Anime perse di Umberto Piersanti, recensione

FESTIVAL CARTACANTA 2019

Anime perse: 18 storie vere raccolte da Ferruccio Giovannetti nei suoi centri di recupero del Montefeltro, trascritte e interpretate da Umberto Piersanti.

Sono storie di malati psichiatrici, affetti da ossessioni varie, disagiati sociali, un’umanità ai margini. Raccontare il dolore agito e subito non è cosa semplice, si rischia la retorica, la morale, si rischia l’approccio sociologico e psicologico, esemplare, educativo. Invece Umberto Piersanti dà voce, dà semplicemente voce ad una umanità diversa, uomini e donne, vittime e carnefici, spesso tutto in uno, ossessionati dalle loro manie, esclusi, offesi, che hanno fatto della loro sofferenza uno scudo, una barriera di difesa dal mondo, senza famiglia o con famiglie che sarebbe stato meglio non avere, che non li hanno mai amati, mai guardati, portano impresso addosso il segno del disamore, dell’indifferenza, dell’ingiustizia.

Sono pazzi, sono criminali, disadattati?

Ma “forse la pazzia non esiste, ci sono solo modi di rispondere alle difficoltà e ai dolori della vita, come dice il dottor Levantini, lo psichiatra del primo racconto che finirà con l’uccidere il collega, colpevole di avergli sottratto immeritatamente il posto da primario. La voce restituita a questi uomini e a queste donne prende spesso la forma di un discorso indiretto libero, un parlare a sé stessi che si colora delle immagini, delle similitudini che appartengono alla vita di ognuno.

La Natura, in un poeta come Piersanti, non solo è presente e centrale, ma spesso è l’unico punto fermo, nell’inferno che questi personaggi attraversano la natura sempre consola, può essere il mare per Franco “se non fai nulla, se stai solo dentro l’acqua il tempo non esiste”, la luna per Luisa, “sì la vita è senza senso ma la luna stasera è grandissima e luminosa” , possono essere gli uccelli e le piante che Umberto chiama in modo esatto e scientifico, lui il poeta delle cesane, quasi come se voler dare un nome preciso a piante e uccelli costringesse la realtà a stare ferma, ad essere certa rispetto ad una realtà psicologica che è tanto caotica. La Natura ha un senso l’umanità no. Non a caso il luogo da cui tutti raccontano sono le colline del Montefeltro (patria poetica e non solo di Umberto) il mare che si vede da lontano, la siepe leopardiana, per alcuni di loro questo luogo è una prigione da cui fuggire, per altri è l’unico luogo dove si sentono a casa, protetti da un mondo che li ha offesi, li respinge e li esclude. Il racconto memoriale parte proprio da un luogo sicuro, bianco, dove gli infermieri e i medici sono gentili, dove si può uscire fuori all’aria aperta e contemplare il mondo senza esserne aggrediti, senza dover lottare per sopravvivere. Da questo luogo, infatti, che è naturalmente anche un luogo dell’anima, possono cominciare a ricordare e raccontare il loro inferno. E la tecnica della regressione al punto di vista del personaggio non sempre fa scattare nel lettore la comprensione, l’identificazione, anzi a volte si è infastiditi, si prova rabbia, ira per la violenza bruta di molti uomini, bestie e orchi, si prova rabbia verso i responsabili diretti (famiglia, genitori) o indiretti (scuola, strutture sociali, giustizia mancata) di questi disastri esistenziali. Una pena profonda si prova ascoltando la voce di donne-bambine che non solo hanno perso l’infanzia sporcata da un padre brutale, ma che si sentono in colpa perché alla morte dell’orco piangono, non si sentono libere, perché, come dice Luisa, “certe macchie neanche la morte le può cancellare”.

Le ossessioni degli uomini: il denaro, la carriera, il riconoscimento sociale, del branco, del gruppo di appartenenza, il lavoro, la frustrazione, il non sentirsi uomini come si dovrebbe essere, come la società richiede. Giovanni che senza sua madre è perso, vive per strada, vorrebbe solo starsene tranquillo in silenzio e veder vivere gli altri. Sergio il disadattato che si prende la sua rivincita. Rodrigo lo zingaro costretto dalla madre a chiedere l’elemosina che dimostrando che può farcela si schianta dal terzo piano.

Nelle donne un desiderio di libertà disperata, una fuga a qualsiasi costo da una situazione dolorosa, dall’assenza, dalla violenza, solo che, se la famiglia è una trappola, là fuori c’è l’inferno e si sopravvive come Sonia coprendosi di tatuaggi, quasi una seconda pelle fino a che l’inferno non entra dentro e allora si cerca aiuto. C’è Claudia una madre che libera la figlia da una lenta morte degenerativa uccidendola. Qualcuno salva lei però prima che riesca ad uccidersi e per “un vizio di procedura” torna in galera. C’è Rosaria, fuggita dal centro e che nessuno ha ancora trovato perché voleva sparire e non farsi più trovare.

Piersanti ci spinge con i suoi racconti a fare questo viaggio difficile e scomodo non solo nelle 18 storie che racconta, ma anche nel Male, nel nostro inferno, in quel sottile confine tra ragione e follia, salute e malattia.

Cosa ci ha salvato? che cosa ha impedito a noi tutti di varcare quella soglia?

Possiamo dire che la pazzia non ci riguarda?

Ecco, quando si finisce di leggere Anime perse, non ci si sente per niente bene, non si è consolati da un lieto fine anche perché queste vite non si riscattano, continuano a non trovare pace, sembrerebbero al momento aver più o meno accettato la loro reclusione in questa oasi di quiete sulle colline del Montefeltro. Del resto sono andati troppo oltre e forse possono solo accettare di essere arrivati lì. Appunto ci si sente persi anche noi, come se avessimo perso la bussola, perché quest’altra umanità di cui ci racconta Umberto non possiamo fingere che non esista non possiamo evitarne l’appartenenza alla specie umana. Ci siamo salvati, ma ci saremmo salvati se avessimo vissuto le medesime situazioni?

Anime perse non è un libro che rende più buoni nell’umana e cristiana comprensione delle vite degli altri sfortunati, è un libro che ti fa scendere nell’inferno e ti costringe a chiederti che cosa ti abbia salvato.

Maria Grazia Baiocco

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