Autori Narrativa

Mulinello d’ali sul fuoco

di Rossella Frollà

Mulinello d’ali sul fuoco

Di un continente c’è l’ala feroce che avanza e quella lieve che sopraggiunge stremata e chiede aiuto. È un triste, duro, grave presagio. Ogni passo dell’umanità ne ha un altro silente accanto e spaventoso. Dal fondo di un’etica selvaggia e corrotta c’è un velo scuro in occidente. Chi soffia sul fuoco che ci stringe e aggiunge legna da ardere col sangue? Fuori da ogni schema le sentenze del terrore offrono l’atto di soffocare i pochi frutti del mondo e i passi corrotti dalle pepite d’oro scivolano nel male. In Occidente c’è un nuovo Don Chisciotte che cerca paesaggi e isole d’aria e sillabe sagge per gli umani. Con cura il dolore si riabilita e il volto sacro del mondo. Quel Don Chisciotte risuona nei bistrot, di stazione in stazione, negli stadi, nei teatri, nei metro. Il suo calvario si consuma. Deve esserci qualcosa d’altro in questa offerta sacrificale del mondo. Spasmi e contrazioni ci piovono addosso con lutti improvvisi. Deve esserci un senso a questo sale che piove sulle ferite. È fiamma e boscaglia, è guerra. E come in trance non abbiamo sentito il tuono che c’è già stato. Oltre il tempo il digiuno imposto al pensiero e alle menti scandisce la pulsione alla radice di questo modo di esistere che ci ammorba. Noi siamo il nuovo Don Chisciotte malato di cancro che con l’intrepido coraggio di chi sa va fino in fondo e porta il suo dolore come un altro volto sacro del mondo. E come nei lutti improvvisi per un prodigio concesso si resiste. Il tuono chiama a radunarsi nella felicità amara di sentirsi vicini, né vincitori né vinti, abbracciati nei momenti dell’assurdo a lasciare i rimorsi e a coltivare i sogni. «mulinello d’ali» sul fuoco.

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‘Vedere senza guardare’ di Chiara Maranzana

Vedere senza guardare

Non saprei dire quando venni a conoscenza del fatto che sto per raccontare, e a dir il vero non ricordo neanche il motivo per il quale venni resa partecipe di questo aneddoto, fatto sta che ciò accadde e di questo posso esser certa perché si focalizzò così a fondo nella mia memoria da sembrarmi quasi d’averlo vissuto sulla mia propria pelle.
Era il 1945 e io vivevo con la mia famiglia in un’umile casa nel paesino di Nimis, nel mezzo del Friuli Venezia Giulia. Erano ormai quattro anni che la guerra era incominciata ma in Italia si iniziò a percepirla solo tre anni dopo lo scoppio effettivo. L’orda straniera, che avrebbe dovuto esser nostra alleata, era scesa su di noi silenziosa come un’ombra e ci aveva sopraffatto nella notte. Ricordo di aver visto vari ragazzi, nostri vicini, scappare verso i monti, con null’altro che un piccolo fagotto in mano. Avrei poi scoperto che valenza dare al termine partigiano, ma in quel momento, nell’attimo in cui i miei occhi incontrarono i loro, Tonino mi fece cenno di tacere e nel tempo che io sprecai a sbattere le palpebre si erano già dileguati nella notte completamente nera.

