Commento critico a “La terra originale” di Eleonora Rimolo

di Francesco Bertazzo

Non è mai semplice capire il mondo di un poeta specie se si tratta di una poetessa giovane come Eleonora Rimolo. Originaria di Salerno, nata nel 1991, si è dedicata allo studio delle lettere classiche e della filologia moderna. La sua formazione ci può aiutare a capire alcuni elementi della sua lirica ma tentare di penetrare il suo pensiero, la sua visione e la sua scrittura è compito più arduo. La terra originale è una raccolta di quaranta componimenti poetici divisi in due sezioni: Viaggi e La notte più lunga dell’anno. Già dai titoli possiamo intuire che la Rimolo vive la poesia come una ricerca, un modo di mediarsi con il mondo. Lo scorrere del tempo e la precarietà della vita terrena portano l’autrice a compiere un viaggio metaforico, di formazione, nel tentativo di trovare una salvezza dalla sofferenza esistenziale. Centrale diventa il dialogo tra l’io della scrittrice e il tu, destinatario delle sue domande, perplessità e richieste. La ricerca di una dimensione di intimità è centrale nella prima parte dei Viaggi dove il contatto con l’altro diventa un modo per superare l’umano tormento. “tu ti giri dall’altra parte, – io da quella opposta mi sogno – fuggitiva tra le risa isteriche – di chi balla tutta la notte – fino a cercarsi, proteggersi.” Lo sfondo di questo ininterrotto dialogo è la realtà contemporanea spesso dipinta fin troppo negativamente; un mondo di polveri sottili, di smog, di carcasse di gatti lasciate nella cenere.

La finalità ultima è la ricerca della salvezza dalla sorte tremenda. Una salvezza non religiosa ma laica che si configura come un ritorno alla casa originale, alla prima cellula essenziale, nella ricerca dell’essenzialità della vita. Anche la natura e il mondo animale diventano elementi essenziali della sua poetica. La natura diventa lo spazio antitetico a quello urbano, fonte di ristoro, luogo di silenzio ma anche popolato da feroci animali che possono diventare metafora dell’essere umano. Come gli educati viaggiatori che si trasformano in bestie turbate, incontaminate. La seconda sezione, La notte più lunga dell’anno, mantiene ancora il contatto con l’elemento naturale sebbene i toni siano più malinconici. Altro elemento è lo scorrere dell’età a partire dal pallido incubo della giovinezza. Il passare del tempo getta una cupa ombra sulla futura vecchiaia descritta con un realismo allarmante, facendo svanire ogni speranza.

Infine mi sembra opportuno spendere due parole anche sullo stile visto che Giancarlo Pontiggia nell’introduzione all’opera scrive: “La qualità che più sorprende nella giovanissima Eleonora Rimolo è la fermezza della tessitura stilistica: la precisione del suo andare a capo, l’equilibrio finissimo delle soluzioni metrico-sintattiche”. La formazione classica riecheggia nella forma e nella complessità dello stile. Tuttavia si mostra capace di esprimere i concetti in modo chiaro attraverso immagini precise e suggestive. La ricerca della liricità sembra richiamare ai periodi del maledettismo poetico diventando, in modo anche estremo, espressione di un male esistenziale e di una realtà enigmatica. Una poesia che resta vicina ad antiche tematiche a cui la Rimolo ha voluto dare un nuovo respiro e una nuova interpretazione.

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