Editoriale

Rai Storia e il femminismo islamico

Umberto Piersanti

Apprezzo Rai Storia, ma la puntata sul femminismo islamico è stata assurda. Come ultimo esempio di femminismo islamico una martire fallita rigorosamente vestita di nero e con il niqab che le lasciava scoperti solo gli occhi. Fallita perché la polizia israeliana l’aveva arrestata prima che potesse farsi esplodere. Essendo la polizia israeliana un po’ meno dura di Hamas che avrebbe sicuramente ucciso un’israeliana trovata nella stessa situazione, la palestinese si era salvata. Intervistata da un’ occidentale progressista con pantaloni e occhiali da sole, aveva potuto confermare la sua disposizione al martirio che non annullava il servaggio verso il maschio simboleggiato da quello stesso niqab.

Amici di Rai Storia attenzione al politicamente corretto che si trasforma in ridicolmente corretto.

Umberto Piersanti

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Quando stalinismo fa rima con fascismo

Umberto Piersanti

Ve lo ricordate Diego Fusaro, il ragazzetto infiocchettato e ultrafirmato disquisire alla televisione e altrove dei grandi meriti di Stalin e della tragedia causata al mondo dalla caduta del muro di Berlino? Bene, l’odio anti borghese del piccolo filosofo lo porta a preferire la vittoria della Le Pen nelle elezioni presidenziali francesi. Non importa l’origine petainista, il nazionalismo esasperato, il rifiuto dell’identità e della tradizione europea: l’importante è essere sempre e comunque contro il “capitalismo” e la “democrazia borghese”. I venti e più milioni di morti procurati dalla tirannide staliniana, gli orrori dei Khmer rossi, la spietata dittatura nordcoreana, sono ben poca cosa rispetto al capitalismo e ad un’ambigua ed ingannevole incarnazione dello stesso come la socialdemocrazia.

Fusaro è degno erede di quella intellettualità italiana che è stata prima fascista, poi stalinista ed infine innamorata di quella rivoluzione culturale cinese che, secondo gli stessi dati del ministero degli interni cinese, ha procurato all’incirca settanta milioni di morti. La differenza sta nel fatto che Fusaro si presenta meglio, usa un eloquio aggiornato e confuso tipico del populismo contemporaneo, si affida alle mode dell’eterodossia e dello stupore purché queste abbiano un impatto su un pubblico o incolto o tendenzialmente snobistico.

Ho discusso con lui al Festival Futura di Civitanova: si parlava dell’Africa. Fusaro parlava dell’asservimento dei nuovi leader africani al capitalismo europeo e americano, ma non sapeva nulla della presenza sempre più importante, massiccia e pervasiva della Cina nel continente nero. Le sue erano verità ideologiche fisse e precostituite.

Difendere lo stalinismo e il muro di Berlino significa offendere le vittime del despota georgiano e la memoria di tutti quelli che sono stati falciati nel tentativo di oltrepassare quel muro.
Non è poi così banale dire che gli estremismi si congiungono: il fatto che un filosofo della sinistra modaiola venga a preferire Le Pen su di ogni altro candidato “borghese” o “revisionista” lo dimostra.

Quel che fa specie è il peso che questo infiocchettato ragazzetto sta avendo in vari programmi televisivi e in alcuni festival culturali. In particolare tra la Romagna e le Marche, da Misano a Civitanova: i vari direttori, tutti rigorosamente di sinistra, alcuni magari apparentemente riformisti del Pd, fanno a gara nell’invitarlo ogni anno. Si tratta di un provincialismo mediocre, attratto dai fenomeni più banali e modaioli dei nostri anni.

E’ vero che nei nostri giorni chi trova il modo di stupire viene sempre ossequiato dagli incolti potenti di turno. Chissà se basterà il pronunciamento di Fusaro a favore della Le Pen a fare aprire gli occhi agli assessori e ai direttori di festival della sinistra sulla vera natura di questo contemporaneo “rivoluzionario marxista”?