Con il tempo ci abituammo al dominio tedesco, eravamo così inermi, disorganizzati e vigliacchi da non aver la forza di reagire, ci eravamo adagiati a terra, fingendo d’esser morti e sperando che l’agonia che ci circondava fosse rapida ed indolore, ma così non fu. I tedeschi si appropriavano delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre vite e noi tutti ci sentivamo come quelle canne che circondano le paludi, sottili, piegate, sferzate dal vento e dalle acque dell’acquitrino, finché non diventano molli e affogano pian piano, marcendo. I giorni si susseguivano tutti uguali, uno dopo l’altro, così come le notizie, anch’esse pallida similarità l’una dell’altra, finché una sera, inspiegabilmente, i tedeschi iniziarono a ritirarsi. La notizia fece velocemente il giro di tutto il paese e la notte passò al ritmo dei nostri cuori che sembravano aver ripreso a battere, dalle nostre gote che riacquistavano colore e della nostra speranza che ritornava più agguerrita di prima. Il giorno dopo il paese era in fibrillazione, uomini in uniforme avevano iniziato a tirar fuori le persone dalle case e le allineavano in strada, come si faceva alle fiere dei cavalli. Ancora non mi ero resa conto dell’orrore e pensai frivolmente che mancava solo che ci guardassero i denti. Arrivarono anche nella nostra casa e io e la mia famiglia uscimmo senza dire una parola. Solo mio padre aveva provato a protestare ma era stato strattonato in malo modo e il tono dei soldati non era affatto amichevole, quindi li seguimmo mansueti, come dei cani seguono i loro padroni. Rimanemmo in piedi davanti alla porta di casa mentre i soldati all’interno frugavano dappertutto, portando fuori viveri e tutto ciò che avrebbe potuto essere rivenduto. La mano di mia sorella scivolò dentro la mia. La sentii tremare e la strinsi forte, come per paura che potesse volare via di lì a pochi minuti. I tedeschi iniziarono a censirci, ci chiedevano nome, cognome, anno di nascita e professione, senza capire che in un paesino così piccolo erano in pochi quelli che avevano la fortuna di lavorare. Noi lavoravamo i campi, io, mio padre e mia madre, ma le mie sorelle e mio fratello erano troppo piccoli per poter fare alcunché. Questo ai soldati non interessava, non avevano bisogno di noi come forza lavoro, quello che gli interessava era che non facessimo resistenza, che gli dessimo un posto dove poter stare e dove poter mangiare, un rifugio sicuro mentre iniziavano a spostarsi verso il confine. Niente di preoccupante, ripetevano, “wir sind freund” ripetevano, “noi siamo amici”.

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Lo stupore

Lo stupore
di Rossella Frollà

Non possiamo non tener conto del nostro volto rimpicciolito, tornato bambino in un fascio di odori, il profumo eterno di velluto che ci sollecita a brillare di risonanze e di paure fatte in profondità e amate, risalite con lo stupore dell’aria chiara quando risale i meli rosa tra i declivi. L’abbandono involontario a ciò che non conosciamo, a quel tanto che ci sorprende e ci fa vibrare di entusiasmo e di commozione, ci dà pieno sapore e scarso respiro, l’ambivalenza del sentire, quell’abbandono immediato e inatteso è la bellezza che non si arresta, la libertà dell’anima che prende in prestito la nostra immagine e ci appare. La memoria potente e permanente dell’infanzia sollecita a una profondità archetipica quella qualità originaria che restituisce per prima un’apertura al mondo e che diventa un accordo di toni più o meno invasivi, più o meno leggeri ma sempre sono un invito a spiccare il volo. La foglia come la mandorla nel guscio è curva a riposare nella continuità della vita e la malinconia leggera e fantastica dei bambini passa come l’aria sulle bocche della gente nella continuità dell’essere. Ma qualche volta davvero nasce una rivolta di emozioni e la meraviglia s’invola, non si scorda più quel giorno né il gusto di vedere. Molto altro ci verrà mostrato dalla vita, il mondo sembrerà non avere più sorprese ma quell’abitazione antica del correre nell’ignoto ci riserverà qualcosa di più della somma dei nostri ricordi, un bagliore che non sa della propria origine e ha un significato fenomenologico puro nell’istante in cui rianima i sensi. Ci si sente unici a osservare il mondo, ad accogliere o meno le cose in un mostrato talmente immediato che ci ricolloca all’origine. La prima esclamazione la ricordiamo per tutta la vita attraverso il brumoso respiro dell’aria o tramite la fronte pensosa di un bimbo. Non sappiamo quale altra meraviglia verrà elaborata dal nostro sistema limbico con un responso fulmineo di emozioni che saranno la persuasiva dichiarazione della bellezza luminosa e leggera, dolorosa e caduca. Rapiti gli occhi, la materia, la memoria morta, la parola accorata nella necessità di migrare su altre bocche, null’altro aspettano se non la misura di un chiaro dentro l’aria.
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‘Il colore del silenzio” di Michele Porzio

Pubblichiamo qui di seguito le pagine iniziali del romanzo inedito di Michele Porzio “Il colore del silenzio” (2002-2007).

