppo umane squarciato. Per questa strada non esistono scale di valore morale, avvocati del visibile e ciò che un tempo poteva essere giusto e santo, improvvisamente si rovescia, ciò che un tempo illuminava le nostre stanze più segrete piomba nella tenebra più fitta, invalicabile. Questo libro ha per argomento quell’oscurità e la consapevolezza che in quell’oscurità e in quel Mistero inizia il più audace viaggio:

“Misi i piedi nell’acqua. Bagnai una mano e la passai sul viso e sul collo. Un’inaspettata sensazione di libertà mi invase… alzai gli occhi verso quella enorme quantità d’acqua che sapeva di utero materno, dove la mia storia era cominciata…”

 Martina Luce Piermarini

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