CAPITOLO ’68

Dialettica e equilibrio: il ’68 di Cupo tempo gentile

Dialettica e equilibrio: il ’68 di Cupo tempo gentile

di Costantino Turchi

In Cupo tempo gentile Umberto Piersanti ricrea i suoi personali rapporti con il ’68 come vicenda storica vissuta nella forma di un romanzo del tutto peculiare. Il titolo è emblematico di una duplicità compresente o alternata su una stessa materia: nell’opera molti di questi rapporti sono esplicitati dalle vicende che coinvolgono Andrea Brenci, parziale alter ego dell’autore, e i membri del Movimento con cui egli interagisce; ma altri rapporti rimangono sottotraccia, insiti nella scrittura – e forse per questo più profondi, tanto da essere quasi occultati proprio dalla scrittura che li trasmette, nella grazia di uno stile che trascina il lettore all’interno della storia. Quest’ultima si svolge linearmente nel periodo che va dagli ultimi mesi del ’67 fino alle soglie dell’inverno del ’69: è il tempo della contestazione e della dialettica anche a Urbino dove Andrea è uno studente universitario di filologia moderna, urbinate, di 25 anni e alle prese con la tesi di laurea sul Montale di Le occasioni e La bufera e altro.

I.

Senza perdere Gozzano però, la poesia
doveva rimanere importante anche nel futuro

Di occasioni, bufera e altro è composto anche il libro nei suoi 52 brevi capitoli: il narratore introduce il protagonista nel primo, incorniciato dalla descrizione del vento della storia, all’inizio all’orizzonte, in chiusura dentro le aule, che porta con sé la tempesta durante una lezione su Gozzano. Tra gli studenti, a seguito dell’occupazione a Torino e delle notizie dalle altre università, serpeggiano progetti d’azione che ricollegano la provincia, immersa ancora nella natura, presente a chi sa osservarla, e lontana dalla modernità delle fabbriche, al corso della storia umana: le cose erano iniziate timidamente a cambiare nei costumi, ma ancora non era abbastanza.

Il vento veniva giù dalla pineta e si rompeva contro le immense vetrate dell’aula posta sopra il grande giardino che dicembre aveva spogliato d’ogni verde. Solo qualche minuscola palma estranea e livida dentro il freddo d’Appennino.
[…] Una folata di vento spalancò i vetri della finestra: lassù tra i pini correvano nuvole nere ed enormi. Dentro doveva esserci già la neve. E sotto, nel giardino, si piegavano i rami secchi delle rose, qualcuno spaccato volava via lontano e le palme, minuscole ed improbabili lì, sotto l’Appennino, si impuntavano dentro la terra per resistere al vento che strappava foglie e pezzi di corteccia squamata. Il Petrano, il Catria, tutti i monti cerchiati da quel nero: la tempesta s’avvicinava in quel tardo e freddo autunno del ’67.[1]

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Del “Cupo tempo gentile”; il ’68 di Umberto Piersanti sotto forma di romanzo.

Recensione di Claudio Cesaroni

Manifestazione studentesca nel 1968 (sessantotto68.wordpress.com)

Una delle teorie sociologiche più aggiornate sui movimenti collettivi, validata da cospicue ricerche storico-empiriche, sostiene che i gruppi sociali minacciati dal declassamento sociale e quelli in rapida ascesa sono gli animatori originari di ogni movimento collettivo nelle moderne società complesse e stratificate; anche il ’68, forse soprattutto il ’68, convalida questa teoria: una piccola e media borghesia che si sente sempre più smarrita di fronte all’avanzata competitiva delle classi popolari -si pensi all’effetto che ebbe, sulle famiglie borghesi, vedere i propri figli adolescenti accanto ai “ragazzi del popolo” nella scuola media obbligatoria per tutti- e una compagine sociale in formidabile ascesa: i giovani; il movimento del ’68, però, ha una peculiarità: la classe che teme la degradazione sociale e quella che conquista, rapida e prepotente, la ribalta della Storia, in larghissima parte coincidono: sono borghesi e giovani gli studenti che occupano le università, formano collettivi e organizzano manifestazioni di piazza; il nucleo fondante del movimento del ’68 risiede, al di là delle adesioni alle varie ideologie di ispirazione marxista-leninista, in questa contraddizione: il soggetto sociale che più si stava affermando, i giovani, era costituito dagli appartenenti ad una classe che già da qualche tempo sperimentava con angoscia la diluizione della propria identità, la borghesia.

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Primavera 1968

Primavera 1968

Il volo di tordi
infrascati sugli orli dei fossi
per l’aria memore di ghiacci
in quella primavera stentata
presso la gora morta
fradicia di scorie
lì dove il peso eccessivo del fiore
curva rami di biancospino
quindi più tardi
ma prima del meriggio
nei greppi di grano verde
divisi a cerchi larghi
invano per i tulipani.

Eri ancora più scura nella chiesa
per il bianco degli occhi
il riso della bocca largo
estranei agli architravi
alle nicchie alle cose
da sempre familiari.

