Delle nostre immagini di Costantino Turchi

Recensione di Mattia Caponi

delle nostre immaginiÈ da non molto uscito per Arcipelago itaca Delle nostre immagini (poesie 2014-2018). Questa opera d’esordio di Costantino Turchi, compatta e strutturata, mostra un modo di fare poesia consapevole e ponderata. Tanto che le eco montaliane, giustamente sottolineate da Umberto Piersanti in prefazione, emergono a conferma della capacità prosodica e della sicurezza di prospettiva (ll paguro, I, p. 23):

Andremo una mattina sulla spiaggia
ancora nuda dei bagnanti. Allora
vedremo assieme la selvaggia vita
dei sassi brulicanti

E le figure femminili, presenti e ricorrenti, si mostrano spesso in distanza, come un’irraggiungibile Esterina «in pantaloni e reggiseno / benedetta dal fiume / […] / che scorre con lei completo» (p. 31). Ma la novità di Turchi non è l’ossificazione di una voce poetica (ma resta un pregio). Il suo deciso sguardo, prendendo le mosse dall’asciutta schiera che giunge appunto a Montale e proseguendo, si insinua nella realtà e ne ricolloca i caratteri in netti tocchi. Le quattro sezioni di cui si compone il libro mostrano il «viaggio attorno» a quattro camere; ne rompono gli indugi cercando di sfociare ognuna nella successiva; si inceppano e ripartono per altra via come da una strada murata. Un andamento fitomorfo, annodato e lieve, che si dimostra attento alle particolarità (L’edera, p.33):

[…]
Frutta il limite umano la caduta
libera dai terrazzi aperti
lungo le pareti dei vicoli
pesti da mortali passi.

L’edera che mi ha portato ramifica,
ha messo radici nel terriccio,
da sola si sdoppia e moltiplica
geometrica nel tempo spiccio.

Ne emerge una poesia pensosa, ma non immobile, riflessiva e a volte rancorosa, che sa attraversare diversi momenti topici come un destino personale e umano: «riso o pianto alla morte del cavallo, e fissarlo / perché noi non sappiamo più che farne» (Età, p. 11).
Museo personale, quasi Wunderkammer mnemonica, il libro vuole costituire un percorso artistico secondo cui girare nel poeta e nella poesia. Una continua ricerca di metodo e di modo per «esaminare fondazioni / e crepe di un sistema» (p. 44), per accertarsi e liricizzarsi (in senso tradizionale), mentre viene a trovarsi di fronte all’«ambiguità / mostrata da questi luoghi di mare» (p. 19) e dagli altri spazi cittadini e naturali. È lo sguardo quindi che preme su tutte le cose, le misura e le rievoca, con un lessico preciso e personale e con una capacità descrittiva sciolta e delicatissima. Quest’ultima si declina in un largo approccio pittorico che guarda ai luoghi interiorizzandoli, come per la «città ideale» urbinate, metafisica e moderna nel suo mostrarsi (p. 15):

Dischiuso sole, scrutando la piazza
sveli il reticolo dei sampietrini
irregolari sbrinati dall’instabile
pendenza, infusi di geometria
annidata nel profondo e così emersa.

Ti affacci sui gorghi generati
dal picchiettare della fontana arsa
che si propaga tra i colonnati
dove quiete statue sotto le ombre
dei tendaggi evadono il calore.

Si sfilano i contorni dei mattoni
tra spatole di intonaci saturi
esposti e ora indotti al confine
della linea, verso il sussurro
articolato del tratto e del punto.

Uscito dalla via tenebrosa
degli oratorii ripudiati e uniti
solo ai residui delle cornici,
accorro al clamore dell’oracolo
ultimo dell’orologio assonnato,
estremo della meridiana spezzata.

Il testo mostra bene come una simbolizzazione persistente, a tratti allegorizzante, promuove la ricerca aggiuntiva di senso nella realtà e nelle sue eventualità, anche metriche e prosodiche. Non “saffiche e raffiche” di versi si presentano, ma una tensione profonda alla costruzione sonora (ecco giustificato l’accenno a D’Annunzio della prefazione) nelle sue possibilità costitutive: «coi miei raggi evoco mediante / sciadografia profili dentro lastre / per foto» (Il paguro, X, p. 26). Lo stesso si propone guardando ad altri ritratti memoriali (Contro due statue) o ad ulteriori composizioni di soggetto (Quadri di casa). Un andamento ecfrastico e descrittivo spinge la metrica attenta ad abbracciare le qualità osservate. È così in Messa in abisso, esplicitamente composto «sopra “Autoritratto” di Alberto Burri» (p. 68):

Non preoccuparti se vedi che il muro
continua senza aperture sul lato
e resta sul tatto grosso e scialbato:
spoglio ti regge mentre nell’oscuro
prosegui. Nella costruzione avanza:

ciascun angolo in giro potrebbe
altro scoprire, aprire una stanza
recante tracce della vita che ebbe
luogo un tempo che ora sembra perso.

Non c’è un’uscita? non c’è un verso

di uscire da quest’ordine di verso

in cui cola materiale diverso
per ogni strofe, per ciascuna trave
come tessere incastonate in volte
attorno al buco che ne è la chiave.

Non chiedere che immagini rivolte:
qui le pupille non hanno un sicuro
punto di fuga all’orizzonte e luce
avaro il sole. Forse controluce
frequenteremo un’ombra del futuro.

E l’autoritratto per effige interposta è attento a dichiarare una costruzione metrica e a disfarla sperimentandola, mostrando una tendenza che continua in tutti i testi, specie quelli dell’ultima sezione. Allo stesso modo l’altro soggetto speculare per autodescrizione, Il paguro, spiega come sia operazione del poeta concedersi un rifugio poetico di conchiglie antiche e moderni rottami: «Qualsiasi oggetto cede / nel verde infermo la sua massa: sono / gettati via sassi valve involucri / lattine che accattando il paguro / devia per esistergli soggetto» (Il paguro, IX, pp. 25-26). Turchi si scopre quindi «moltitudine scissa / in poli» (p. 30) o «deserto di rovine» (p. 67), frammentato e lacerato, ma in continuo tentativo di definizione e ricomposizione «mentre le iridi smisurate si affondano / di un buio dove manca il firmamento» (ibid.). Così, emblema più di tutti, nella sua immobile tensione, a concludere il libro di poesie è il profilo di Federico da Montefeltro ritratto da Piero della Francesca. Nel Monologo del Duca con voce tersa, il condottiero eternamente rivolto a sua moglie Battista Sforza formula la domanda profonda: «non pensavi che fosse nel possibile / vedersi ancora reciprocamente / seppure dentro i due piani diversi / dove siamo?» (p. 88); e risolve, temporaneamente, la ricerca (p. 89):

Ahi, seppure con uno quanto ho visto:
ti vedo lì e qui sento i miei rimpianti:
la crudeltà d’esser fatti distanti.

Ma lo so che ci ricongiungeremo
attraverso la nostra marcia immobile
sul carro, il trionfo delle nostre immagini
verso il limite, e oltre, del supporto.

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