Autori Narrativa

Mulinello d’ali sul fuoco

di Rossella Frollà

Mulinello d’ali sul fuoco

Di un continente c’è l’ala feroce che avanza e quella lieve che sopraggiunge stremata e chiede aiuto. È un triste, duro, grave presagio. Ogni passo dell’umanità ne ha un altro silente accanto e spaventoso. Dal fondo di un’etica selvaggia e corrotta c’è un velo scuro in occidente. Chi soffia sul fuoco che ci stringe e aggiunge legna da ardere col sangue? Fuori da ogni schema le sentenze del terrore offrono l’atto di soffocare i pochi frutti del mondo e i passi corrotti dalle pepite d’oro scivolano nel male. In Occidente c’è un nuovo Don Chisciotte che cerca paesaggi e isole d’aria e sillabe sagge per gli umani. Con cura il dolore si riabilita e il volto sacro del mondo. Quel Don Chisciotte risuona nei bistrot, di stazione in stazione, negli stadi, nei teatri, nei metro. Il suo calvario si consuma. Deve esserci qualcosa d’altro in questa offerta sacrificale del mondo. Spasmi e contrazioni ci piovono addosso con lutti improvvisi. Deve esserci un senso a questo sale che piove sulle ferite. È fiamma e boscaglia, è guerra. E come in trance non abbiamo sentito il tuono che c’è già stato. Oltre il tempo il digiuno imposto al pensiero e alle menti scandisce la pulsione alla radice di questo modo di esistere che ci ammorba. Noi siamo il nuovo Don Chisciotte malato di cancro che con l’intrepido coraggio di chi sa va fino in fondo e porta il suo dolore come un altro volto sacro del mondo. E come nei lutti improvvisi per un prodigio concesso si resiste. Il tuono chiama a radunarsi nella felicità amara di sentirsi vicini, né vincitori né vinti, abbracciati nei momenti dell’assurdo a lasciare i rimorsi e a coltivare i sogni. «mulinello d’ali» sul fuoco.

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‘Vedere senza guardare’ di Chiara Maranzana

Vedere senza guardare

Non saprei dire quando venni a conoscenza del fatto che sto per raccontare, e a dir il vero non ricordo neanche il motivo per il quale venni resa partecipe di questo aneddoto, fatto sta che ciò accadde e di questo posso esser certa perché si focalizzò così a fondo nella mia memoria da sembrarmi quasi d’averlo vissuto sulla mia propria pelle.
Era il 1945 e io vivevo con la mia famiglia in un’umile casa nel paesino di Nimis, nel mezzo del Friuli Venezia Giulia. Erano ormai quattro anni che la guerra era incominciata ma in Italia si iniziò a percepirla solo tre anni dopo lo scoppio effettivo. L’orda straniera, che avrebbe dovuto esser nostra alleata, era scesa su di noi silenziosa come un’ombra e ci aveva sopraffatto nella notte. Ricordo di aver visto vari ragazzi, nostri vicini, scappare verso i monti, con null’altro che un piccolo fagotto in mano. Avrei poi scoperto che valenza dare al termine partigiano, ma in quel momento, nell’attimo in cui i miei occhi incontrarono i loro, Tonino mi fece cenno di tacere e nel tempo che io sprecai a sbattere le palpebre si erano già dileguati nella notte completamente nera.