Umberto Piersanti

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Umberto Piersanti su La7

La7

Un editore che ha fatto fortuna con il gossip e gli amorazzi delle star.

Un direttore ambiguo e astuto che non si è mai esposto, ma che non ha mai cercato di dare una parvenza di equilibrio ai suoi programmi.

Giornalisti bravi come Formigli o scadenti come Paragone accomunati da uno spirito di totale faziosità, alla quale si accodano anche le trasmissioni del mattino e le pseudo satire di Crozza.

L’unico obiettivo: l’attacco totale e indiscriminato al PD e l’invettiva anti Renzi. Con il Fatto Quotidiano La7 rappresenta la punta avanzata della propaganda grillina.

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Il Nobel del guitto e del menestrello

Alessandro Moscè

La morte di Dario Fo è concisa, lo stesso giorno, con l’assegnazione del Premio Nobel alla Letteratura a Bob Dylan. Giovedì 13 ottobre si è avuta la riprova che il mondo letterario perde sempre più colpi. La cosa del tutto singolare è che stavolta questa oscillazione in basso viene decretata dalle istituzioni. Premetto che non amavo Dario Fo, ma neppure lo detestavo. Mi lasciava indifferente e l’ho seguito ben poco. Occupandomi di critica letteraria da più di vent’anni, so bene, però, come nell’ambiente non fosse stata accolta positivamente l’assegnazione del Nobel al guitto, al saltimbanco, mentre era considerato il poeta Mario Luzi, tra gli italiani, il più titolato a ricevere lo scettro. Non successe e ce ne dispiacemmo in molti. Un verseggiatore, un attore più che un autore, un guascone con doti eccezionali, non ha deciso il suo destino sulla pagina, ma sul palcoscenico. Fo era un autore a metà, perché molto altro e molto di meglio che un autore. La scelta dell’Accademia di Stoccolma sembrò una virata verso il mondo dello spettacolo.

A distanza di vent’anni, la vittoria di Bob Dylan conferma questa tendenza che investe l’Europa e il destinatario del Nobel, un americano. Il menestrello, il cantautore, e non lo scrittore. Non Don De Lillo o Philip Roth, ma Bob Dylan. Giorgio Caproni diceva che la poesia è già musicale, la canzone no, per questo ha bisogno dell’accompagnamento dello strumento. Alcuni testi musicali, di per sé, non hanno senso poetico, né suono, né profondità. Anzi, sono piuttosto banali, una volta presi alla lettera. È appunto l’apparato musicale che crea l’atmosfera. La Svezia sovverte questa concezione e snobba i poeti, i narratori, in favore di un cantore ambulante. Eugenio Montale non avrebbe mai vinto il Nobel per la musica, ma la giuria, seguendo il criterio alquanto discutibile di quest’anno, avrebbe potuto stravolgere i ruoli. Siamo al paradosso: il guitto e il menestrello hanno invaso un’area che non appartiene granché alla loro sfera creativa. Se la letteratura non ha più la forza persuasiva di un tempo, sia nella concezione comune che da un punto di vista editoriale, il Premio Nobel edizione 2016 le dà una mazzata tra capo e collo. Leggendo i quotidiani, da Irvine Welsh ad Alessandro Baricco, a Valerio Magrelli, a Giuseppe Conte, c’è chi si interroga sulla decisione di equiparare libri e canzoni. “È come se dessero un Grammy Awards a Javier Marias”, sostiene Baricco, ”perché c’è una bella musicalità nella sua narrativa”.

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Umberto Piersanti: è un errore il Nobel a Dylan

Articolo uscito domenica 16 ottobre sul Resto del Carlino.

