Umberto Piersanti all’università di Lettere di Trento

Umberto Piersanti è intervenuto Seminario Permanente di Poesia dell’Università di Lettere di Trento, organizzato da Francesco Zambon e Pietro Taravacci (evento inserito fra le attività del Premio di Poesia città di Trento). In dialogo con il prof. Massimo Rizzante, Piersanti ha parlato della sua poesia e del suo profondo legame con la natura.

L’Adigetto.it, in un articolo di Massimo Parolini, “Umberto Piersanti: le parole e le vicende“, ha raccontato l’incontro con Umberto Piersanti all’Università di Trento.

«Maria Luisa Spaziani, amica, forse anche amante di Eugenio Montale, che però in queste cose non era un fulmine, ricorda che un giorno, il grande poeta, passeggiando con lei, vedendola in estasi davanti ai sambuchi, esclamò «che bel fiore!» e poi domandò cosa fosse.
«Ma come – gli rispose Spaziani, – non sei tu ad aver scritto Alte tremano guglie di sambuchi? E ora non sai riconoscerlo?»
Montale si giustificò dicendo «Sai, la poesia si fa con le parole», intendendo che gli piaceva il suono di quel nome. Io, piccolo poeta rispetto al gigante Montale, non potrei mai nominare un fiore solo per il piacere del suo suono.
«Ad esempio sono orgoglioso di essere il primo ad avere poetato sul Favagello (vedi sotto la poesia), piccolo fiore giallo dei ranuncoli, che cresce ai bordi dei ruscelli, per un breve periodo, fino a maggio, non citato nemmeno dal grande esperto di botanica Pascoli.
«Io sento il profondo rapporto tra le parole e le cose, tra le parole e le vicende: poesia è lo sguardo che tu rendi con le parole giuste. Ma non è un esercizio linguistico e logico, come per le neoavanguardie letterarie novecentesche.»

Sono parole precise, dense e accalorate, quelle pronunciate da Umberto Piersanti presso la sede di Lettere di Trento, in via Tommaso Gar, in dialogo col prof. Massimo Rizzante, all’interno della cornice degli incontri del Seminario Permanente di Poesia (Semper) organizzato da Francesco Zambon e Pietro Taravacci (evento inserito fra le attività del Premio di Poesia città di Trento).
Sono le parole di un uomo classe 1941, «nato a Urbino durante il nevone, sulla via in discesa dove si affaccia il portone di Raffaello» mentre il padre combatteva nella guerra di Jugoslavia».
È un uomo franco, Piersanti, senza pose né rese, diretto, che ama raccontare e raccontarsi. Non ama il politically correct («e questo non mi ha portato solo vantaggi, nella mia vita»).
Ha al suo attivo undici raccolte di poesie e sei libri di narrativa, due di critica (oltre ad una carriera da docente ad Urbino, scelto direttamente dal rettore Carlo Bo).
La sua prima raccolta («La breve stagione») fu stroncata sul Corriere della Sera dal poeta-critico Alfredo Giuliani (del Gruppo ’63).

Questa distanza dallo sperimentalismo nella Neoavanguardia letteraria Piersanti lo ha mantenuto per tutto il suo percorso di vita e scrittura: «Ci separava la visione della poesia: io sono un uomo del centro Italia, amo il verso più tradizionale, musicale».
E recita splendidamente «Mezzogiorno alpino» di Carducci, «La sabbia del tempo» di D’Annunzio e qualche verso pascoliano.
Ma c’era anche una distanza ideologica: di sinistra, ma tendenzialmente «riformista» (parola che allora si traduceva con revisionista), vicino alla socialdemocrazia scandinava, avverso ai gruppi maoisti e trotskisti diffusi negli ambienti intellettuali.
Piersanti ricorda un episodio di cui parla nel romanzo sul ’68 «Cupo tempo gentile»: nel clima caldo della rivolta studentesca dell’Università di Urbino, fu l’unico (per pietà) ad opporsi all’incendio di un’aula dove si trovavano tre picchiatori fascisti.
Ricevette sputi e insulti. «Ho vissuto un’epoca di profonde differenze», chiosa Piersanti, ma non lo dice solo con amarezza, bensì anche come memoria di un tempo di ricchezza.
«Nato dentro le mura di Urbino, a differenza dei miei compagni che si sentivano cittadini e disprezzavano i contadini (i fuori le mura) io amai la campagna».

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