Sì, gli pareva che fosse successo di lunedì, non era sicuro però la chiamata era avvenuta di sabato, il sabato sera, successe tutto in tre giorni, può darsi fosse martedì, non poteva escluderlo, ma la sensazione era che fosse lunedì, e cominciato sabato. Il sabato verso le sei o le sette di sera, sua madre lo avvisò che doveva andare subito dal nonno, stava male, il cuore, un altro infarto. «È grave», chiese, «vuoi che ti accompagni?», sua madre rispose di no, avendo lui solo tredici anni non era il caso, ma capì che era grave perché sua madre quasi non si era truccata, si era messa un cappotto qualsiasi e aveva chiamato in fretta un taxi per andare alla stazione e raggiungere in treno il paese della Liguria dove il nonno andava a svernare, e quando il taxi partì, rimase solo davanti al portone di casa con la bicicletta tra le mani.

Aveva una bicicletta azzurra cui teneva molto, tanto che fece la patente solo a ventitré anni, la bicicletta era meglio, permetteva di girare per la città, notare i vari tipi di asfalto, i lampioni delle strade, quelli dei giardini, la vegetazione nascosta nei cortili delle case e questo andarsene in giro aiutava a pensare, al limite anche a non pensare, e in questo andare, trovava tutto, la felicità non era altro, consisteva nel girare per quella città grande, anonima e trafficata in un modo che sarebbe stato inutile tentare di rifarlo dopo, ma a quel tempo c’era questo girare per le strade di notte, andare a spiare i lampioni con i moscerini attorno, i pipistrelli, senza uno scopo preciso, solo per guardare i caseggiati, i monumenti, gli alberi anche se non parlavano, l’unica cosa che facevano era stare lì, come lui del resto. A tredici anni aveva già le chiavi di casa e di sera, al sabato specialmente, fino all’una di notte andava al circolo degli scacchi. Era sicuro che da grande avrebbe fatto il giocatore di scacchi, non lo fece, a quattordici anni preferì la musica, ma quel sabato non pensava ancora alla musica, dopo aver salutato sua madre sul portone di casa si avviò come al solito per andare al circolo e quando arrivava non smetteva mai di giocare, neanche per mangiare, si faceva portare al tavolo da gioco un toast e una coca, se qualche briciola di pane cadeva tra una torre o un cavallo, scusandosi puliva e una partita dietro l’altra andava avanti dalle tre del pomeriggio almeno fino a mezzanotte, quando era stanco usciva, scendeva in strada, si riprendeva la bicicletta legata a un palo con il lucchetto e tornava a casa.

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“Vigilia al bar” di Giancarlo Trapanese

Nighthawks (Nottambuli) di Edward Hopper, 1942. Art Institute of Chicago

Guarda spesso l’orologio dietro il bancone del bar e lo confronta continuamente con il suo, al polso. Non c’è niente da fare, entrambi hanno rallentato scandendo i secondi di quell’aperitivo infinito fatto di noccioline catturate con le dita (ignorando il cucchiaino) e di crostini di mille colori e di un sapore solo. Difficile far trascorrere il tempo, arrivare alle 20,30 calato nel suo silenzio interiore, refrattario alla confusione attorno, ai sorrisi, agli auguri in automatico che si scambiano quelli attorno.
Lui ama la sua solitudine.
Non lo interessa la compagnia fatta di migliaia di contatti superficiali, di persone inutili, di tanti fastidiosi “altri”, invidiosi della sua carriera, dei suoi soldi, pronti a pugnalarlo alle spalle.

Una serata in apnea. Ecco cosa si sta apprestando a vivere, come tutte quelle degli ultimi 15 anni. Il cenone della vigilia è una tortura alla quale non ha mai avuto il coraggio di sottrarsi, per qualche inspiegabile motivo, e di questo se ne fa una colpa.
I finti “buon anno e buon natale” con il figlio che nei restanti 364 giorni l’anno lo ignora e lo disprezza. E l’ansia interessata e prezzolata di suo nipote, 9 anni di esistenza concepita solo per inviare messaggini preconfezionati ed e mail di routine che gli costano cifre fuori della logica e che comunque non riescono a comprare neanche un sorriso vero da destinare al nonno.
Per non parlare del rancore e del gelo di “Sua Avidità”, l’ex moglie e la sua corte dei miracoli tenuta assieme, una volta l’anno, dalla stupida usanza di questa recita ipocrita e bastarda.
Insopportabile sempre, tanto più ora che i pensieri sono così opposti e lontani dalle lucette intermittenti, dai volti sorridenti dei Babbi Natale degli anni cinquanta appesi alle vetrine, dai pensieri positivi.
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“Toto Lorenzo, il mago dei poveri”