Con il tempo ci abituammo al dominio tedesco, eravamo così inermi, disorganizzati e vigliacchi da non aver la forza di reagire, ci eravamo adagiati a terra, fingendo d’esser morti e sperando che l’agonia che ci circondava fosse rapida ed indolore, ma così non fu. I tedeschi si appropriavano delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre vite e noi tutti ci sentivamo come quelle canne che circondano le paludi, sottili, piegate, sferzate dal vento e dalle acque dell’acquitrino, finché non diventano molli e affogano pian piano, marcendo. I giorni si susseguivano tutti uguali, uno dopo l’altro, così come le notizie, anch’esse pallida similarità l’una dell’altra, finché una sera, inspiegabilmente, i tedeschi iniziarono a ritirarsi. La notizia fece velocemente il giro di tutto il paese e la notte passò al ritmo dei nostri cuori che sembravano aver ripreso a battere, dalle nostre gote che riacquistavano colore e della nostra speranza che ritornava più agguerrita di prima. Il giorno dopo il paese era in fibrillazione, uomini in uniforme avevano iniziato a tirar fuori le persone dalle case e le allineavano in strada, come si faceva alle fiere dei cavalli. Ancora non mi ero resa conto dell’orrore e pensai frivolmente che mancava solo che ci guardassero i denti. Arrivarono anche nella nostra casa e io e la mia famiglia uscimmo senza dire una parola. Solo mio padre aveva provato a protestare ma era stato strattonato in malo modo e il tono dei soldati non era affatto amichevole, quindi li seguimmo mansueti, come dei cani seguono i loro padroni. Rimanemmo in piedi davanti alla porta di casa mentre i soldati all’interno frugavano dappertutto, portando fuori viveri e tutto ciò che avrebbe potuto essere rivenduto. La mano di mia sorella scivolò dentro la mia. La sentii tremare e la strinsi forte, come per paura che potesse volare via di lì a pochi minuti. I tedeschi iniziarono a censirci, ci chiedevano nome, cognome, anno di nascita e professione, senza capire che in un paesino così piccolo erano in pochi quelli che avevano la fortuna di lavorare. Noi lavoravamo i campi, io, mio padre e mia madre, ma le mie sorelle e mio fratello erano troppo piccoli per poter fare alcunché. Questo ai soldati non interessava, non avevano bisogno di noi come forza lavoro, quello che gli interessava era che non facessimo resistenza, che gli dessimo un posto dove poter stare e dove poter mangiare, un rifugio sicuro mentre iniziavano a spostarsi verso il confine. Niente di preoccupante, ripetevano, “wir sind freund” ripetevano, “noi siamo amici”.

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Lo stupore

Lo stupore
di Rossella Frollà

Non possiamo non tener conto del nostro volto rimpicciolito, tornato bambino in un fascio di odori, il profumo eterno di velluto che ci sollecita a brillare di risonanze e di paure fatte in profondità e amate, risalite con lo stupore dell’aria chiara quando risale i meli rosa tra i declivi. L’abbandono involontario a ciò che non conosciamo, a quel tanto che ci sorprende e ci fa vibrare di entusiasmo e di commozione, ci dà pieno sapore e scarso respiro, l’ambivalenza del sentire, quell’abbandono immediato e inatteso è la bellezza che non si arresta, la libertà dell’anima che prende in prestito la nostra immagine e ci appare. La memoria potente e permanente dell’infanzia sollecita a una profondità archetipica quella qualità originaria che restituisce per prima un’apertura al mondo e che diventa un accordo di toni più o meno invasivi, più o meno leggeri ma sempre sono un invito a spiccare il volo. La foglia come la mandorla nel guscio è curva a riposare nella continuità della vita e la malinconia leggera e fantastica dei bambini passa come l’aria sulle bocche della gente nella continuità dell’essere. Ma qualche volta davvero nasce una rivolta di emozioni e la meraviglia s’invola, non si scorda più quel giorno né il gusto di vedere. Molto altro ci verrà mostrato dalla vita, il mondo sembrerà non avere più sorprese ma quell’abitazione antica del correre nell’ignoto ci riserverà qualcosa di più della somma dei nostri ricordi, un bagliore che non sa della propria origine e ha un significato fenomenologico puro nell’istante in cui rianima i sensi. Ci si sente unici a osservare il mondo, ad accogliere o meno le cose in un mostrato talmente immediato che ci ricolloca all’origine. La prima esclamazione la ricordiamo per tutta la vita attraverso il brumoso respiro dell’aria o tramite la fronte pensosa di un bimbo. Non sappiamo quale altra meraviglia verrà elaborata dal nostro sistema limbico con un responso fulmineo di emozioni che saranno la persuasiva dichiarazione della bellezza luminosa e leggera, dolorosa e caduca. Rapiti gli occhi, la materia, la memoria morta, la parola accorata nella necessità di migrare su altre bocche, null’altro aspettano se non la misura di un chiaro dentro l’aria.
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‘Il colore del silenzio” di Michele Porzio

Pubblichiamo qui di seguito le pagine iniziali del romanzo inedito di Michele Porzio “Il colore del silenzio” (2002-2007).

