Alessandra Pellizzari: poesie inedite

Tre inediti di Alessandra Pellizzari
(dal libro di prossima uscita)

Alessandra Pellizzari

le tue ceneri
alle bocche di porto
strappate alla salsedine
vengono sospinte dalle vele affamate
verso poche braccia di terra
verde incosciente

sola
la calamita della bussola
riposa nell’urna
che rammemora la città degli addii, l’ombrosa Lugano
e la diaspora che si scriveva col sangue
sulle mani.

appena qualche battito d’ali sulle bricole affogate, ascolta,
ecco le voci di bambini, vibrano
inseguendo i silenzi dell’ora

lapidi come leggii macchiati
di muschio iridato:
resine, grumoli di papaveri, stelle, candelabri
che schiumano luci giallastre.
cipressi incastonati
parlano con le pietre deposte da mani pietose

per i tracciati di ombre, vociferano
i fogliami, scorze di cortecce
luccica di sale
il marmo.

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Poesie di Eliza Macadan

Eliza Macadan

Poesie di Eliza Macadan tratte da “Passi passati“, in uscita presso Edizioni Joker.

*

il falò incendia

l’orizzonte rimasto a bocca aperta

su lungomare della salute questa ragazza sa di donna

questa madre sa di amante

un delirio antico scompone movimenti

passi passati

questa danza sa di africa

le onde si fanno ponti

verso le origini i sessi sentono tamburi di guerra

la fame passa al pensiero dell’altra riva

 

gli  zingari non mi hanno mai portata via

con loro

eccomi qui brucio in un frame del falò

la notte balla ad occhi chiusi

come il presente

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Poesie inedite di Gemma Bracco

Pubblichiamo qui di seguito alcune poesie inedite di Gemma Bracco.

mattina banale nelle strade lucide di pioggia
e la scaletta sempre eguale
della vita
una nuova tonalità per la musica
una nuova piastrella nella mazzetta dei colori
un nuovo bulbo a richiamare la rinascita
poche cose sono rimaste a fondamenta
di un edificio ingigantito e pericolante
che perde pezzi sotto la spinta
dei picconi e delle intemperie
pochi pilastri a sorreggere un termitaio
che aggredisce le radici e sfarina la terra
già primavera batte in ritirata
e lascia la guerra già si è piegata
al compromesso e allo sconforto
già china il capo incoronato di corolle
alla protervia del presente
Ormai ogni tronco morto
non sa se sporgere verdi ciglia
a scrutare il nuovo e dichiararsi assente
per un anno forse più
restare in quarantena sospendersi
vivere all’interno sviluppare il tallo
e come nascosto in un rifugio antiaereo
attendere muto di tornare albero

 

una luce minima si può cogliere qui
da quando le parole sono tornate a trovarmi
da accumuli nebulosi tutti i giorni
piovono scarse gocce a dissetarmi
non è il Santo Graal ma il nutrimento minimo
che si concede ad ogni essere vivente
l’anestesia locale che toglie un gradiente
di dolore al sofferente
le parole entrano come un pettine
a ravviare pensieri aggrovigliati
e per quell’attimo che le boscaglie si diradano
può tornare l’armonia delle sfere
il sereno è riconquistato
si calma l’onda lunga dei giorni imbronciati
il sereno regna e resterà a suo piacere

 

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Poesie di Antonio Malagrida

Maggio, ti guardavo quando al tramonto
camminavi sul viale; ti facevi conseguenza.
Entravi uscivi da un foulard, né lontana né vicina.
Concedevi il volto lentamente, intorno separavi sfumature.

L’amore non si cerca l’amore non si chiede l’amore non si fa.
L’amore cade addosso. E sta.

*

Mi rimani sulla pelle come il tempo.
Mentre ti abbatti sulla scena come un falco
mi viene da sfilare ogni quinta dietro al palco:
farne seta, laccio di colore, firmamento.

Sono felice quando scavalchi il mondo.

*

Tra la copiosa neve che aspetti
sarò clandestino nella tua canzone.

La stessa che sillabavi piano quando, muovendo
dal mare calmo d’Agosto, cantavi sbuffando la sabbia
col piede, gradualmente stonata.
Sollevata dal tempo come piuma. Come volto fuori stagione.

*

Quel giorno che finiva l’inverno
Tra l’erba nuova e diffidente su in collina
lanciavo con forza dei sassi più in là. Ridevo.

Tu giravi lo sguardo fuori, indicavi il mare
e tornando indietro dicevi piano una parola, due, tre.
Chiedevamo nient’altro che il vento.

*

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Poesie di Davide Mascioli

Davide Mascioli è un giovane poeta urbinate, di cui abbiamo già scritto, con una recensione a cura di Chiara Maranzana, sulla sua prima raccolta di poesie Lubàgo (Raffaelli Editore, Rimini 2013). Lo scorso settembre, Mascioli ha vinto il Premio Torre dell’Orologio a Porto Sant’Elpidio (Presidente Francesco Scarabicchi; componenti della giuria: Manuel Cohen, Massimo Gezzi , Renata Morresi, Massimo Raffaeli, Antonio Tricomi) con la poesia Senza tornare indietro, che pubblichiamo qui di seguito insieme ad altre poesie inedite dell’autore.

