Recensione di ‘Fioriture capovolte’ di Giovanna Rosadini

L’«ego» identitario in “Fioriture capovolte” di Giovanna Rosadini

recensione di Nicola Romano

Quell’«inno alla vita» che connota – come dice la stessa Giovanna Rosadini – la precedente raccolta Unità di risveglio edita nel  2010, ritengo che continui in maniera diversa ma con uguale energia e con manifesta compiutezza formale, nella recente raccolta “Radici capovolte” (Einaudi, 2018), nella quale il dettato non si sviluppa attraverso un’unica tematica sia pur essa intimistica, ma come in alcune sequenze filmiche le attenzioni dell’autrice svariano a giro d’orizzonte tra i più disparati punti di osservazione – come in una sorta di flash-back tra situazioni, luoghi e intimi accadimenti che, quasi in forma di riassunto generale, vanno a definire e a qualificare un ricco concentrato di vissuto che l’autrice va adesso a rivisitare ed a recuperare con un esito, che ci è dato vedere, molto coinvolgente. Il particolare sguardo al passato assume qui una funzione centrale e forse necessitante, e viene trattato quasi come un appiglio, come una seconda pelle da accarezzare. E, in effetti, molto eloquente in tal senso è la sezione Un ritorno (gli anni belli dell’Università) che chiude la raccolta, e che descrive un polittico di sensazioni ancorate agli anni giovanili a Venezia (uno dei luoghi delle sue ricordanze), e a quello che essi stanno a rappresentare, se non altro come germoglio innestato sul futuro.

Poesie, a mio parere, che dicono tanto su tutti i fronti possibili del reale e dell’immaginario, sciolti con evidente sicurezza nella continua ricerca di qualche rivelazione o di qualche verità, sia pur essa relativa, che possa dare conforto e linfa rinnovata al proprio vivere.
E in particolare, s’intravede tra le righe della raccolta un lavoro di ri-tessitura e di felice ri-composizione, addirittura un ri-assemblamento sia della personalità che dei frammenti acquisiti da tutto ciò che l’autrice ha frequentato e che ha attraversato per ogni dove, con i piedi e con l’anima, supportata da quella sensibilità necessaria a restituire in maniera coerente ed organica ogni sfaccettatura, sia buona che meno buona, della sua esistenza e che, in una sorta di transfert, diventa anche stimolo di riflessione su quella che è la nostra esistenza o della condizione umana in generale.

Il tutto, in questo libro, viene descritto in forma pacata, con dei lacerti quasi sussurrati, e con effetti immediati e senza evidenti risentimenti (che a volte avrebbero ben motivo ad esserci), al limite di una partecipazione quasi estraneata, come se la nostra Autrice fosse allo stesso tempo protagonista e spettatrice di questo intenso dialogare con il proprio “sé”.
Attraverso i suoi versi, la nostra Autrice sembra voler scompigliare un certo passato avvenuto (come è nel destino di tutti noi) tra luci ed ombre, tra doglianze e momenti felici, per rivedere con occhi nuovi tutto ciò che le è stato sempre attorno, ma che adesso vuole attentamente rivedere e (perché no?) rigenerare, mettendo in campo una sorta di riacquistata armonia, persino attraverso una nuova e improbabile nomenclatura da dare alle cose ed agli eventi della vita; un passato che adesso è superato, ma che vuole qui diventare “super” nel valore che individualmente gli si può assegnare.
Ma, evidentemente, l’esigenza di nuovi nomi da dare consiste soltanto nella scoperta di un instaurato “lessico interiore” che può trovare ospitalità soltanto nel vocabolario dell’anima, quindi – nello scorrere dei versi – assistiamo, dentro una dimensione metafisica, ad una voglia di ri-nominare pur sapendo di non poter rinominare. Insomma il percorso della Rosadini tende a scoprire possibilmente cose dapprima sconosciute in base a qualcosa che vuole divenire, com’è giusto che sia, praticamente in linea con quella che è la principale funzione della poesia, e cioè l’apparire come forza rivelatrice!