Sì, gli pareva che fosse successo di lunedì, non era sicuro però la chiamata era avvenuta di sabato, il sabato sera, successe tutto in tre giorni, può darsi fosse martedì, non poteva escluderlo, ma la sensazione era che fosse lunedì, e cominciato sabato. Il sabato verso le sei o le sette di sera, sua madre lo avvisò che doveva andare subito dal nonno, stava male, il cuore, un altro infarto. «È grave», chiese, «vuoi che ti accompagni?», sua madre rispose di no, avendo lui solo tredici anni non era il caso, ma capì che era grave perché sua madre quasi non si era truccata, si era messa un cappotto qualsiasi e aveva chiamato in fretta un taxi per andare alla stazione e raggiungere in treno il paese della Liguria dove il nonno andava a svernare, e quando il taxi partì, rimase solo davanti al portone di casa con la bicicletta tra le mani.

Aveva una bicicletta azzurra cui teneva molto, tanto che fece la patente solo a ventitré anni, la bicicletta era meglio, permetteva di girare per la città, notare i vari tipi di asfalto, i lampioni delle strade, quelli dei giardini, la vegetazione nascosta nei cortili delle case e questo andarsene in giro aiutava a pensare, al limite anche a non pensare, e in questo andare, trovava tutto, la felicità non era altro, consisteva nel girare per quella città grande, anonima e trafficata in un modo che sarebbe stato inutile tentare di rifarlo dopo, ma a quel tempo c’era questo girare per le strade di notte, andare a spiare i lampioni con i moscerini attorno, i pipistrelli, senza uno scopo preciso, solo per guardare i caseggiati, i monumenti, gli alberi anche se non parlavano, l’unica cosa che facevano era stare lì, come lui del resto. A tredici anni aveva già le chiavi di casa e di sera, al sabato specialmente, fino all’una di notte andava al circolo degli scacchi. Era sicuro che da grande avrebbe fatto il giocatore di scacchi, non lo fece, a quattordici anni preferì la musica, ma quel sabato non pensava ancora alla musica, dopo aver salutato sua madre sul portone di casa si avviò come al solito per andare al circolo e quando arrivava non smetteva mai di giocare, neanche per mangiare, si faceva portare al tavolo da gioco un toast e una coca, se qualche briciola di pane cadeva tra una torre o un cavallo, scusandosi puliva e una partita dietro l’altra andava avanti dalle tre del pomeriggio almeno fino a mezzanotte, quando era stanco usciva, scendeva in strada, si riprendeva la bicicletta legata a un palo con il lucchetto e tornava a casa.

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“Vigilia al bar” di Giancarlo Trapanese

Nighthawks (Nottambuli) di Edward Hopper, 1942. Art Institute of Chicago

Guarda spesso l’orologio dietro il bancone del bar e lo confronta continuamente con il suo, al polso. Non c’è niente da fare, entrambi hanno rallentato scandendo i secondi di quell’aperitivo infinito fatto di noccioline catturate con le dita (ignorando il cucchiaino) e di crostini di mille colori e di un sapore solo. Difficile far trascorrere il tempo, arrivare alle 20,30 calato nel suo silenzio interiore, refrattario alla confusione attorno, ai sorrisi, agli auguri in automatico che si scambiano quelli attorno.
Lui ama la sua solitudine.
Non lo interessa la compagnia fatta di migliaia di contatti superficiali, di persone inutili, di tanti fastidiosi “altri”, invidiosi della sua carriera, dei suoi soldi, pronti a pugnalarlo alle spalle.