TOTO LORENZO, IL MAGO DEI POVERI

“Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio”, diceva Jorge Luis Borges. Molti lettori mi hanno scritto sostenendo che tra le pagine più belle (perché divertenti) del romanzo Il talento della malattia (Avagliano, 2012), ci sono quelle dedicate a Juan Carlos Lorenzo, che evidentemente il mondo sportivo, specie romano e in particolare laziale, ricorda con affetto e nostalgia. L’allenatore argentino prese per la prima volta il timone in mano nella stagione 1962/’63 e tornò alla Lazio nei campionati 1968/’69 e 1984/’85. Soprannominato Toto, don Juan, il mago dei poveri (per contrapporlo ad Helenio Herrera della grande Inter), il fromboliere ecc., aveva giocato in Italia, nella Sampdoria, dal 1948 al 1952, ricoprendo il ruolo di trequartista sinistro con buone capacità inventive e dotato di un gran tiro in diagonale. Si narra che in preda alla febbre dovuta ad una bronchite, nel 1968 visionò Giuseppe Wilson e Giorgio Chinaglia all’Internapoli e di ritorno a Roma disse di aver scoperto un difensore all’altezza di Burnich e colui che sarebbe diventato il più grande attaccante italiano. La salute doveva avergli giocato un brutto scherzo per alcuni dirigenti, ma il presidente Lenzini seguì il consiglio degli astri del suo allenatore e acquistò i due giocatori tra lo scetticismo della piazza. Ebbe pienamente ragione. Juan Carlos Lorenzo era un uomo in controtendenza: negromante, sensitivo, indovino, stregone, incantatore, illusionista. Perfino un fattucchiere, secondo qualcuno. Le sue capacità divinatorie nascevano per lo più dalla scaramanzia. Dopo una sconfitta faceva bruciare le magliette; per propiziare la buona sorte accendeva i fuochi dentro lo spogliatoio; per conciliare un risultato positivo imponeva che il pullman della squadra attraversasse gli incroci con il semaforo rosso. Spesso, nei pressi dello stadio Olimpico, si rischiavano incidenti prima di una partita. Nella trasferte pretendeva la camera d’albergo numero otto, e se era occupata, bisognava liberarla immediatamente. Come hanno scritto i giornalisti dell’epoca, teneva i giocatori in campo per ore a preparare schemi, ma se perdeva la partita la colpa era delle spie che vedeva in ogni angolo dello stadio e del campo di allenamento. E’ stato capace di indossare per mesi lo stesso vestito, le stesse scarpe luccicanti, la stessa cravatta blu e di mangiare le stesse cose a pranzo e a cena (specie l’insalata e i dolci). Fece inseguire una gallina a Tor di Quinto per sveltire i movimenti dei difensori. Curava personalmente le infiammazioni tendinee con la chiara d’uovo e le fasciature strette. Fece dimagrire il filiforme Daniele Filisetti di tre chili in cinque giorni perché avesse lo stesso perso forma di Trevor Francis, l’attaccante che doveva marcare la domenica. Filisetti uscì dopo il primo tempo, stremato, e rimase a letto due giorni con la flebo attaccata al braccio. Lorenzo pregava, ma non si sapeva in quale lingua. Obbligava i suoi giocatori a tingersi le mani di una strana sostanza che provocava un’allergia a contatto con la retina. Quindi l’obbligo era di infilare le dita nell’incavo del bulbo oculare degli avversari che arrivavano minacciosamente in area di rigore.
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“L’angelo buono dei bad boys”

“L’angelo buono dei bad boys”

La storia della Lazio del primo scudetto, in parte rievocata e raccontata nel mio romanzo Il talento della malattia (Avagliano, 2102), suscita un interesse crescente dopo quasi quarant’anni, e non solo tra gli appassionati. Li hanno definiti folli, disadattati, maneschi, fascisti. Hanno fatto letteratura come forse solo il Torino di Valentino Mazzola, della strage di Superga del 1949. Sparavano alle lampadine degli alberghi facendo inferocire i proprietari e in mezzo alle gambe dei massaggiatori atterriti. Qualcuno volava con il paracadute senza averne il permesso. Eppure hanno scritto una delle pagine più belle del calcio italiano di tutti i tempi, tanto da attirare le attenzioni del figlio del Presidente delle Repubblica Giovanni Leone, che spesso si allenava con quegli scalmanati, il giovedì pomeriggio.