Il suono dell’organo era
nella penombra
tra profumi marci
di gigli dalla sacrestia.

Ci commosse il sacro dell’incenso
la bravura scontrosa
del solitario maestro.

Disse di pietre e massi
trascinati dalla cava interrata
costretti in fabbrica romanica
di due archi gotici
centrali nella navata di destra
abbozzata solo, per lo scarto.

Estraneo all’anno
di gente rovesciata nelle piazze
dei giovani serrati
coi drappi rossi negli edifici
fermo nell’Appennino remoto
immemore del tempo
sciolto dalla catena.

Compagno d’una fuga
a lui da sempre acquisita
mia, di un pomeriggio.

Umberto Piersanti

(dicembre 1971)

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Alle ragazze degli anni ‘60

Pubblichiamo un intervento di Davide d’Alessandro uscito su Il Foglio, che ricorda il ’68 attraverso lo sguardo di Umberto Piersanti e della sua poesia.

Beat Girls (Joost Evers, Wikicommons)

1968-2018. Cinquant’anni. Ricorrenza speciale. C’è una deliziosa battuta che Woody Allen mette in bocca a Ian Holm nel film “Un’altra donna”: «La sola cosa bella di fare i cinquant’anni è che non li rifai». Neppure il ’68 li rifarà. Allora, questo è il momento. Tutti scrivono, ricordano, celebrano, rimpiangono, criticano, rivisitano, approfondiscono. Io non posso. Sono nato nel 1966. Avevo appena due anni. Umberto Piersanti, il poeta d’Urbino, di anni ne aveva ventisette. E a quegli anni ha dedicato una poesia, tra le più belle. Riproporla è un modo, anche per me, di accostarmi a una stagione non vissuta, di misurare il tempo ch’è passato, il tempo che tutto devasta.

Alle ragazze degli anni ’60

ah! le acerbe primavere
di quegli anni,
le ragazze sui ponti
e nelle strade,
scende il vento dai monti
alza capelli e sciarpe
ridono le ostinate
dentro l’aria,
sciamano le altre
ai portici,
siedono nelle scale
e sopra i muri

friggono le cresciole
è carnevale,
un carnevale povero
tra i monti,
giovane professore sento le vesti
strisciarmi e il caldo
tocco delle mani,
le mascherine bussano alla porta
reggono grandi canestri
per radi doni

per altre prode il tempo
vi trascina
il tempo che devasta
le figure,
ma io vi scorgo ancora
camminare,
ridere sopra i ponti
lievi svanire

il tempo ch’è passato
lo misuri
dall’occhio che ti lacrima
e non sai
e il cuore ti trema
se l’aspetti,
ti tremano le mani
se la spogli

Umberto Piersanti

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Capitolo ’68

In occasione del cinquantesimo anniversario del ’68, intendiamo aprire un dibattito su Pelagos Letteratura sul momento più significativo della nostra storia dal dopoguerra ad oggi.

Umberto Piersanti

Non c’è stato nessun periodo più esaltato o condannato: mancano, a nostro parere, ricostruzioni e giudizi equilibrati.
Ho vissuto il ’68 e gli anni attorno nella piccola Urbino, che costituiva però un punto di riferimento per un’area molto vasta che andava da Rimini a Pescara e comprendeva larghe zone dell’entroterra toscano-appenninico, marchigiano ed umbro. Allora non esistevano facoltà distaccate da Bologna, Firenze, Siena. L’Università di Urbino aveva una sua precisa importanza ed era meta di delegazioni studentesche di tutta Italia.
Mi ero laureato da poco, insegnavo alle magistrali, a avevo un rapporto continuo con l’Università come collaboratore di varie cattedre umanistiche. Alle mie spalle una serie di iniziative di tipo sia politico che culturale. Nei primi anni Sessanta ero stato fra i fondatori del Circolo Luglio ’60 che aveva organizzato una serie di manifestazioni a sostegno dei movimenti democratici spagnoli, contro la guerra in Vietnam e tanto altro.

Essendo stato in delegazione in diversi paesi dell’Est, avevo potuto costatare con i miei occhi non solo le “lacune”, come allora si diceva, ma il fallimento pressoché completo del socialismo reale. Dunque ero immunizzato da ogni fede verso quella dittatura del proletariato alla quale si rifaceva la contestazione.
Gran parte del Movimento Studentesco riponeva una totale fiducia nella Cina, in Cuba, nel Vietnam: l’URSS veniva contestata, ma si era pienamente riabilitata la figura di Stalin sulla scia delle posizioni cinesi. I ritratti di Lenin, Stalin e Mao campeggiavano nel più duro dei Movimenti Studenteschi, quello milanese di Capanna e compagni. Anche Cuba era un punto di riferimento importante: Che Guevara vissuto come rivoluzionario, libertario e martire, ancora più di Fidel.
Altro mito era il Vietnam di Ho Chi Minh e i piccoli guerriglieri Viet Cong, mito amato anche dalla sinistra tradizionale. La politica vietnamita oscillava tra Cina e URSS.

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