Umberto Piersanti

Umberto Piersanti è un poeta e romanziere che con gli accademici svedesi ha a che fare dal 2005, anno in cui venne candidato al Nobel. La notizia del conferimento del premio a Bob Dylan lo ha a dir poco sconcertato. «Bob Dylan è certamente un grandissimo cantautore, ma le canzoni non sono poesia» è il suo giudizio tranchant. «Si tratta di un altro genere d’arte: se ne scriviamo le parole su una pagina bianca, esse perderanno moltissima della loro forza. La canzone è un intreccio totale fra parole e musica: forse allora sarebbe stato più normale e giusto assegnare a Dylan il Nobel per la Musica, se soltanto esistesse. Ora questo premio aiuterà tutti coloro che sproloquiano sull’identità poetica dei cantautori. Troppo facile, dal momento che il grande pubblico non conosce assolutamente la poesia e così molti intellettuali à la page si stanno precipitando a osannare questa scelta. Tra motivazioni politiche e tendenze populiste, il Premio Nobel sta intaccando il suo prestigio. Se si voleva premiare un americano, c’era a disposizione il grandissimo romanziere Philip Roth, che sul piano letterario resterà nei secoli ben più di Bob Dylan, il cui prestigio resterà sempre grande nel costume culturale e civile. Speriamo che il comitato di Stoccolma non continui con trovate che certo gli faranno avere qualche consenso, ma che si muovono in una direzione sbagliata, inducendo in noi un forte senso di smarrimento».

Tiziano Mancini

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Il Nobel a Bob Dylan

di Rossella Frollà

Soffiava nel vento la scelta del nobel a Bob Dylan.

Bob Dylan e Allen Ginsberg (Elsa Dorfman, Wikipedia, CC BY-SA 3.0)

Non appena lo Spirito si stabilisce nella vita di un essere, immediatamente l’immaginazione e il cuore popolare lo riconoscono e simpatizzano con l’essere che lo accoglie. Il menestrello spettinato con l’armonica in bocca racconta le storie degli uomini alla pari della grande scrittura. Non vi sono dissimulazioni nel semplice intrecciarsi delle superfici. Il materiale della vita nel suo mimetismo più sottile si sente al riparo nel suono di note e parole che vanno oltre chi le ama e le protegge. L’anima  si concede al mondo tenera e imprudente, graffiata, amata  e ferita. La dignitosa, autentica  cultura popolare cui Dylan si abbandona  è quella qualità originaria della poesia che non teme e non può temere l’abbraccio con la musica  in un  tutt’uno che  si eleva a valore più alto, si fa segno universale, forma d’arte, alla pari di quella letteraria. In molti (Francesco De Gregori, Guccini, Mogol, …) hanno felicemente accolto questo inusuale, inusitato riconoscimento alla canzone che a pieno titolo entra nella Letteratura. E Dylan con le sue scelte sorprendenti, con cuore e genialità ha permeato la storia del secondo Novecento fino ad oggi. Quando l’anima e lo Spirito possiedono le stesse memorie, allora , i ricordi e le conoscenze nutrono, acquistano grande valore e le storie si fanno fuoco alto, bello dei suoi tanti volti. Così Dylan  con la sua voce, con le sue note e le sue parole ci mostra il nostro vero volto, quella rete di qualità che ci portiamo dentro dall’infanzia, il chiarore originario fortemente percepibile da chiunque. In questo Dylan  è universale. Si avverte nei suoi versi l’identità delle ombre intime, le freddezze e le storie dei silenzi. I suoni nascondono lo stesso mistero di tutti, i dubbi, e il nascondiglio da cui provengono è il sé che risale la coscienza e si concede al mondo schietto e genuino, per un magico destino che lo vuole sognatore errante, avversario di ogni indifferenza. Quelle spine spezzate in modo distratto e sgarbato, innocenti e poi mature con più dolore hanno raccontato il mondo.

The times they are a-changin (1964)  obbedisce alla segreta potenza della poesia, alla sua pressione. La forma è l’abitazione stessa della vita. E così l’anima cede la sua parola. Come non pone ostacolo la dolce chiusura di un bottone a una leggera pressione delle dita, così, accumulare la conoscenza, propria degli eruditi, è «filosofia dell’avere» non del nutrirsi ovunque ci sia un’intimità con le cose, falciando l’asfalto e  immaginando l’erba.

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