Recensione di ‘Materiali’ di Lorenzo Marilotti

Lorenzo Marilotti, Materiali, affinità elettive, Ancona 2018

recensione di Maria Teresa Marcialis

Il libro di Lorenzo Marilotti è intitolato Materiali, un titolo insolito per un libro di poesie: le poesie, per tradizione e non solo, sono composizioni che non si qualificano e non si esauriscono nell’esposizione grezza di un “materiale”, questo materiale variamente elaborano, fino a farlo espressione di un significato quale che sia e a renderlo comunicativo.
Mi soffermerò subito sul titolo e sulla pregnanza dei suoi significati; preliminarmente però vorrei richiamare l’attenzione sull’azione del far poesia e sull’importanza che, indipendentemente dai risultati (che peraltro in questo libro sono interessanti), ha il dedicare il proprio tempo e il proprio lavoro alla scrittura poetica, al fare arte in senso lato. L’arte e, nella fattispecie, la scrittura poetica è non un giocare con le parole o un costringere un contenuto entro regole definite o un espandere incondizionatamente il proprio sentire; essa ha il proprio fondamento nel “guardare” la realtà, tutta la realtà: nel guardarla con gli occhi nuovi di chi la sottrae alla quotidianità del semplice “vedere”, la svincola dalla banalità, ne coglie in questo modo pieghe rimaste inavvertite allo sguardo “comune” e su queste la ricostruisce; in breve il fare arte è un momento di “sospensione” dal consueto, un distacco dall’ovvio, un considerare – o almeno un tentativo di considerare – la realtà starei per dire nella sua “essenza” se la parola non fosse troppo impegnativa, forse dai troppi o troppo pochi significati e pertanto in qualche modo ambigua.

Questo è tanto più importante quando a scrivere poesie è un giovane come Lorenzo Marilotti, il quale del resto ha già manifestato il proprio interesse per l’arte coniugando gli studi giuridici agli studi musicali e raggiungendo ottimi risultati nell’uno e nell’altro campo. Si potrebbe anzi dire che il suo essere poeta scaturisca dal suo essere musicista, e non solo – come si vedrà – per la preoccupazione di trasferire le strutture formali della musica nella poesia, ma soprattutto per la sensibilità nei confronti del “dire” per “dire”, cioè per un dire non strumentale ma colto nella sua autonomia di realtà autosignificante, e in quanto tale di realtà diversa, se non addirittura “altra” dalla realtà quotidiana.

Torno al titolo. Esso mi sembra “intrigante”, come si dice, per vari motivi. Per la molteplicità dei sensi che racchiude; per la funzione in qualche modo programmatica che svolge; per la riflessione sulla poesia che vi traspare.
Materiali vuol dire molte cose. I materiali si identificano di fatto con la materia e materia è: 1) mater-matrice con il riferimento al “dare inizio”, al “far nascere”, alla “natalità” che questo implica; 2) indica qualcosa che tende-a, che cerca una forma o, per non usare un termine usurato e in qualche modo compromesso, cerca una elaborazione; 3) è tutto ciò che ci costituisce, e che ci circonda, è la “storia”, intesa nella sua complessità spaziale e temporale, che in varia misura, volenti o nolenti, ci intride ed è il filtro attraverso cui vediamo la realtà. Tutti questi significati sottolineano, in qualche modo, il carattere di “incompletezza” della materia, che attende qualcuno, demiurgo o poeta, che la elabori. Ma la materia può essere anche autosufficiente, può costituire di per sé poesia; tutto può essere “cantato”; non c’è una realtà privilegiata che, sola, può essere oggetto di poesia, tutto può suscitare emozioni estetiche.
Queste diverse articolazioni del termine Materiali-Materia delineano un programma di poetica, per così dire, che trova attuazione nel corso del libro. Esse infatti sono tutte presenti nel libro di Lorenzo Marilotti.