Tommaso Maestrelli

La Lazio di Tommaso Maestrelli, l’allenatore buono, vinse il campionato di calcio 1973-’74. Due anni prima era in serie B. Era anche, soprattutto la Lazio di Giorgio Chinaglia e Giuseppe Wilson, un combinato disposto e compatibile senza precedenti. L’uno un ragazzone bizzoso, figlio di emigranti, che aveva iniziato a giocare in Galles dove gli italiani venivano definiti con disprezzo “i camerieri”. L’altro colto e raffinato, il primo calciatore laureato ancora in attività. Suo padre era stato un ufficiale inglese durante il secondo conflitto mondiale e aveva sposato una napoletana. Pulici, Petrelli, Martini, Wilson, Oddi, Nanni, Garlaschelli, Re Cecconi, Chinaglia, Frustalupi, D’Amico. Si dichiaravano ufficialmente dalla parte di Giorgio Almirante, ma anche Enrico Berlinguer, segretario del Pci, aveva simpatie per la Lazio, e non le nascondeva. “Eravamo convinti che potessimo fare quello che volevamo, sempre e dappertutto”, ha ammesso Wilson in una recente intervista. Proprio a Napoli Chinaglia e Wilson si erano conosciuti giocando nella seconda squadra partenopea, l’Internapoli. Siccome una volta approdati alla Lazio su indicazione del mago argentino Juan Carlos Lorenzo non sopportavano chi parlasse lombardo, l’allenatore aveva diviso lo spogliatoio in due. Di qua i chinagliani, di là Martini, Re Cecconi e altri. Durante le partitelle infrasettimanali volavano spintoni, schiaffi, calci e qualche fondo di bottiglia. Se Chinaglia non segnava si giocava fino a notte fonda. Ma la domenica quel mucchio selvaggio era un blocco unico, granitico. Sono morti quasi tutti, qualcuno addirittura per uno scherzo (a Re Cecconi spararono dentro una gioielleria dopo che aveva inscenato una falsa rapina). E sembrava uno scherzo, il 1° aprile di quest’anno, anche la notizia che se ne era andato Long John Chinaglia (dall’etichetta del whisky che preferiva), residente nella lontana Florida. Ma come fece quella squadra a vincere il campionato contro ogni aspettativa, ogni previsione e ogni logica? Il segreto stava nelle capacità specie umane del suo allenatore, un padre per tutti. Affabile, discreto, in grado di gestire sapientemente i suoi ragazzi. Li capiva, li ascoltava. Li difendeva, li perdonava. Li spronava, li calmava. La Lazio giocava all’olandese, in un modo talmente arrembante e dinamitardo che Gianni Brera qualificava quel modulo tattico un’“eresia calcistica”, con quel Chinaglia “appeso alla sua spalla destra”. Eppure gli schemi funzionavano a meraviglia e Long John era diventato l’attaccante più pagato d’Italia. Ma si sa, le storie belle finiscono presto. Nell’inverno del 1975 Maestrelli iniziò a stare male. Si pensò a una forma di gastrite da stress. L’allenatore era sotto pressione sia per i risultati non brillanti della squadra, sia perché si ventilava un suo passaggio sulla panchina della nazionale italiana per la ricostruzione del dopo Mazzola-Rivera. Il perseverare dei sintomi lo costrinse a sottoporsi a degli esami. Gli fu diagnosticato un epatocarcinoma al fegato. “Perché mi avete chiamato per farmi vedere un morto?”, disse il famoso chirurgo Paride Stefanini allargando le braccia e scuotendo la testa. Perse quasi quindici chili in due settimane. Aveva forti dolori alla pancia che i sedativi a malapena lenivano. Tommaso Maestrelli si era fatto posizionare un cannocchiale per seguire gli allenamenti della sua Lazio, visto che la clinica dove era ricoverato, la Paideia, si trovava di fronte al campo di Tor di Quinto, il quartier generale. Anche i giornali nascondevano la tremenda verità e parlavano di calcoli della colecisti. La squadra dello scudetto, senza il suo allenatore, stava precipitando miseramente. All’inizio della stagione 1975-’76 venne chiamato sulla panchina il bergamasco Giulio Corsini, che entrò in conflitto con Chinaglia. I due vennero alle mani addirittura il primo giorno e furono divisi a fatica dai dirigenti. L’intransigenza di Corsini cozzava con lo spirito di una squadra anarchica e ammaestrata dalla bontà e della dolcezza di Maestrelli. I giocatori continuavano a pensare al loro secondo padre. Passavano ore e ore in clinica al capezzale di Tommaso. Chinaglia rischiava l’esaurimento nervoso. Ma un immunologo genovese, Saverio Imperato, stava sperimentando sull’allenatore una nuova cura contro il cancro. I risultati furono stupefacenti. Si chiama sinterapia, ed è un trattamento che agisce in sinergia con le attuali terapie, utilizzando il vaccino BCG per stimolare le difese immunitarie del corpo a reagire contro le cellule tumorali. Maestrelli, sul letto di morte, cominciò a stare bene e gli tornò l’appetito. Ordinava il pesce e la carne, e i ristoranti di Roma si mobilitavano per portargli i piatti più prelibati. L’attrice Lea Padovani, tutti i lunedì, gli faceva recapitare la pasta con i fagioli da lei cucinata.
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“L’ombra di Giorgio Chinaglia”

