Piccolo taccuino occasionale: storia di un titolo

Ogni poeta ha la sua isola del tesoro, un luogo in cui seppellisce le suggestioni che offrono la vita e l’altrui poesia, per poi presentarle in forma di parole sul palcoscenico del mondo. Tali tesori inaspettati si palesano spesso nello scorrere del vivere quotidiano, ad esempio nel dormiveglia, o nel gesto meccanico della guida. Ospiti inopportuni, a volte, benché graditi. Urge allora, a portata di mano, una sorta di retino per acchiappare quei pensieri che altrimenti volerebbero altrove, persi nel nulla. E quindi ben vengano quaderni, quadernini, agende, fogli sparsi, scatole della pizza fumante che sta andando verso casa. Oppure, taccuini.

Piccolo taccuino occasionale è, appunto, il titolo della terza raccolta poetica di Davide Zizza, pubblicata dall’Editore Ensemble di Roma.

Partiamo dal titolo. Un titolo che è, in questo come tutti i libri, una sorta di biglietto da visita dell’opera che seguirà, uno speranzoso assaggio del futuro. All’interno del titolo, occorre partire dal termine principale, quello attorno a cui ruotano, a guisa di satellite, gli altri due: taccuino. Secondo il vocabolario etimologico Treccani, deriva da un termine arabo medievale che designava una “raccolta di prescrizioni mediche e igieniche, o anche di piccole enciclopedie di medicina”. E qui veniamo a una precisa dote della poesia: far da medicina al male di vivere del poeta e del suo lettore. Ma nel tempo le parole cambiano e ora il taccuino ha il duplice significato di quaderno di appunti e di album per gli schizzi dei pittori. Curioso osservare che ,se andiamo alle radici dell’opera di Zizza, troviamo un delizioso libriccino dal titolo Dipinti & introspettive. Ciò dimostra che già nelle prime prove giovanili gli si confaceva il baluginare rapido della scrittura di emozioni.

La parola “taccuino”, nel suo significato moderno di bloc notes, è un termine che di per sé parrebbe suggerire un’idea di inferiore, di dimesso.  Se è piccolo, se è occasionale, sembra quasi scusarsi di esistere. Questo, per il lettore superficiale, poco avvezzo alla profondità del pensiero poetico. Ma chi va oltre un’episodica frequentazione di poesia e dintorni sa che la letteratura che è piena di illustri taccuini, dai Taccuini di D’Annunzio al Taccuino del vecchio di Ungaretti per finire a The Golden Notebook di Doris Lessing – e questo solo per citarne alcuni che sfoggiano il termine già dal titolo. A questi si devono aggiungere i taccuini che non si dichiarano tali ma lo sono a tutti gli effetti, come lo Zibaldone di Leopardi e i Trucioli di Sbarbaro. Cosa sono i trucioli, se non scarti di lavorazione del legno? E, nella prosa poetica che apre il libro di Zizza troviamo questa frase esplicativa dell’opera che seguirà: “Scarti da cui fuggono intermittenze, trofismi con lento assorbimento”. Una poesia, dunque, fatta di pietre scartate che diventano testate d’angolo poetiche.

Katchar

Ho conficcato una pietra nella memoria,
una pietra votiva che resti,
ex-voto tramandato da trasandata tristezza –
silenzio dei giorni. Attendo che il letargo
mi colga su questa pietra
per farmi della stessa sostanza del vento.

Abbinati al sostantivo “taccuino” e ai molteplici orizzonti che esso apre, il titolo presenta poi due aggettivi: “piccolo” e ”occasionale”. L’aggettivo piccolo è, ovviamente, tautologico e al contempo signorilmente umile. Come suggestione di rimando ricordo Francesco Petrarca che definiva le liriche del suo Canzoniere delle nugae (bagatelle). Il secondo aggettivo, “occasionale”, omaggia apertamente la grande poesia di Eugenio Montale, uno dei numi tutelari di Zizza, come già osservato da Enrico Testa nella sua introduzione al secondo libro di poesie del poeta, dal titolo Ruah. L’occasione, insegna Montale, fa l’uomo poeta, perché il poeta non è altro che un ladro di emozioni, proprie e altrui. Un ladro un po’ anomalo, in verità, un ladro gentiluomo pronto a restituire a piene mani – e con gli interessi – le suggestioni che incontra nel suo cammino interiore ed esteriore. A proposito di occasioni, di epifanie del reale, ad esse bisogna “tendere un’imboscata”:

Un filo mi separa dalla salvezza
del giorno: l’ombra di un edificio, il sole,
rumori e voci si avvicinano e poi sfumano,
motori di barche rimbombanti nel porto,
latrare di cani randagi, il moto di una bicicletta,
il caffè, un profumo –
tutto questo può essere la soluzione,
tendere l’imboscata all’epifania,
sciogliere così il piombo dell’aridità.

Oppure, bisogna capire l’importanza dell’attimo che, benché fuggente per definizione, è il luogo in cui per paradosso il pensiero si adagia e si interroga sul Tutto:

<<Uno sguardo verso l’orizzonte –
il pensiero s’attarda sull’attimo,
lo disvela, lo scioglie>>.

Dietro questo tono apparentemente sottotono appare quindi evidente la profondità delle radici culturali di Zizza, uomo di ampie e appassionate letture poetiche (e non solo), che sono frutto di un meditato e profondo confronto con molti grandi della letteratura, da Borges a Kavafis, passando per gli autori inglesi e angloamericani, per finire ai prediletti poeti russi. La sua scrittura, frutto di una invidiabile meticolosità e di un paziente e artigianale lavoro di scrittura e limatura, riecheggia tali letture e le abbraccia senza riserve, assimilandole. Egli riesce così a scavare nelle profondità dell’io ma al contempo a conservare quella lievità che è, a ben vedere, la più grande virtù dei saggi.

Paola Deplano

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