La materia, in quanto etimologicamente “mater” può dare inizio a mondi nuovi, apre quindi a nuove realtà, perché senza “materia” non c’è realtà, e pertanto non possono esserci emozioni. Può ad esempio, con il far scaturire una parola da un’altra, far nascere dalle parole della lingua consueta altre parole e così costruire altre lingue. La materia quindi rende possibile la funzione “utopica”, in qualche modo “progettuale”  della poesia.
Un esempio brillante del modo in cui quanto si è detto si traduce in canto è la poesia intitolata appunto Materia, la sesta del libro. Di essa va sottolineato l’andamento di flusso, per cui da una parola ne scaturisce un’altra, senza che appaia alcun legame tra le due:  «Mater/Materia/Materiali/Materialitzzatosi/Apparizionidiurne/Luce/Nebbia/Buio/Ostilità/Invisibilità futura». E ancora:«Materia/sopra la terra,/Materia,materia,materia/Matrice/Materiale/Basta scegliere/il proprio materiale/…» Sono collegamenti-non collegamenti nel senso che sono indipendenti – liberi – da qualsiasi connessione logica, legati (sarebbe meglio dire “ravvicinati”, resi “vicini”) solo da assonanze. Ma non solo. Le assonanze non sono soltanto “musicali” o, forse più correttamente, “sonore”: sono portatrici di significato, sono significanti; il loro fluire è certo “spontaneo” ma la spontaneità – è inutile dirlo, lo sappiamo ormai da lungo tempo – non sussiste come dimensione “vuota” e, in certo senso, “pura”; è sempre, in certo modo, costruita, rimanda sempre all’esperienza individuale: tutto il nostro sentire è filtrato dalla nostra esperienza. Nella poesia Materia di Lorenzo le assonanze fluiscono in un divenire che allarga progressivamente l’orizzonte significante di riferimento, in una dimensione nella quale rientra tutta l’esperienza di Lorenzo, di ogni giorno e della sua cultura: Medea e Omero, Rosso Fiorentino e il rosso pompeiano, Pontormo e Boccioni, il socialismo ebraico e le feste bacchiche, la tarantella e le streghe pettinatrici, i richiami alla Gerusalemme Liberata e ai ”mattoni”. In questo modo si stabiliscono rapporti tra entità, eventi, lontanissimi tra loro nella vita consueta e si delinea una realtà “altra”, nella quale convivono realtà e immaginazione: e nella quale il pascaliano uomo «canna pensante» sta, dice Lorenzo, come in un placido stagno. Solo che tutto questo non è “detto” secondo i parametri di una trattazione scientifica; è cantato mediante parametri autonomi: il ritmo, la modulazione, l’armonia.

I Materiali tendono verso una elaborazione, vengono elaborati, acquisiscono una “forma”. È nota l’esigenza di rifondare – particolarmente operante nell’arte dal Novecento in poi, ma non solo – la poesia mediante modalità nuove, anche formali, d’espressione poetica: di fatto proprio in questa esigenza di rifondazione e di ricerca si qualifica la poesia in quanto tale. Lorenzo Marilotti si muove quindi su questo terreno, né potrebbe essere diversamente: Lo fa, però, non in modo dilettantesco e artificioso, per aderire a un trend dominante, ma con passione, con sincerità, con l’intento genuino di “dire” nel modo più efficace cose non banali, cose “sue”, per conferire alla poesia capacità espressive nuove e inedite.
Questo avviene in primo luogo con l’attribuire alla poesia le modalità di costruzione formale della musica. Non è questa un’assoluta novità e basterebbe al proposito, per citare un solo esempio, far riferimento a i Quattro Quartetti di Th.S.Eliot. Non sono questi, però, i modelli di Lorenzo Marilotti; egli trae ispirazione dai suoi studi musicali: dalla Madrigalistica, da Bach, da Händel, dalla musica barocca, dall’ampia letteratura musicale sul “tema e variazioni”, dalle Variazioni Goldberg di Bach alle Variazioni su un tema di Diabelli di Beethoven, a Brahms, a Elgar. ecc. E con questa operazione non vuole trasferire dal di fuori modalità musicali alla parola; vuol far penetrare la poesia in sensazioni, sentimenti, stati d’animo che la parola e le sue strutture consuete non sono in grado di cogliere. Per lui si fa poesia. allora, non soltanto trovando o inventando parole. La si fa conferendo alle parole un ritmo diverso da quello codificato dalle regole poetiche, facendola diventare danza: la poesia allora diventa Corrente e Double diventa Giga. La si fa rendendo interagenti le parole come le voci di una invenzione bachiana o di una fuga, alternandole o facendo sì che si rispondano vicendevolmente, trasferendole da una dimensione individuale a una dimensione corale, come avviene nei Madrigali o negli Aitia a tre voci. E si fa poesia entrando nelle parole – come in un tema musicale – sciogliendole nei loro elementi costitutivi e facendo loro percorrere nuove vie, vie impensate, in “variazioni”: come avviene in Gabbiani.
Ma non solo dalla musica la poesia può trarre nuove strutture. Non solo il tempo- per così dire – “spazializzato”, ma anche lo spazio in quanto tale può diventare fonte di ispirazione della musica. E allora possono diventare “modelli” gli arazzi o i giochi dei fili: come nell’Arazzo sonnolento in cui la disposizione delle parole, che rende possibile non una lettura univoca ma più letture in varie direzioni, disegna, in una poesia dedicata a Maria Lai, quell’”acrobazia sul filo del mistero teso tra terra e cielo” di cui Maria Lai diceva. Le parole si moltiplicano, i sensi si moltiplicano, le frasi stanno in bilico in acrobazie vertiginose fino a placarsi, nei versi sconsolati di Lorenzo nel sonno che avvolge l’esistenza e la rende perpetuamente ripetitiva.

