Recensione di Foglie altrove

Michele Paoletti, Foglie altrove
Arcipelago Itaca 2020

Nelle poesie di Foglie altrove, il dato percettivo-sensoriale è integrato a fondamento del processo mnemonico atto a ricostruire l’altrove della parola. Attraverso una narrazione piana e lineare, Paoletti ripercorre le trame degli eventi per individuarne la radice profonda, quella dell’infanzia che, grazie alla mediazione del canto, si ripete ancora, in un altro tempo. E infatti, Maria Grazia Calandrone, nella prefazione, osserva:

E allora il fiume è «di carta stagnola» e «le montagne sembrano sagome dure, / cartone tagliato da mani piccine/usando la scatola del panettone». Paesaggio da presepe che è, insieme, finzione e introduzione all’infanzia, ovvero al sentimento del tempo, alla perdita e allo slancio – anche malinconico- verso un indefinito luminoso che sarà (forse ormai è) questa età adulta, impastata al tempo e alle cose come un minerale, che pure brilla, soprattutto quando cede il passo all’immobilità di un’altra infanzia. Non più memoria, adesso, ma infanzia che si ripete in un altro corpo, nella «parte di me che da me già si separa» e fa scoprire che l’infanzia non ha lingua, se non quella del corpo, ma ha voce, «tutte le voci del mondo».

La parola di Paoletti è parola in movimento tra le cose, che solo in apparenza risultano cristallizzate nella visione d’insieme che egli mira a restituire: in verità, esse sono materia viva, pulsante, da cui origina il sentimento dell’indefinito:

Dalla montagna sgorga a perdifiato
un vento tiepido di attese. Un fiore
spacca il grigio della pietra, si aggrappa
contro i tronchi degli abeti.
Un pugno lo nasconderebbe per intero,
come strappare un po’ di primavera,
farla durare più del grido di uno storno
che vola verso il sole e non si volta.

Il componimento di cui sopra, posto in apertura della prima sezione, Foglie altrove, preannuncia già il senso di una dislocazione che dallo sguardo muove in direzione del dettato poetico. Anche qui è evidente l’uso di una climax, espediente attraverso cui Paoletti raffigura le diverse gradazioni di una realtà in continuo mutamento. All’inizio è posto in rilievo il dettaglio della montagna da cui soffia un «vento tiepido di attese» – immagine simbolo del possibile, e perciò prefigurante scenari colmi di evento –; poi, l’occhio sposta l’attenzione su di un fiore che, pregno di energia vitale, spacca il duro della pietra aggrappandosi contro i tronchi degli abeti. Qui uno dei primi nuclei tematici attorno a cui la raccolta orbita: l’ergersi in verticale della vita che irrompe nel mondo assetata di possibile. Nondimeno, questa visione ottimistica e rassicurante dell’esistenza è poco dopo ridimensionata entro i termini di una dolorosa presa di coscienza: la labilità che investe tutte le cose è tale da accendere nel poeta il bisogno di farle durare: «Un pugno lo nasconderebbe per intero,/ come strappare un po’ di primavera,/ farla durare più del grido di uno storno/ che vola verso il sole e non si volta».

Il desiderio di verticalità è, nei versi di Paoletti, espressione della necessità di un altrove che non circoscriva le possibilità della vita, ampliandone al massimo l’orizzonte cosmologico. I paesaggi evocati raffigurano l’intensità di tale tensione, simbolizzandola talora con immagini che molto ricordano la poesia pascoliana:

Questo maestrale improvviso
mi tiene attaccato alla terra
tra i refoli brevi che l’autunno concede
prima di rigare l’aria
con fulmini sempre più fitti.
Le stagioni che stanno nel mezzo
conservano il tempo, lo schianto,
l’attesa. L’urlo del vetro contro
la notte. La resa.

Nell’immaginario del poeta, il vento pare assolvere a una duplice simbolizzazione: se da un lato è immagine concreta del possibile, dall’altro figura anche come ciò che impedisce all’io poetico di staccarsi da terra: «questo maestrale improvviso/ mi tiene attaccato alla terra». «Le stagioni che stanno nel mezzo» rappresentano infatti il vincolo cui obbedire per spezzare la durata e così abbracciare la possibilità di un’apertura cosmologica. Nondimeno, è la luce che, con la sua levità, giunge a placare una natura caduca e insidiata dal dolore:

Luce benedici il mio cortile,
la fontanella, le pozzanghere che evaporano
nel sole. Lascia una carezza bianca
sulla legna accatastata
perché non abbia paura della fiamma
e renda l’inverno un po’ più chiaro.

Luce infiamma le finestre dure
le stanze dove fiorivano i segreti.
Adesso non riesco a chiudere le porte
i cassetti non stanno al loro posto
e quella mattonella in fondo trema.
Non sostiene più il peso del mio passo.

La luce adempie a una funzione chiarificatrice e scioglie la fissità dolorosa cui le cose appaiono legate. È il fine verso cui la natura stessa si inarca e tende:

E se primavera
fosse anche questa luce
che aggriccia le persiane,
un vento infinito tra le foglie.
Se fosse una mano sul bordo
della sedia, la schiena inarcata
dei giorni, il mare abbagliato dal mattino.

Restami addosso finché la sera
non tracima dalle montagne fino
alla mia porta. Resta fino a svenire
mentre nelle case si accendono le lampade
e gli uccelli aggrovigliano voli
intorno alla macchia tremula del sole.

Così, pare proprio questa la tensione in cui la poesia di Paoletti si esprime: il desiderio che tutto attinga una propria luce, confrontandosi con il segreto che abita silenzioso la vita. Nota ancora Maria Grazia Calandrone:

E, dall’interno della specie, cosa fa un poeta? Paoletti dice che impagina silenzi, prova e prova a tradurre sulla pagina il nucleo silenzioso delle cose e del mondo. Impresa da sempre fallibile, naturalmente. Dunque, incessante.
Perché il dato di fatto è che tutto rimane misterioso, che – per quanto indagato, anzi, tanto più se indagato – resta il mistero del lavorio segreto della terra e degli alberi, entità totemiche che quasi sempre sanno quel che fanno, perché obbediscono a una grande legge che li include.

Concludo citando una delle poesie del libro che più ho amato:

Di notte gli alberi respirano con noi,
conservano i gridi rapaci degli uccelli.
Nella rete dei rami stringono la luce
che si trattiene
poi precipita di colpo sulle cose
e benedice il loro solido respiro
con una mano immortale, spalancata.

 

Pietro Romano

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