L’OMBRA DI GIORGIO CHINAGLIA

Sosteneva Søren Kierkegaard che “il ricordo è un’ombra che non si può vendere, anche nel caso qualcuno volesse comprarla”. Roma, Chinaglia, la Lazio del ’74, Maestrelli, Re Cecconi, Wilson… Ecco il ricordo infrangibile, che non è mai al capolinea. Qualcosa di essenziale e irrinunciabile, quindi. Immagino le strade di Roma negli anni Settanta, il Maggiolone o la Jaguar di Chinaglia, la folla che acclamava e seguiva Long John, le donne che lo veneravano. Roma e Tor di Quinto, uno spaccato calcistico con il campo d’allenamento come quartier generale, con la conquista del primo scudetto che si deve quasi per intero a questo ragazzone figlio di emigranti che ebbe il primo impatto con il calcio nel Galles, generoso quanto brusco, popolare, amatissimo, scomodo, che andava ad esultare sotto la curva della Roma dopo un goal piantonando l’area avversaria da gladiatore della vecchia capitale del mondo. Il passo lungo, dinoccolato, la testa incassata tra le spalle curve. Un fisico da rugbista, un attaccante dalla progressione inarrestabile.

“Tu segui la sua ombra”, mi ha detto Cristina, un’amica di Giorgio, dopo aver letto il mio romanzo Il talento della malattia edito da Avagliano, in cui narro della guarigione da un terribile sarcoma di Ewing. Gli psicologici moderni la chiamano “motivazione antagonista”: pensare ad altro per non lasciarsi risucchiare dalla depressione ospedaliera. Ero un bambino e mi rivolgevo a quell’idolo che incontrai in ritiro, a Gubbio, nel 1984. Si alzò un coro dietro la porta dove erano assiepati i tifosi: “Giorgio Chinaglia è il grido di battaglia”. Non avrei immaginato tanto successo con questo libro, grazie anche a Long John.
Un’ombra che parla, che si muove, densa e afferrabile dai muri all’asfalto, dalle vetrine ai corridoi. Un’ombra che si aggira a Roma tra gli appartamenti (gli stessi di allora), i bar, i ristoranti a nord della città. E ancora i quartieri assolati di Ponte Milvio, dei Parioli, della collina Fleming, dove abita Dino Zoff, che con Chinaglia ha fatto il militare da ragazzo. Via Ubaldo degli Ubaldi: un passo indietro nella Roma di luglio del 2012. Negli anni Cinquanta era una via di campagna, poi sono stati costruiti i palazzi dal presidente Umberto Lenzini. Sull’Aurelia Chinaglia camminava fiero, aveva le camicie a fiori, i capelli con i basettoni. La gente lo salutava e lo ringraziava. I romanisti lo temevano, imprecavano. Sull’Aurelia, vecchia strada consolare, c’era la sede dell’Hotel Americana dove la squadra si ritrovava dopo le partite. I ragazzi di Maestrelli vedevano insieme “La Domenica Sportiva” e poi uscivano. Roma, nella notte, era abbagliata da una luce incantevole. I lampioni dell’albergo venivano presi di mira da chi sparava con la pistola a canna lunga. Chinaglia, Petrelli, Martini.
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