L’esito espressivo di questa operazione è prima di tutto il senso di una perdurante incertezza. Ogni parola è declinata nel suo contrario, o fa emergere in se stessa il suo contrario; ogni espressione si capovolge almeno in forma interrogativa nel suo contrario. Si veda l’Omaggio al futurismo (Poesia usa e getta a due voci, come si dice, pour cause, nel sottotitolo): la città di Boccioni che sale «sale sul serio,/ oppure, /contemporaneamente, /sta anche scendendo?»; e la «contemporaneità» non è contemporaneità, è altro, e non si può dire che cos’è perché non è afferrabile: in uno sconvolgimento temporale in cui non valgono scansioni e periodizzazioni consuete.
L’accostamento o la derivazione o addirittura l’interscambiabilità di parole, come dire, “alte” e “basse” si traduce in una realtà priva di gerarchie in cui tutto si può dire di tutto e parole usate solitamente per descrivere cose “basse” vengono agevolmente usate per descrivere sentimenti ed emozioni alte: e, ad esempio, il verbo «Rosicchiare» riferito al mangiare il pane, diventa simbolo di un modo di vivere, e addirittura qualifica la Musica delle sfere: «Lenta e veloce, /La Musica delle Sfere/ È un rosicchio».

L’incertezza si estende a tutte le dimensioni della vita, che non ha direzione: scorre, scorre «tra i linfonodi:/scorri così veloce/da non sapere /dove fermarti» (Corrente e Double); e tutto non ha senso perché non si conosce la causa – quella Origine dell’origine, quella proposizione causale che Lorenzo cerca affannosamente e a cui dedica vari Aitia. Né ci soccorrono gli dei che, anche quando si mostravano, stavano negli intermundia e per la «maggior parte si annoiava[no]/adagiata[i] tra le nuvole», mentre «[…] l’occhio di un Dio/ Dubbioso/ Ci osserva/ Dalla sua finta/-Ma infinita-/ Prigione».
E allora non resta che prender atto del fatto che «In commune nati sumus/ Siamo tutti parte della stessa matrice/ Di sangue, cervello e nuvole./ In commune nati sumus.», e ancora: «Moriamo e /Rimoriamo in comune, /In comune nasciamo,/Ci inganniamo in comune /Per vivere tutti la stessa illusione./ La terra è una gigantesca gabbia di scimmie.». Non ci resta che tornare nel mucchio: «Torniamo nel mucchio delle api operaie, /dentro un grande alveare.», come si dice nella Poesia, Frammento, Tre Glosse in cui l’introduzione del termine di ascendenza medioevale, a significare l’ampiezza dell’orizzonte culturale di riferimento di Lorenzo, più che “commentare” o “spiegare” allarga il discorso ad articolazioni inedite del tema principale.

Non tutte le poesie di Materiali sono, come è ovvio e come sempre avviene, dello stesso livello; talvolta l’esigenza di costruire o di adeguarsi al modello di riferimento scelto, sembra prendere il sopravvento e oscurare la limpidezza dell’espressione; talvolta invece i due momenti, costruttivo ed espressivo, sono perfettamente fusi e raggiungono risultati egregi.
E vanno segnalate alcune poesie di taglio diverso, in cui davvero la vena lirica di Lorenzo Marilotti si espande, come se Lorenzo si abbandonasse al suo “sentire” e lo trasfigurasse in canto: ad esempio, in Rapsodia, in qualche Epitaffio e, ancora, in Quando finisce settembre. O ancora nella poesia riportata in quarta di copertina La poesia non è diversa dal corallo nella quale la riflessione sulla specificità della poesia si effonde nella immagine poetica del corallo, è frutto come il corallo della morte e del «lavoro,/Lento,/Frenetico,/Silenzioso,/Di tanti animaletti,/Sotto un mare di cristallo». La poesia «maglia/ della terra/ barriera corallina» l’aveva definita Lorenzo in Arazzo Sonnolento; qui, in una Glossa, la chiama «Ruvida maglia colorata» non «diversa dal corallo» che «unisce/il celeste mondo abissale/ con la matrice superficiale» ma nasce dalla morte e dalla fatica silenziosa di tanti animaletti: in cui la funzione poetica consiste nel mettere in relazione l’abisso e la superficie, e la bellezza – il corallo – non dipende da ispirazioni geniali ma dalla sofferenza e dalla fatica silenziosa di piccoli esseri.
Vengono alla mente le parole shakespeariane di La Tempesta (I, 2), in cui si fa riferimento al «sortilegio del mare» che trasforma le ossa in coralli e gli occhi in perle, tramutando i cadaveri in «qualcosa di ricco e strano»: il corallo nasce dalla morte e dall’opera magica del mare. Ecco, senza voler indicare ascendenze peraltro inesistenti né ovviamente voler fare paragoni, per Lorenzo Marilotti, è la poesia a nascere dalla morte, ma è la poesia – e non il mare – a trasformare la realtà in «qualcosa di ricco e strano», in un contesto comunque di incertezza, di sovvertimento, di precarietà, di sconsolato divenire.

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