Senza tornare indietro

Senza tornare indietro
rimangono deserte le panche. Chiedo
se qui vicino, fra le mura
dove senza fatica cedo alla miseria,
altri mi vedono simile all’altalena,
a un papavero che l’abitudine
ha lasciato crescere sui coppi.

Novembre

Questo è novembre, umido di segni
disciolti più in su, salendo
lungo i colli.

Ma qui, dentro i portoni
fra il buio dei muri
allentati da muffe e dal verde odore
del muschio spillato

dallo scuro,
spento l’occhio debole e tagliato
giusto per il luogo dove s’apre
un angolo nel fondo

di mio padre, la luce
simile al ricordo
che sfuma e che ristagna.

Cammino a lungo

Cammino a lungo
per cercar di vedere il tuo viso
dove sfili
sperando arrivi
fino alle radici, ai nidi,
ai grovigli di nervi – ricordi –
che spezzano l’eterno. Mai, non era
né mai è la pace
la tregua tra erbe e piogge
ma il chiodo più alto nella croce di cristo

quando tutto s’è fatto zitto
sul lago aperto nel petto
davanti ai miei occhi.

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Poesie di Alberto Nessi

Pubblichiamo alcune poesie di Alberto Nessi.

Canzonetta dell’erba brusca

Sempre mi segue il sangue
– crespo velo di sposa –
dell’erba brusca, schiuma
sull’onde dell’aprile

rosato che spumeggia
fresco, festosamente
a vincere la morte
versato nel bicchiere

mi fa perder la testa
sui dorsi del crinale
che il mattino marezza,
quell’acne giovanile.

La parola

Freccia d’amore scoccata
dall’arco della nostra solitudine
l’inseguo senza trovarla, scompare
tra la festuca dei prati, la ventolana
la coda di topo, lo sparto pungente
la costa fiorita di peonie selvatiche
sopra il colubro in agguato, si perde
nel viaggio dell’urodelo le notti di pioggia
dal nero del sottobosco fino al ruscello;
e ancora l’aspetto nascosto nell’erba
la parola che non tradisca la sua genesi.

L’ultima foglia

Passo in auto per viale Stoppa
al numero sei dove nasceva la poesia
e una foglia nel tergicristallo s’incastra

le asticciole dal bordo gommato
non riescono a scacciarla dal parabrezza
quest’ultima foglia volata via
dal tiglio d’allora, quando la bicicletta
era un bagliore generato dal vento
nella musica dei colli giovinetta

questa foglia imbevuta di polveri fini
così testarda, macchè, non vuole andarsene
vuole cantarmi ancora i suoi bemolli
mentre un merlo continua il suo lavoro
fra le ultime drupe e una lattina vuota
buttata sotto la siepe.

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Poesie di Elena Buia Rutt

da Ti stringo la mano mentre dormi
fuorilinea srl, Roma 2012

Per Miriam e Thomas

Io non vi vedrò invecchiare
Non vi potrò sorreggere
quando le vostre gambe
tremeranno
per la stanchezza
o la paura di morire.

Ma forse, se per caso allora anche ci fossi,
niente chiedereste a me
che mi consumo ora
ad addomesticare il vento
che vi sferza la schiena
mentre andate a scuola.

E così mi chiedo
che cosa rimarrà
di questo amore selvaggio
di questo amore con gli artigli
conficcati
fino all’ultimo respiro
nella parola
figli.

 

Ti stringo la mano mentre dormi

Ti stringo la mano mentre dormi
come per dirci addio.

Non sembri riposare
in questo sonno bianco
dove la fatica del giorno
ti stringe ancora come morsa.

Ma al risveglio del mattino
una forza indissolubile
ci unisce
e ci sbilancia
in avanti e in alto
acrobati-operai
sulla maestosa impalcatura
di una bellezza
inspiegabile a noi stessi.

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Tre poesie inedite di Vanni Pierini

DOMENICA MATTINA IN CITTA’

Tre vecchi podisti, due anziane matrone,
alcuni ciclisti. Io dal balcone
li sento ansare dentro le tute,
decisi a morire in perfetta salute.

PRONTO SOCCORSO

L’arancione strappato, incongruo
del tubino leggero; un residuo
di zattera carminio dai fregi
cromati; sangue polvere sassolini
incistati nella pelle violata:
un troppo dolore che il cervello
vira in corridoio bianco.
Affranti i parenti e i congiunti
vinti, ma pronti al morso
contro le infermiere inaccessibili,
i dottori in tour di routine.

E mi gela l’improvvisa evidenza
che una linea così provvisoria
divida la passeggiata del pomeriggio
(quella brezza leggera che sale
dal mare, quel gelato da leccare,
quei gesti accesi gratuiti felici,
e quegli sguardi che accecano
il cuore) da questa officina
autorizzata, nella quale il corpo
prende la sua rivincita piena
sui fuochi fatui del vivere.
Si, lo so; lo sapevo da sempre.
Ma vedere lo strazio sorpreso,
senza grazia, della giovane ragazza
ferita… Non: saperlo, ma: vederlo.
Vederlo…

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