DIRE, ANZI RIDIRE

Dire. Basterebbe il titolo.
Essenziale. Immediato. Puro.

«Volevo un libro puro per noi due». Un libro che comincia così.
Non è un semplice dire, è piuttosto un ridire.
Michieli aveva pubblicato il primo Dire nel 2008. Ora ritorna, assassino sul luogo del delitto. Il titolo è lo stesso, il libro è cambiato – non potrebbe essere altrimenti, è cambiato il suo autore.

Più che dire, parlare (se ne può parlare?) dell’assenza. Al centro di questa poesia c’è l’assenza: quella dell’amore finito, del padre defunto, dell’Euridice persa per sempre. E non solo perché, come dice Gianfranco Fabbri nella prefazione, «dalla ‘carenza’ […] nasce e si cristallizza il ‘disequilibrio’, la sofferenza e il dolore: si instaura, insomma, il seme che genera la poesia», ma anche perché la vita stessa è assenza, fino al giorno in cui la morte ci renderà assenti finanche a noi stessi. Michieli lo sa, lo sappiamo tutti. Lui ha il coraggio di dire.

La sua Euridice ha il coraggio di essere assente fino in fondo, di accettare la propria morte e liberare sé stessa e Orfeo dalla decadenza dell’amore. O forse – chissà – l’ha sfidato a voltarsi sperando che lui non si voltasse, che non fosse preda della sconsiderata impazienza. Era una prova d’amore, più profonda dello sfidare l’Ade per riportare in vita un antico amore. Era questa la vera prova. Orfeo non l’ha superata.
La verità è questa: non esiste resurrezione.

Nella realtà, infatti, non si può riportare alla vita chi abbiamo amato, se non nel ricordo. E Michieli attraverso il ricordo riporta suo padre fra noi, ce lo fa conoscere. Il momento cristallizzato in cui disse «sono stanco», prima di andare a letto e non alzarsi più. I settant’anni per sempre. Il compleanno infinito, proprio perché finito, contrapposto a quello del figlio, che pian piano salirà il leopardiano «limitar di gioventù» e arriverà a lui, attraverso la propria vita, generata dal padre, ma diversa dalla sua.
Dell’amore finito non vale neanche la pena di parlare. Lo ha fatto Euridice per noi.
Altra suprema assenza, Venezia. La città di nascita di Michieli. Non una città come le altre, ma la città agonizzante per principio. Riflessa nelle acque, come un miraggio. Parcellizzata nei coriandoli del Carnevale, viva e morta da sempre. Aveva ragione Mann, la morte è a Venezia, in qualsiasi altro luogo non sarebbe stato uguale.

Michieli dice spesso, nella raccolta, per endecasillabi. Il libro ce ne presenta molti – molto belli. «Avidamente attendono uno schianto» è il mio prediletto. O forse no: «Tingerò d’amaranto questi versi» lo è. Ma in fin dei conti, perché scegliere?
Siamo soli nelle scelte, neanche i Tarocchi ci vengono in aiuto, anch’essi increduli e bui:

Tarocchi

si sciolgono i colori come i modi
incerti che non sanno più predire –

incredulo mi rimira l’Appeso
mentre le nubi abbuiano la Notte

La verità è che non si può scegliere, la vita è solo istanti che passano e che non possiamo cambiare né rivivere, se non nelle fotografie:

Istantanea dall’est

lenti sfocati passi di ombre scisse
barlumi transitanti in trasognate
piazze d’oriente verso giorni nuovi

(un telefono strilla al suo riflesso
Infinita l’attesa di responsi)

È strano prendere un libro vecchio e cambiarlo e ripubblicarlo con lo stesso titolo. Ma Michieli lo fa capire dall’inizio, che farà così, anche in alcune singole liriche, cambiando appena il distico di apertura, creando così la circolare chiusura che riporta ossessivamente il poeta e il lettore al punto di partenza. Del resto, nella finzione lirica, sono le Muse stesse a preconizzarlo al suo io-poeta:

Epigramma (risposta delle Muse)

     ma la musica
sempre più si allontana
Eugenio Montale

domandi versi? Te ne mando autentici:
cadenza esatta, ritmo attento e sempre
misurato, quasi fosse un tango –

te ne mando, certo, ma sempre identici:
un balzo breve, un verso canticchiato
di bocca in bocca come usava un tempo –

attento però a non dimenticare
che la rima chiude il tema iniziale

L’Alfa e l’Omega ritornano ciclicamente, il tempo non scorre, tutto è contemporaneo, nell’infinito della poesia:

ritrovo il tempo andato tra la cenere
se si consuma il fuoco –

costringe a camminare su roventi
in equilibrio lamine

la luna non vedo alta se le nuvole
me ne celano il corpo –

ma l’argento si spande
e chiarisce il pensiero
mentre il volto si accende
di ardente rossa fiamma –

(ritrovo il tempo andato tra la cenere
se mi consuma il fuoco
)

In questa lirica il fuoco e la cenere coesistono (morte e resurrezione). È un messaggio che ritroviamo altrove, nel libro, in tutti i luoghi «dove anche la morte è un segno di vita».
La stessa cenere che torna, nella silloge, più di una volta, ma nella poesia sulla Quaresima con un senso di laica spiritualità. Quella Quaresima che porterà per chi ci crede – credo non Fabio – alla Resurrezione per eccellenza.
È strano – dicevamo – prendere un libro vecchio e cambiarlo e ripubblicarlo con lo stesso titolo. Non si fa così. Si va avanti. Si scrivono poesie nuove. Si pubblicano, con un titolo nuovo. Si parla d’altro, forse, se è possibile, per un poeta, parlare d’altro che non siano le sue eterne ossessioni.
(Perché hai preso un libro vecchio, lo hai cambiato, lo hai ripubblicato con lo stesso titolo? Cosa stavi cercando di resuscitare, Michieli?)

Paola Deplano

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Una risposta a DIRE, ANZI RIDIRE

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