D’altronde, penso che capita un po’ a tutti gli scrittori rivisitare, a un certo punto, quella che è la sedimentazione del passato o la coagulazione di ciò che si è vissuto, per capire ciò che è successo (soprattutto di determinante) e per trarne possibilmente un intimo bilancio parziale che possa eventualmente far individuare quegli aggiustamenti da apportare al tempo futuro, anche se le determinazioni sono affidate sempre al tempo presente.
Inoltre, c’è da dire che l’impostazione e la modulazione di questa raccolta pare che voglia rappresentare anche una sorta di giro di boa, forse un po’ tardivo come età (ma non per questo non condivisibile), se pensiamo ad illustri esempi di conclamati giri di boa proposti da Vittorio Vettori con il suo “Capo quaranta” o da Mario Luzi con il suo testo “Nell’imminenza dei miei quarant’anni”.

Ma la forza del discorso poetico della nostra Autrice, nell’insieme delle quattro sezioni del libro, fa affiorare senza dubbio un “ego” concreto, un “ego” che si risolve ancora di più  in un ego identitario, un distinguibile “io” che si manifesta in ogni quadro di questa rappresentazione ma che non viene mai nominato, permettendo così al messaggio di universalizzarsi a beneficio del comune sentire; e uno dei ricorrenti confronti della Rosadini è con i movimenti nella quotidianità più ordinaria che – come sappiamo – contiene nel suo dentro tante di quelle potenzialità espressive da tirare fuori con la necessaria accortezza e con le dovute avvertenze. Confronto che – con questi versi in cui niente è sovrabbondante e che in buona sostanza scorrono asciutti ed essenziali – spesso trova analogie con alcuni elementi o fasi della natura con cui si viene a contatto nell’evolversi del giorno, trovandone pertanto un suo correlativo oggettivo: una poesia che «s’innatura» (termine coniato da Erri De Luca), e che qui diventa pretesto e parte integrante del dettato emozionale che la nostra Autrice ci propone dopo aver colto provvidenzialmente quegli imprevedibili segnali tendenti alla bellezza, disseminati anche nei luoghi marginali dell’osservazione, ma che risultano degni di essere tenuti in considerazione. Un confronto che si rivela quasi “corporale” e che tende ad annullare le distanze tra sé e taluni elementi che, in definitiva, assurgono a simbolo di qualcosa.

E pertanto, tra ritrovati aspetti della natura, a questo punto s’inserisce bene il titolo “Fioriture capovolte”, la cui immagine – al contrario di quanto riportato in quarta di copertina che accenna alla fine d’una fioritura, fase in cui il fiore esaurito il suo ciclo vitale appassisce e reclina la sua corolla – mi porta invece a pensare che dalle fioriture capovolte si evidenzia ciò che sta all’opposto, praticamente si evidenziano le radici, le radici di quello che siamo e che vengono fuori inesorabilmente attraverso l’onestà della poesia, radici che inoltre starebbero a ricordare quella che dovrebbe essere la primigenia e vera essenza dell’uomo immerso nella sua reale consistenza e sfrondato da ogni implicazione effimera, oltre ad indicare un sistema primitivo che sia esclusivamente utile alle esigenze della nostra vita; proprio quelle radici che devono stare alla base della nostra evoluzione e del nostro bagaglio umano che non deve mai essere privo di affetti, di solidarietà, di fratellanza e di amore. E tra queste radici, penserei anche alla poesia, alla sua purezza, paragonabile al seme da innaffiare e che poi, spaccandosi, fa crescere quel logos da cui discende la capacità di poter decifrare e tradurre ogni stupore racchiuso nelle nostre giornate.

D’altronde, per narrare la vita qualunque essa sia dal punto di vista individuale, per provare a smontarla e ricomporla, per inventare nuove sensazioni e per confezionare – come in questo caso – un inno nei suoi confronti, o per andare incontro a probabili nuove epifanie, bisogna saperla convenientemente ascoltare la vita, sia negli effluvi del presente che tra i complicati meccanismi della sua ciclicità. Del resto, l’ascolto della vita, per un essere sensibile, è una predisposizione anche all’ascolto della poesia da poter cogliere al volo nel momento in cui arriva e la si individua e la si elabora (poesia, quel vizio solitario, come diceva Camillo Sbarbaro), e questo libro, attraverso la sua particolare sonorità, riproduce in buona sostanza le delicate vibrazioni interiori d’una esperienza esistenziale fin qui vissuta, e che adesso ci troviamo a poter fruire e ad adottare senza alcuna riserva.

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