Una serata in apnea. Ecco cosa si sta apprestando a vivere, come tutte quelle degli ultimi 15 anni. Il cenone della vigilia è una tortura alla quale non ha mai avuto il coraggio di sottrarsi, per qualche inspiegabile motivo, e di questo se ne fa una colpa.
I finti “buon anno e buon natale” con il figlio che nei restanti 364 giorni l’anno lo ignora e lo disprezza. E l’ansia interessata e prezzolata di suo nipote, 9 anni di esistenza concepita solo per inviare messaggini preconfezionati ed e mail di routine che gli costano cifre fuori della logica e che comunque non riescono a comprare neanche un sorriso vero da destinare al nonno.
Per non parlare del rancore e del gelo di “Sua Avidità”, l’ex moglie e la sua corte dei miracoli tenuta assieme, una volta l’anno, dalla stupida usanza di questa recita ipocrita e bastarda.
Insopportabile sempre, tanto più ora che i pensieri sono così opposti e lontani dalle lucette intermittenti, dai volti sorridenti dei Babbi Natale degli anni cinquanta appesi alle vetrine, dai pensieri positivi.
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“Toto Lorenzo, il mago dei poveri”

TOTO LORENZO, IL MAGO DEI POVERI

“Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio”, diceva Jorge Luis Borges. Molti lettori mi hanno scritto sostenendo che tra le pagine più belle (perché divertenti) del romanzo Il talento della malattia (Avagliano, 2012), ci sono quelle dedicate a Juan Carlos Lorenzo, che evidentemente il mondo sportivo, specie romano e in particolare laziale, ricorda con affetto e nostalgia. L’allenatore argentino prese per la prima volta il timone in mano nella stagione 1962/’63 e tornò alla Lazio nei campionati 1968/’69 e 1984/’85. Soprannominato Toto, don Juan, il mago dei poveri (per contrapporlo ad Helenio Herrera della grande Inter), il fromboliere ecc., aveva giocato in Italia, nella Sampdoria, dal 1948 al 1952, ricoprendo il ruolo di trequartista sinistro con buone capacità inventive e dotato di un gran tiro in diagonale. Si narra che in preda alla febbre dovuta ad una bronchite, nel 1968 visionò Giuseppe Wilson e Giorgio Chinaglia all’Internapoli e di ritorno a Roma disse di aver scoperto un difensore all’altezza di Burnich e colui che sarebbe diventato il più grande attaccante italiano. La salute doveva avergli giocato un brutto scherzo per alcuni dirigenti, ma il presidente Lenzini seguì il consiglio degli astri del suo allenatore e acquistò i due giocatori tra lo scetticismo della piazza. Ebbe pienamente ragione. Juan Carlos Lorenzo era un uomo in controtendenza: negromante, sensitivo, indovino, stregone, incantatore, illusionista. Perfino un fattucchiere, secondo qualcuno. Le sue capacità divinatorie nascevano per lo più dalla scaramanzia. Dopo una sconfitta faceva bruciare le magliette; per propiziare la buona sorte accendeva i fuochi dentro lo spogliatoio; per conciliare un risultato positivo imponeva che il pullman della squadra attraversasse gli incroci con il semaforo rosso. Spesso, nei pressi dello stadio Olimpico, si rischiavano incidenti prima di una partita. Nella trasferte pretendeva la camera d’albergo numero otto, e se era occupata, bisognava liberarla immediatamente. Come hanno scritto i giornalisti dell’epoca, teneva i giocatori in campo per ore a preparare schemi, ma se perdeva la partita la colpa era delle spie che vedeva in ogni angolo dello stadio e del campo di allenamento. E’ stato capace di indossare per mesi lo stesso vestito, le stesse scarpe luccicanti, la stessa cravatta blu e di mangiare le stesse cose a pranzo e a cena (specie l’insalata e i dolci). Fece inseguire una gallina a Tor di Quinto per sveltire i movimenti dei difensori. Curava personalmente le infiammazioni tendinee con la chiara d’uovo e le fasciature strette. Fece dimagrire il filiforme Daniele Filisetti di tre chili in cinque giorni perché avesse lo stesso perso forma di Trevor Francis, l’attaccante che doveva marcare la domenica. Filisetti uscì dopo il primo tempo, stremato, e rimase a letto due giorni con la flebo attaccata al braccio. Lorenzo pregava, ma non si sapeva in quale lingua. Obbligava i suoi giocatori a tingersi le mani di una strana sostanza che provocava un’allergia a contatto con la retina. Quindi l’obbligo era di infilare le dita nell’incavo del bulbo oculare degli avversari che arrivavano minacciosamente in area di rigore.
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